I primi a intendere le auto smart (quelle cioè con a bordo sensori) come possibili “mezzi spia” da film di 007 sono stati i cinesi che pur apprezzando l’apporto di Tesla all’economia locale (la principale gigafactory di Elon Musk si trova a Shanghai) negli anni sono intervenuti a più riprese per interdire alle auto elettriche statunitensi quartieri sensibili, anche in via temporanea, in occasione per esempio di riunioni del partito al potere. Durante il mandato di Joe Biden la Casa Bianca ha risposto con uno stop ancora più forte: le auto cinesi non possono arrivare negli Usa dal momento che la tecnologia di bordo potrebbe rappresentare un rischio per la sicurezza nazionale. La mossa, da molti considerata come mera autarchia commerciale, ha fatto sì che le Case cinesi perdendo il mercato americano si concentrassero su quello europeo tanto più che la bolla dell’automotive in patria si è via via ingigantita (la famosa guerra dei prezzi). E la ben nota vicenda Pirelli – Sinochem dimostra come tali regole di sponda colpiscano anche aziende europee. Ora però anche nel Vecchio continente si inizia a porre attenzione al tema della raccolta dei dati con la Polonia che ha deciso di sbarrare le sue basi militari alle auto made in China.
LA POLONIA CHIUDE LE BASI MILITARI ALLE AUTO MADE IN CHINA
L’esercito ha affermato in una nota riportata da Reuters che tali veicoli potranno comunque essere ammessi nei siti protetti se determinate funzioni saranno disattivate. Le restrizioni non si applicano alle sedi militari accessibili al pubblico, come ospedali, cliniche, biblioteche o uffici delle procure, viene specificato. Per limitare il rischio di divulgazione di informazioni riservate, l’esercito ha anche vietato di collegare i telefoni aziendali ai sistemi di infotainment dei veicoli prodotti in Cina.
LA REPLICA STIZZITA DI PECHINO
Non si è fatta attendere la replica del governo del Dragone arrivata attraverso le parole del portavoce del ministero degli Esteri cinese, Guo Jiakun, che ha ricordato a Varsavia che sarebbe meglio, dati i rapporti commerciali tra Europa e Cina, non allargare eccessivamente il concetto di sicurezza nazionale per farvi ricadere possibili casi di discriminazione ingiustificata contro le aziende tecnologiche asiatiche fino a rappresentare un ostacolo alla libera concorrenza.
Tale mossa, del resto, arriva in un periodo molto delicato per l’auto made in China dato che Pechino ha chiuso i rubinetti dei sostegni ai veicoli elettrici e i maggiori costruttori autoctoni, pur di non rallentare la produzione straordinaria degli ultimi anni, hanno iniziato una sanguinosa guerra dei prezzi che si teme possa portare a un darwinismo industriale diffuso, con molte delle Case automobilistiche sorte in questi anni grazie ai finanziamenti pubblici destinate a dichiarare fallimento.
Riecheggiano cupe le parole di Stella Li, vicepresidente esecutivo di Byd, principale costruttore cinese, pronunciate a margine del Salone dell’auto di Monaco quando dichiarò che sarà inevitabile che «alcuni costruttori saranno estromessi». «Persino 20 case sono troppe» aveva poi detto al Financial times, lasciando intendere che, al pari degli altri grandi Paesi, anche la Cina resterà con un numero ristretto di “big” del comparto. Secondo le stime della società di consulenza AlixPartners dei 129 costruttori attualmente in attività solo 15 arriveranno a vedere il 2030.
IL TEMA SICUREZZA ESISTE
Ma al netto delle preoccupazioni asiatiche, il tema sicurezza esiste e l’Europa lo sta scoprendo nel peggiore dei casi: all’improvviso, con grande ritardo e nel periodo storico nel quale si rende conto di non poter fidarsi né della tecnologia cinese né di quella statunitense, soprattutto da quando alla Casa Bianca è tornato Donald Trump che ha dimostrato di trattare con distacco e freddezza i partner del Vecchio continente. Motivo per il quale si parla sempre più di sovranità tecnologica.
Non è dato sapere quali e quanti dati vengano raccolti dai sensori di bordo, che ufficialmente dovrebbero limitarsi a migliorare la vita all’automobilista. E soprattutto nessuno sa a chi vengano trasmessi, dove vengano stoccati, per quanto tempo e chi vi abbia accesso. Tutti quesiti che stanno evidentemente spingendo alcuni Paesi europei a limitare la circolazione alle auto che provengono da Stati non aderenti alla Nato. Ma come reagirà Pechino, che in Europa sta investendo tantissimo anche impiantando fabbriche che portano occupazione e finanziamenti?







