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Fincantieri-Stx, perché questo matrimonio non s’ha da fare

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Naufraga l’acquisizione dei cantieri francesi Stx da parte di Fincantieri. La Francia ha avuto ciò che desiderava fin dall’inizio, ma l’Italia non perde ciò che ancora non aveva e mantiene ciò che ha sempre avuto. Il commento del generale Mario Arpino, ex Capo di Stato Maggiore della Difesa

Ieri sera ce lo hanno detto le agenzie, ma questa mattina la voce è quella de Il Sole 24 ore: “Stop alla fusione Fincantieri-Stx, troppe incertezze”. Insomma, anche se noi lo sospettavamo già da tempo, ora è ufficiale: lo sposalizio non ci sarà. Non è una notizia esaltante (ameno per noi), ma la pandemia da coronavirus ha offerto una larga foglia di fico, e l’annuncio è diventato digeribile. Le navi da crociera non si vendono e le vacanze da favola nessuno le prenota. Troppo pericoloso. Tanto vale guadagnare qualche soldo utilizzando queste meraviglie per far fare una quarantena accettabile a qualche migliaio di clandestini, con il vantaggio che c’è più lavoro per le Ong e le anime candide si agitano un po’ di meno.

Non è una questione molto complessa, ma unire la storia agli accadimenti recenti può essere utile sopra tutto per chi non si è mai addentrato nei giochi misteriosi dell’industria nell’arena geo-economica.

Cominciamo dai Promessi Sposi, e dai due “bravi” che, al crocevia di una stradina di campagna, si accostano al parroco che camminava con il breviario in mano: “Or bene, gli dice il bravo all’orecchio, ma in tono solenne di comando, questo matrimonio non s’ha da fare, né domani, né mai….”.

Chi fossero i bravi, chi il parroco e chi Don Rodrigo (allora comandavano gli spagnoli, non i francesi) lo lasciamo immaginare ai lettori.

Veniamo ai giorni nostri, tenendo a mente che, specie in Italia, i francesi preferiscono molto comperare aziende, piuttosto che vendercele. Emblematico è il caso dell’acquisto di Stx (ora Chantiers de l’Atlantique) da parte di Fincantieri, sul quale ai tempi di Hollande si era pervenuti a una accordo cui mancava solo la firma (cfr. Perché la Francia teme Fincantieri, Startmag del 10 gennaio 2019). Il denaro, allora, era disponibile cash.

Tutto legittimo, visto che non c’erano ancora firme, ma certamente poco elegante. Si era cercato di ricucire la tela con colloqui tra il ministro Le Maire ed il nostro allora vicepresidente e pluriministro Di Maio, giungendo a un accordo che, come tutti i compromessi, ci era favorevole solo parzialmente. Ma che, comunque, era stato presentato al pubblico come un grosso successo.

Invece dell’acquisto, a Fincantieri sarebbe andato un 50% del controllo diretto, più un astutissimo 1% in presto dai francesi, revocabile, recita l’accordo, “… in caso di mancato adempimento da parte di Fincantieri agli impegni industriali presi”.

Spada di Damocle, perché ai meno creduloni è stato subito chiaro che Macron non voleva vendere all’Italia e, alla prima occasione, sarebbe andato in cerca di pretesti per rimuovere quel fragile per cento. Si trattava solo di capire come e quando.

La prima manovra era indiretta, e proveniva qualche mese dopo dal sito web de La Tribune, che utilizzava una fake fatta circolare della Adit (Agenzia per l’informazione tecnologica) controllata dai Servizi francesi. Velata accusa di tentata collusione di Fincantieri con organizzazioni criminali, subito smentita (!) dallo stesso governo francese.

La questione è finita li, ma era stato posto il primo mattone. Lasciato trascorrere altro tempo dallo strappo di Macron, circa due anni or sono un ulteriore tentativo, questa volta istituzionale, bloccava tutto.

La Francia, che pura aveva essa stessa proposto il nuovo accordo, si fa prendere dai dubbi e, autonomamente ed impropriamente, interpella l’Antitrust europea perché appuri ufficialmente se l’affaire con Fincantieri evidenziasse controindicazioni o violazioni alle regole europee.

Naturalmente la Germania si era immediatamente associata alla richiesta. Ottimo per i cugini, che, di proroga in proroga e confidando sulla proverbiale lentezza delle capacità decisionale della Commissione, sinora sono di buon grado rimasti in attesa.

Finalmente, con grande sollievo di alcuni l’evento “favorevole” lo ha regalato la Cina. Con il coronavirus che, bloccando per tempi non ancora noti – ma certamente lunghi – ogni volontà e convenienza di impresa, è stato provvidenziale.

Così, dopo un altro anno di traccheggiamenti perché “non erano ancora disponibili tutti i dati richiesti”, il Commissario europeo alla Concorrenza, Margrethe Vestager, ha candidamente ammesso che, nell’impossibilità di concedere una nuova proroga (quella in vigore scade il prossimo 31 gennaio), senza giungere ad un verdetto se la cava informando che è ormai tempo di chiudere con un nuovo accordo tra le parti.

L’accordo tra il titolare dell’Economia francese Le Maire e il suo corrispondente Patuanelli c’è stato, nel senso che hanno pacificamente deciso che ormai la fusione non è più conveniente e ciascuno si tiene il suo a casa propria, ben finanziato dallo Stato.

Conseguenze negative per l’Italia? Per il momento, nessuna.

La Francia ha avuto ciò che desiderava fin dall’inizio, ma l’Italia non perde ciò che ancora non aveva, e mantiene ciò che ha sempre avuto.

Promesse di collaborazione futura? Quelle già in atto nel settore militare continuano, e per tutto il resto c’è impegno a collaborare e promesse di procedere assieme.

Noi, visti i precedenti, continuiamo a mantenere i nostri dubbi.

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