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Auto Cinesi

Auto elettriche, chi vuole e chi no i dazi contro la Cina

Gli Stati Uniti potrebbero vietare la circolazione alle auto cinesi perché "troppo intelligenti". L'Ue invece indaga sui sussidi, ma gli industriali tedeschi fanno muro contro i dazi: "Non c'è una sola vettura elettrica europea senza componenti provenienti dalla Cina"

Auto elettriche cinesi sì o no? È la domanda che, sostanzialmente, si stanno ponendo in questi giorni i leader occidentali, al di là e al di qua dell’Atlantico, consapevoli che, senza strette, le Case automobilistiche del Vecchio continente e degli Usa rischiano di essere spazzate via dalla baldanza dei marchi che arrivano da Pechino e dintorni.

L’ESCAMOTAGE AMERICANO

Ma i leader occidentali sanno pure che per mettere un divieto occorre trovare una motivazione credibile, o si rischia di inasprire i rapporti con la Cina e, soprattutto, passare per scostanti e inaffidabili, con conseguente fuga dei capitali esteri.

Gli Usa potrebbero aver trovato un pretesto: l’intelligenza delle auto elettriche cinesi che “raccolgono grandi quantità di dati sensibili sui conducenti e sui passeggeri e utilizzano regolarmente sensori e telecamere per registrare informazioni dettagliate sull’infrastruttura degli Stati Uniti” potrebbe rappresentare un rischio per la sicurezza nazionale.

NIENTE DI NUOVO SOTTO IL SOLE

Per la verità gli Usa non si sono inventati nulla di nuovo. Alle Tesla in Cina, persino quelle prodotte a Shanghai (Elon Musk ha impiantato lì la principale fabbrica del Gruppo), secondo quanto riferito dal Wall Street Journal fin dal 2021, è impedito costantemente di circolare nei quartieri sensibili e nei dintorni dei luoghi in cui si riunisce il Partito comunista in quanto dotate di “occhi e orecchie”.

Non solo, a Tesla era stato vietato di esportare i dati raccolti in Cina negli Usa perché fossero analizzati e contribuissero a portare avanti lo sviluppo dell’Autopilot. Motivo? La sicurezza nazionale cinese, appunto.

Ma negli ultimi tempi qualcosa è cambiato, se si pensa che a seguito dell’incontro di fine aprile tra Musk e il capo del Consiglio cinese per la promozione del commercio internazionale, Ren Hongbin, l’imprenditore sudafricano di colpo ha avuto i documenti che chiedeva da anni, ovvero quelli che attestano che i modelli prodotti localmente da Tesla rispettano i requisiti di sicurezza dei dati della Cina. Insomma, Pechino la prima mossa l’ha fatta e gli Usa?

L’INDAGINE VOLUTA DA BIDEN

Gli Usa nel frattempo hanno ultimato la loro indagine avviata in febbraio per capire se ammettere o no le auto cinesi smart sul territorio. E non sembrano troppo intenzionati ad alzare la sbarra della dogana, almeno secondo le ultime dichiarazioni della segretaria al Commercio, Gina Raimondo: “Potremmo prendere provvedimenti estremi, ossia dire di no in toto a queste auto, oppure cercare una qualche forma di contenimento del problema”.  Ma il problema, appunto, c’è.

LA DIFFIDENZA PER LA CINA UNISCE BIDEN E TRUMP

Gli Usa del resto già con TikTok hanno dimostrato di non fidarsi e non volersi fidare della tecnologia che arriva Cina: in questo Joe Biden e Donald Trump sono del medesimo avviso se si considera che il primo ban, quello che colpì Huawei, arrivò appunto sotto la presidenza del tycoon repubblicano.

L’INDAGINE UE PER DUMPING

L’Ue almeno al momento non sembra sollevare questioni analoghe, mentre la Commissione uscente aveva avviato una indagine sugli aiuti di Stato cinesi (peraltro indubbi) che potrebbero falsare il gioco della concorrenza dato che l’industria automobilistica dei Ventisette non ha goduto di simili foraggiamenti.

La Francia, è noto, scalpita per misure simili all’Ira di Biden che costringa i cinesi a impiantare la propria filiera di valore sul suolo europeo pena non solo l’esclusione da incentivi e benefici fiscali, ma soprattutto l’imposizione di dazi.

LA GERMANIA FA MURO

La Germania, che da decadi, più di ogni altro Paese Ue, tesse rapporti industriali con la Cina (si potrebbe persino dire che tutto ciò che i cinesi oggi sanno sulle auto lo hanno imparato dai tedeschi), si dichiara contraria, perché teme ritorsioni. Lo ha detto a chiare lettere, con la schiettezza che gli è propria, Thomas Schäfer, Ceo di Volkswagen Passenger Cars: “Con i dazi c’è sempre il rischio di una sorta di ritorsione”.

Gli ha fatto eco, dalle colonne del Financial Times, Ola Källenius, presidente del consiglio di amministrazione di Mercedes-Benz Group: “Le aziende cinesi che desiderano esportare in Europa rappresentano uno sviluppo naturale della concorrenza e devono essere affrontate con prodotti e tecnologie migliori e maggiore agilità. Questa è l’economia di mercato. Lasciamo che la concorrenza si esprima”.

Ancora più chiaro e netto era stato l’amministratore delegato della BMW, Oliver Zipse, che in merito aveva detto: “Rischiamo di spararci sui piedi”, in quanto “Non c’è una sola auto elettrica nell’Unione senza componenti provenienti dalla Cina” e che dobbiamo metterci in testa che, al netto della propaganda politica “non c’è Green Deal in Europa senza risorse cinesi”.

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