Mobilità

Ecco come e perché Toninelli e Tria hanno rottamato Mazzoncini da Ferrovie-Anas

di

fs anas Renzi

La decisione del governo di silurare Mazzoncini dalle Ferrovie, i motivi del ribaltone, gli obiettivi di Tria e Toninelli, i commenti degli esperti e gli scenari. Fatti, nomi, analisi e indiscrezioni nell’approfondimento di Michele Arnese

Il governo Conte fa deragliare i vertici di Ferrovie. La decisione era nell’aria, ma ieri il ribaltone è deflagrato più dirompente di quello che molti si aspettavano.

Erano note da giorni, se non da mesi, le critiche di M5S e Lega al progetto di fusione tra Ferrovie e Anas deciso dai passati governi di centrosinistra, così come la vicinanza di Renato Mazzoncini, capo azienda di Fs, a Matteo Renzi. Ma a far precipitare il tutto è stata anche la posizione del board di Ferrovie che si è stretto attorno a Mazzoncini anche se il numero uno di Fs è stato rinviato a giudizio.

Ecco informazioni, approfondimenti e indiscrezioni.

IL POST DI TONINELLI SU FACEBOOK CONTRO MAZZONCINI

Ieri il ministro dei Trasporti Danilo Toninelli ha deciso di azzerare il cda, in scadenza in primavera e rinnovato a fine 2017 dall’esecutivo guidato da Paolo Gentiloni. “Ho appena firmato la decadenza dell’intero Cda di Fs per chiudere con il passato. Siamo il governo del cambiamento e pensiamo che non esista attività industriale, soprattutto se prodotta al servizio dei cittadini, che non abbia un risvolto etico”, ha spiegato l’esponente pentastellato su Facebook.

IL CASUS BELLI SU MAZZONCINI E IL SUBBUGLIO IN CDA FERROVIE

Casus belli? Mazzoncini è stato rinviato a giudizio per truffa a Perugia per una storia di ricavi truccati per ottenere contributi alla sua vecchia società Busitalia Sita Nord. Non solo: il cda aveva anche preso in considerazione un’azione legale per resistere allo scioglimento del consiglio. Un muro contro muro cui si era sottratta soltanto la consigliera Wanda Ternau, ingegnere con master in affari legali, che aveva deciso autonomamente di dimettersi martedì, ha rivelato oggi il Sole 24 Ore. Non a caso, dunque, Mazzoncini nella lettera di saluto ai dipendenti ha tenuto a ringraziare il board, oltre ad elogiarsi.

OBIETTIVI E MEZZI DELLA DECISIONE DI TRIA E TONINELLI

Con lettera ai consiglieri firmata con il ministro dell’Economia, Giovanni Tria, Toninelli raggiunge due obiettivi. Primo: scioglie l’intero consiglio di amministrazione della holding ferroviaria. Secondo: silura Mazzoncini usando la «legge Frattini» (145/2002) che all’art. 6 sullo spoil system consente al nuovo governo di revocare le nomine fatte «nei sei mesi antecedenti la scadenza naturale della legislatura».

LA VERSIONE DEL MINISTERO

Secondo fonti del ministero delle Infrastrutture retto da Toninelli, non si può comunque derubricare la decadenza del cda come “un’occupazione di poltrone”, ma sarebbe stato il Consiglio di amministrazione che avrebbe in qualche modo costretto,”con le sue prese di posizione, il governo a questo tipo di provvedimento”.

CHE COSA SI DICE TRA I 5 STELLE

“Lo statuto avrebbe previsto l’automatica decadenza dopo il rinvio a giudizio per truffa dell’ad Renato Mazzoncini e il cda non ha voluto ottemperare a questa regola etica. Per noi del Movimento 5 Stelle però, la trasparenza rappresenta un valore imprescindibile per chi lavora al servizio dei cittadini”, spiegano i deputati M5S in commissione Trasporti alla Camera, si legge sul Sole 24 Ore.

