Il debutto nel mondo dell’auto di Xiaomi, Big Tech cinese conosciuta fino a poco tempo fa solo per la produzione di smartphone e tablet, ha dimostrato che l’industria automobilistica potrebbe ancora avere spazio per nuovi protagonisti, anche perché i pre-order in Cina hanno sorpreso la stessa azienda che ha faticato a stare dietro alla richiesta dell’utenza. Basti pensare che la YU7 ha raggiunto quota 232 mila consegne cumulative in appena dieci mesi mentre la SU7, lanciata a marzo 2026, avrebbe già raccolto oltre 80 mila ordini confermati.
IL COSTO DI POSIZIONARSI IN UN MERCATO CHE VA SATURANDOSI
Una partenza di tutto rispetto, aiutata anche dal fiorire pressoché immediato di una rete di vendita ben ramificata (490 punti vendita distribuiti in 143 città cinesi) che poteva essere attuata solo a patto di avere il capitale necessario. Come sottolinea la testata di settore CarsNewChina, pur di mantenere concorrenziali i listini (il prezzo medio delle sue auto alla spina si aggira sui 235.000 yuan, equivalenti a circa 34.600 dollari), Xiaomi ha perso nel primo trimestre 5.600 dollari per ogni vettura venduta. Nel periodo gennaio-marzo ha consegnato 80.856 vetture elettriche, in crescita del 6,6% rispetto alle 75.869 unità dello stesso trimestre del 2025.
Solo in apparenza una buona notizia, dato che nel primo trimestre 2025 Xiaomi vendeva sì meno auto, ma la perdita per auto era di “soli” 900 dollari. Nel mentre la Big Tech del Dragone ha registrato la retromarcia del margine lordo, sceso dal 23,2% al 20,1% con il conseguente aumento dei costi delle componenti elettroniche, a iniziare da quello delle memorie che sta intaccando pure il proprio business principale relativo agli smartphone e ai tablet.
XIAOMI PROVA A INFILARSI TRA BYD E GEELY
Tornando alla divisione automotive, la strategia attuale di mantenere bassi i prezzi per farsi conoscere dall’utenza e fare da terzo incomodo tra Byd e Geely (che hanno scatenato in patria una guerra commerciale che sta intaccando anche i loro bilanci) si riflette ovviamente sui conti di Xiaomi: nonostante l’ottimo posizionamento nel mercato domestico che ha fruttato ricavi per 19,9 miliardi di yuan, pari a circa 2,9 miliardi di dollari, il bilancio viene zavorrato appunto da una perdita operativa di 3,1 miliardi di yuan.
L’INCOGNITA DEL MERCATO SMARTPHONE
L’obiettivo dunque per Xiaomi è correre a perdifiato per raggiungere quel punto di rottura che le permetterà di iniziare a incassare o, quanto meno, cambiare strategia iniziando ad applicare politiche meno aggressive. Un traguardo che potrà essere però raggiunto solo arrivando in altri mercati, dato che quello casalingo inizia a dare segnali di saturazione, anche per via dell’eccessiva concorrenza (attualmente in Cina ci sono un centinaio di attori, i più nati come startup foraggiate da Pechino).

Le vendite in perdita nel settore auto a quanto pare sono state fin qua finanziate dal business dei dispositivi portatili che potrebbe iniziare a traballare se, a causa della crisi delle RAM, si vendessero meno tablet e smartphone o comunque diminuissero i margini. Fattore che pare aver iniziato a concretizzarsi: tra gennaio e marzo il colosso cinese ha spedito 33,8 milioni di dispositivi, il 19,2% in meno rispetto allo stesso periodo del 2025: un crollo considerevole che permette comunque all’azienda tecnologica di restare saldamente dietro alla sudcoreana Samsung e alla americana Apple grazie al distacco maturato nei confronti delle connazionali Oppo e Vivo, al quarto e al quinto posto dei brand maggiormente diffusi.

Non è stata però altrettanto fortunata per ciò che concerne la graduatoria dei tablet dove Xiaomi è scivolata dalla terza alla quinta a livello globale a seguito di un rallentamento di oltre 13 punti percentuale, superata da altri due marchi del Dragone, Huawei e Lenovo. Mai come in questo caso la frenata nel settore in cui Xiaomi è più forte potrebbe portare a rivedere i progetti nel campo automotive.







