Mobilità

Ecco cosa rischiano i fornitori italiani di Fca

di

fornitori italiani FCA

Fca pronta a lasciare i fornitori italiani? Cosa si sa e cosa si rumoreggia

Non ha certo fatto il rumore che ci si sarebbe aspettato la notizia, approfondita ieri da Start e anticipata dall’edizione torinese del Corriere, che Fca sarebbe pronta a dire addio ai fornitori italiani, nell’ottica di una razionalizzazione delle spese in vista della nascita del venturo gruppo Stellantis frutto della fusione con la francese Psa. Non ha fatto rumore nonostante l’indotto italiano del gruppo controllato da Exor sia una intricata ragnatela di fornitori e sub fornitori estesa a 58.000 operai che lavorano in circa 1.000 imprese differenti e con un volume d’affari pari, più o meno, a 18 miliardi di euro. Secondo uno studio pubblicato 2 anni fa dal Sole 24 Ore, infatti, fino al 75-80% dei componenti e sistemi di un veicolo Fiat è progettato e prodotto da ditte esterne – comunque presenti sul territorio nazionale – per poi essere assemblato negli stabilimenti del Gruppo. Dire loro addio significherebbe sganciare su di un Paese già debilitato dalla crisi economica post pandemica un ulteriore problema occupazionale dalle ricadute difficilmente immaginabili.

SI CERCA DI CAPIRE COSA VUOLE FARE FCA COI FORNITORI ITALIANI

A quanto pare, prima di prendere una posizione ben definita, sindacati e politici vogliono comprendere le reali intenzioni di Fca. Per questo, stanno passando ai raggi X la lettera inviata ieri ai fornitori italiani: «Caro fornitore, vogliamo comunicare alla sua società, per conto di Fca Italy e di Fca Poland, che il progetto relativo alla piattaforma del segmento B di Fiat Chrsyler, è stato interrotto a causa di un cambiamento tecnologico in corso. Pertanto vi chiediamo di cessare immediatamente ogni attività di ricerca, sviluppo e produzione onde evitare ulteriori costi e spese». A rischio, sarebbe insomma solo la piattaforma del segmento B come del resto ha confermato il gruppo in una nota: «Fca e Psa confermano di aver avviato discussioni per potenziali progetti di cooperazione sul segmento B separatamente da qualsiasi negoziato relativo alla fusione. Per ragioni di riservatezza e ovvi motivi antitrust, in questa fase non forniremo ulteriori dettagli». La buona notizia è che negli stabilimenti italiani non si producono utilitarie del segmento B (fatte in Polonia), quindi per logica i fornitori italiani non dovrebbero realizzare componenti per il progetto che ha ricevuto lo stop. Ma allora perché hanno ricevuto la lettera (in inglese)?

L’APPROFONDIMENTO DI SABELLA

Nella medesima lettera, si apprende anche che Fca ha raggiunto un accordo con il gruppo Psa in funzione del quale le utilitarie prodotte nello stabilimento polacco lo saranno sulla base della piattaforma transalpina Psa-Cmp, che è la base dove nascono sia auto elettriche che a motore termico: Peugeot 208, Citroen C3 e C4, Opel Corsa, ha sottolineato Giuseppe Sabella, direttore di Think-in, esperto di Industria 4.0: “il nostro Paese eccelle nella produzione di componentistica, quindi – al di là di comprensibili timori – non si capisce perché dovremmo rassegnarci al fatto che le nuove piattaforme comportino una resa dell’indotto italiano a favore di quello francese per quanto riguarda la produzione di pianali, sospensioni, impianti di scarico, gruppi motopropulsori, architettura elettronica, ovvero tutto ciò che sta sotto la pelle dell’automobile e che esce dai nostre fabbriche all’insegna della grande qualità”

COSA DICONO I SINDACATI

E se la FIOM commentando l’avvio della produzione delle mascherine chirurgiche negli stabilimenti di Mirafiori a Torino e di Pratola Serra in provincia di Avellino si limita a ricordare che «resta comunque il fatto che la missione deve essere quella di produrre veicoli e motori. La preoccupazione per il basso livello di saturazione degli stabilimenti è alta. La piena occupazione non è stata raggiunta e occorrono nuovi modelli di auto se si vuole realmente azzerare il ricorso alla cassa integrazione», oggi, il sindacalista Michele De Palma, dalla propria pagina Facebook in merito al possibile addio di FCA ai distributori italiani dichiara: «Occorre che il Governo dia risposte di politica industriale prima della fusione, perché poi sarà troppo tardi. Negli stabilimenti italiani c’è il know how che serve ma bisogna evitare di perdere volumi produttivi».

LA PREOCCUPAZIONE PIEMONTESE

Ancora più dura Monica Ciaburro, sindaco di Argentera, comune del basso Piemonte e deputato di Fratelli d’Italia che, sempre via Facebook, auspica: «Fca chiede 6,5 miliardi di contributi allo Stato e contestualmente, fondendosi con Psa, taglia ogni prospettiva a tutte quelle piccole e medie aziende dell’indotto automotive. Voglio augurarmi che il Ministro dello Sviluppo economico sappia interagire con i vertici di FCA al fine di trovare una seria e stabile soluzione, perché se l’azienda chiede aiuti di Stato non può poi cancellare le commesse ai suoi fornitori».

LA RAZIONALIZZAZIONE DEI COSTI VOLUTA DALLA FRANCIA

Il possibile addio ai fornitori italiani rientra, con ogni probabilità, all’interno di quel piano di ottimizzazione e razionalizzazione dei costi sbandierato da Carlos Tavares, futuro amministratore delegato del nascente gruppo Stellantis che racchiuderà ben 14 marchi. Effettivamente, se ciascuno dei 14 marchi continuasse ad avere distributori propri, con parti uniche, i costi resterebbero elevati. Se invece si andasse verso una uniformità delle parti (per esempio: tergicristalli tutti uguali, tanto per le Alfa Romeo quanto per le Chrysler e le Peugeot), sarebbe possibile ridurre fortemente i costi di produzione. Articolando il discorso: piattaforme (architetture), pianali, tecnologia, motori, parti in plastica e metallo andranno verso l’uniformità. Secondo Tavares, una buona razionalizzazione potrebbe comportare risparmi di gran lunga superiori a quei 3,7 miliardi di euro di costi in meno già ipotizzati quando la fusione tra Fca e Psa era agli inizi. Un risparmio per Fca, una catastrofe per migliaia di fornitori italiani la cui esistenza è stata cucita addosso, come un abito sartoriale, al Gruppo controllato da Exor dai tempi della Fiat: a seconda delle direttive che arrivavano dalla dirigenza torinese, hanno progettato e sviluppato componenti micro e macroscopici e sulla base delle consegne hanno stabilito il calendario lavorativo, i turni e acquistato materiali per la produzione e macchinari per la fabbricazione. Che ne sarà di loro dopo il matrimonio con Psa?

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