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Autoscontro in Cina fra Byd e Geely, tutti i dettagli

Il forte rallentamento dei conti di Byd (e anche della sua principale avversaria, Geely) non deve affatto rallegrare le Case occidentali: se il mercato cinese è ormai saturo, tutte le energie saranno utilizzate per accaparrarsi fette di quello europeo. E infatti Pechino sbotta per l'Industrial Accelerator Act che potrebbe rappresentare un ostacolo protezionistico nella corsa dei costruttori asiatici all'espansione

Byd è senza dubbio la Casa cinese più agguerrita e temuta dai costruttori autoctoni, ma non è nemmeno la sola e, soprattutto, non se la sta passando benissimo come raccontano i suoi conti.

IL COLOSSO AUTOMOBILISTICO INCHIODA

Il marchio di Shenzhen ha dovuto ammettere un calo dell’utile netto per il quarto trimestre consecutivo e questa volta l’inchiodata è stata del 55%. Tradotto in cifre, il colosso asiatico, il solo finora a riuscire a superare Tesla nella produzione di auto elettrica, si è fermato a 4,08 miliardi di yuan, ovvero ai minimi degli ultimi tre anni. Intendiamoci, 4,08 miliardi di yuan, pari a 511,3 milioni di euro, resta un risultato mirabile soprattutto a queste latitudini, ma certificano pure l’esistenza di problemi. Anche perché nello stesso periodo i ricavi sono scesi del 12% a 150,2 miliardi di yuan, che nella nostra valuta corrispondono a 18,82 miliardi di euro.

COSA FRENA BYD

Senza troppe sorprese, dato che il fenomeno, tutt’altro che carsico, è stato seguito in modo ravvicinato qui su Start Magazine, a tamponare i risultati finanziari di Byd è stata anzitutto la guerra dei prezzi scoppiata in Cina quando il governo ha fatto terminare la quasi totalità di incentivi a pioggia attraverso cui aveva foraggiato i propri costruttori locali con l’intento di trasformarli in campioni internazionali, drogando però il mercato interno e creando una moltitudine di aziende concorrenti.

LE AZIENDE CHE TAMPONANO IL CAMPIONE NAZIONALE CINESE

Questi quattro trimestri consecutivi in ribasso vanno esaminati mantenendo in filigrana la rapida crescita dell’outsider Xiaomi, probabilmente una delle poche Big Tech ad aver mantenuto fede all’intenzione di debuttare nel mercato dell’auto (sulle sponde opposte del Pacifico si registra la retromarcia di Cupertino sul progetto dell’Apple Car) e la concorrenza di player maggiormente navigati come Geely Automobile Holdings.

ANCHE GEELY HA QUALCHE PROBLEMUCCIO

Ma la lotta interna, che Pechino ha provato a scongiurare in ogni modo, è costata caro anche a Geely che ha registrato un utile attribuibile ai soci della controllante pari a 4,17 miliardi di yuan, con un rallentamento pari a 27 punti percentuale. A zavorrare i conti del costruttore dello Hangzhou in questo caso pure l’europea Volvo. La controllata svedese di Geely ha annunciato un calo del 26% dell’utile netto nel primo trimestre, pari a 67 milioni di euro – a causa dei dazi statunitensi e di un mercato americano ostile – e un fatturato diminuito del 12% a 6,7 miliardi di euro.

UNA SITUAZIONE CHE NON DEVE FARE STARE TRANQUILLE LE RIVALI OCCIDENTALI

Con un mercato interno ormai incapace di assorbire l’immensa produzione dei tanti player autoctoni, è chiaro che l’attenzione dei marchi cinesi si rivolgerà sempre più verso nuove terre da colonizzare. E dato che gli Usa si sono già trincerati dietro alte mura commerciali, gli occhi dei costruttori di Pechino e d’intorni sono puntati sull’Europa. Le vendite all’estero di Byd non a caso sono balzate di oltre il 50% nel primo trimestre, trainata dall’impennata dei prezzi del petrolio che ha stimolato la domanda di auto elettriche. Le esportazioni hanno rappresentato circa il 45% delle consegne di Byd nel primo trimestre, mettendo l’azienda sulla buona strada per raggiungere il suo obiettivo di vendere 1,5 milioni di auto fuori dalla Cina quest’anno.

Anche l’Europa sta provando però timidamente a trincerarsi dietro politiche di stampo protezionistico per tutelare il proprio patrimonio industriale: dopo il ritocco all’insu dei dazi sulle auto elettriche made in China, l’Industrial Accelerator Act dovrebbe privilegiare soprattutto le filiere impiantate nei 27. Per questo Pechino ha già fatto sapere che “La Cina seguirà attentamente l’iter legislativo ed è pronta al dialogo”, ma “Se l’UE ignorerà i suggerimenti e insisterà nell’adottare questo testo” così come è allo stato attuale, “danneggiando gli interessi delle aziende cinesi” il Paese del Dragone “non avrà altra scelta che adottare delle contromisure”. Insomma, pure in campo automobilistico Bruxelles si trova stretta nella tenaglia commerciale di Washington e di Pechino.

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