IL DOSSIER FUSIONE

Di certo ha pesato la questione della fusione Anas-Fs, portata a termine dal board a inizio anno con l’assenso del precedente governo, e che vede la contrarietà sia di Lega che di M5S, con lo stesso Toninelli che aveva parlato essere pronto a fare marcia indietro in caso si fosse rivelata una mera operazione finanziaria. Ancora più nette sono state le critiche giunte dai sottosegretari alle Infrastrutture in quota Lega (qui l’approfondimento di Start Magazine).

LO SCENARIO

Ora il governo Conte mette fretta a Fs: in una lettera indirizzata al cda e firmata dai dicasteri Mit (Infrastrutture e Trasporti) e Mef (Economia e Finanza) si chiede di provvedere “alla convocazione d’urgenza dell’assemblea dei soci per lo svolgimento di un’assemblea in forma totalitaria da tenersi entro il 31 luglio prossimo”.

I NOMI DEL SUCCESSORE DI MAZZONCINI

Girandola di nomi, nel frattempo, su chi sarà il successore di Mazzoncini. Ieri l’Ansa che ha scritto: “I nomi in ballo – che devono avere il placet della Lega – sarebbero quelli di Giuseppe Bonomi (ex ad di Sea) e l’ex ad di Poste Massimo Sarmi”. Invece per il Sole dopo il “tramonto dell’ipotesi Bonomi, nell’ipotesi, improbabile, di un “interno” i candidabili sembrano Maurizio Gentile (ad di Rfi) e Orazio Iacono (ad Trenitalia), mentre fra gli esterni forte è il nome di Marco Piuri (ad del gruppo multinazionale Arriva), gradito al governatore lombardo Fontana”.

IL COMMENTO DEL PROF. ARRIGO

Si può tornare indietro dalla fusione? E come? Risponde a Start Magazine Ugo Arrigo, docente di economia politica e finanza pubblica all’università Bicocca di Milano, autore di diversi studi sulle Ferrovie anche a livello comparato: “L’operazione si può smontare, sebbene sia difficile tornare indietro utilizzando strumenti privatistici”. “I due gestori delle reti, ferroviaria e autostradale – aggiunge – andrebbero trasformati in un ente pubblico economico cambiandone tramite legge la natura giuridica, dopo avere portato fuori la parte del business di mercato dedicata ai treni, ossia Trenitalia”. Ieri Arrigo ha anche twittato questo:

QUALI RISPARMI?

Sui risparmi che erano stati ipotizzati dai vertici passati di Ferrovie e dai precedenti governi, nutre dubbi un altro economista esperto di trasporti, Marco Ponti: 40 milioni di risparmi annui? “Sono tutte cose verosimili ma non dimostrabili. Le economie di scala non si ottengono in modo lineare: ci sono vantaggi fino a delle soglie, superate le quali non ci sono più risparmi”, ha detto di recente.

IL NODO DEL CONTENZIOSO

Il sottosegretario alle Infrastrutture, Armando Siri (Lega), negli scorsi giorni ha riferimento a uno dei nodi della fusione, ossia “il colossale contenzioso con le ditte di costruzione e i fornitori accumulato nel corso degli anni e che ammonta alla bellezza di 9 miliardi di euro”, come ha scritto Daniele Martini in un articolo sul Fatto Quotidiano. “L’idea alla base dell’operazione su questo particolare dossier – dice a Start Magazine un addetto ai lavori che preferisce l’anonimato – è che evidentemente i governi precedenti hanno pensato che il colosso Fs fosse più in grado di Anas di spuntare oneri minori dal contenzioso che aveva Anas”.

CHE COSA SUCCEDERA’ AD ARMANI DI ANAS?

Che cosa succederà ora ai vertici di Anas che avevano accolto con entusiasmo la confluenza di Anas in Ferrovie per benefici indiretti finanziari e il superamento del nodo contenzioso. Ma nei giorni scorsi Gianni Vittorio Armani, numero uno di Anas nominato dal governo Renzi, ha espresso parole di apertura verso il nuovo corso governativo anche sul dossier Fs-Anas: “Le dichiarazioni del ministro dei Trasporti Danilo Toninelli sono quelle più sensate – ha detto a sorpresa Armani – è giusto che il governo, siccome Anas è un suo strumento, si domandi la valutazione costi benefici delle operazioni fatte da tutti i governi precedenti, perché ogni cosa deve essere valutata e giusta nel suo tempo”.

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