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Perché la Germania borbotta per l’indagine Ue sulle auto elettriche cinesi

Il ministro tedesco dei Trasporti critica la Commissione Ue (guidata dalla tedesca von der Leyen) per la possibilità di dazi sulle auto elettriche dalla Cina. Ecco tutte le paure della Germania.

La Commissione europea potrebbe imporre dazi sulle importazioni dalla Cina di veicoli elettrici, “i cui prezzi” – spiegava Ursula von der Leyen una decina di giorni fa – “sono mantenuti bassi artificialmente grazie a ingenti sovvenzioni statali”. Ma la Germania, prima economia dell’Unione e prima produttrice di automobili, non è d’accordo.

COSA HA DETTO IL MINISTRO TEDESCO DEI TRASPORTI

“In linea di principio, non credo che sia opportuno erigere barriere di mercato”, ha detto ieri al quotidiano Augsburger Allgemeine il ministro tedesco dei Trasporti, il liberale Volker Wissing. Un approccio restrittivo di questo tipo, ha aggiunto, potrebbe creare una reazione a catena che infliggerebbe notevoli danni economici alla Germania. “Oggi vengono sigillate le automobili, domani i prodotti chimici, e ogni singolo passo rende il mondo più povero”.

LA GERMANIA HA PAURA DELLA GUERRA COMMERCIALE

La Germania ha paura che, se l’inchiesta anti-sussidi della Commissione dovesse portare all’imposizione di dazi sulle auto elettriche cinesi, e se Pechino decidesse di reagire, si scatenerebbe una guerra commerciale che impatterebbe soprattutto sulla Germania: il principale partner tedesco negli scambi è proprio Pechino – nel 2022 l’interscambio è valso quasi 300 miliardi di euro – e l’anno scorso il mercato cinese è valso il 40 per cento delle vendite globali di Volkswagen.

– Leggi anche: 5G, ecco come la Germania traccheggia su Huawei e Zte

LA COMPETIZIONE SULLE AUTO ELETTRICHE

Secondo Wissing, più che pensare ai dazi, l’Unione europea deve assicurarsi “di produrre i [suoi, ndr] veicoli elettrici in modo competitivo, per la Germania e per i mercati mondiali”.

Lo squilibrio di competitività tra Bruxelles e Pechino, però, è forte. I dati della Commissione dicono che in media le auto elettriche cinesi sono del 20 per cento più economiche di quelle europee. Il vantaggio dei marchi cinesi è legato ai sussidi pubblici, ma anche ai bassi costi dell’energia, del lavoro e dei componenti: la Cina è la maggiore raffinatrice di metalli critici al mondo e la prima produttrice di batterie. La batteria incide per il 40 per cento circa sul prezzo finale di un’auto elettrica.

Le case europee non possono contare su una filiera domestica sviluppata, per cui difficilmente gli eventuali dazi basteranno a risolvere lo squilibrio di competitività. “Il futuro del nostro continente passa anche da un approccio culturale in cui analizziamo con schiettezza il funzionamento di una filiera industriale”, ha spiegato a Startmag Alessandro Aresu, analista geopolitico e autore de Il dominio del XXI secolo. “È stato già perso un sacco di tempo inutilmente”.

CONTRASTI TEDESCHI (E FRANCO-TEDESCHI)

Il pensiero di Wissing non è tuttavia condiviso dall’intero governo della Germania. Il ministro dell’Economia Robert Habeck, al contrario, ha salutato con favore l’indagine della Commissione e detto che bisognerà prendere delle contromisure nel caso in cui emergessero le prove di violazioni delle norme sugli aiuti di stato da parte della Cina.

Habeck ha anche ammesso l’esistenza di una spaccatura interna all’Unione, tra Germania e Francia, in merito all’inchiesta anti-sussidi: Parigi la sta spingendo con più forza rispetto a Pechino perché – dice Habeck – le case francesi vendono molte meno automobili in Cina rispetto a quelle tedesche e dunque la Francia avrebbe meno da perdere da un’eventuale escalation commerciale.

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