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Ecco come Fincantieri studia i programmi della Marina Usa

Fincantieri

La US Navy con il suo piano “Force Design 2045” prefigura ora una Marina davvero più consistente rispetto a quella attuale: 373 navi, alle quali si aggiungerebbero poi anche 150 circa piattaforme “unmanned”. L’articolo di Giovanni Martinelli

 

Non senza una certa sorpresa, pochi giorni fa l’Ammiraglio Mike Gilday, il Chief of Naval Operations (CNO) della US Navy e cioè l’equivalente del nostro Capo di Stato Maggiore, ha reso pubblici i propri piani destinati a ridisegnare la Marina Americana da qui al 2045.

E quel “non senza una certa sorpresa” non è casuale perché, in realtà, è almeno dal 2016 che questa stessa Forza Armata elabora una serie di progetti successivi su quella che dovrà essere la sua configurazione futura. Tanto che l’ultimo, era arrivato appena pochi mesi fa in occasione della presentazione del bilancio della Difesa USA per l’anno fiscale 2023.

Invariabilmente, il dato che emerge comunque da questo lavoro concettuale/progettuale (in corso come detto ormai da più di un lustro) è che c’è la necessità di aumentare gli assetti operativi disponibili; in primo luogo le navi. Solo che tutti i propositi di questi ultimi anni si sono poi regolarmente scontrati con una lunga serie di ostacoli; che a oggi si sono dimostrati pressoché insormontabili.

Ostacoli finanziari prima di tutto (detto senza mezzi termini, mancano le risorse per finanziare certi ambiziosi programmi di potenziamento), poi industriali (con i cantieri Americani che si dimostrano  spesso incapaci di affrontare la sfida rappresentata da aumenti della produzione) ma anche di natura concettuale (perché oggettivamente, la stessa US Navy in questi ultimi anni ha sia portato avanti programmi fallimentari che cambiato troppo spesso direzione).

Avendo comunque sempre in mente la Cina quale principale “competitor” strategico (dunque, nonostante quanto sta succedendo oggi in Ucraina, nulla cambia sul fronte della principale minaccia percepita da Washington), la US Navy con il suo piano “Force Design 2045” prefigura ora una Marina davvero più consistente rispetto a quella attuale: 373 navi, alle quali si aggiungerebbero poi anche 150 circa piattaforme “unmanned”, per un totale di oltre 500. E questo rispetto alle meno di 300 (nessuna delle quali “unmanned”) attuali.

Scendendo poi nel dettaglio, c’è la conferma del programma relativo ai 12 sottomarini lanciamissili balistici nucleari della classe Columbia; un programma importantissimo non solo per la US Navy  ma anche per l’intero apparato militare Americano. Attraverso di esso infatti, sarà garantito il rinnovamento del deterrente nucleare strategico imbarcato di Washington.

Nonostante poi le periodiche polemiche sulla loro utilità negli attuali scenari, un altro dato importante di “Force Design 2045” è la conferma della centralità delle “super-portaerei” a propulsione nucleare. Alcuni le considerano superate, troppo costose e al tempo stesso troppo vulnerabili; invece, la US Navy continua a considerarle importanti all’interno della propria flotta tanto da richiederne 12.

Altro settore oggetto di grande attenzione è quello dei sottomarini nucleari d’attacco; qui l’obiettivo dichiarato è semplice, aumentare fino a 66 (oggi sono meno di 50) la consistenza di questa componente che nelle guerre del futuro appare destinata a svolgere un ruolo sempre più importante.

Quella che potremmo definire la “grande vincitrice” di questo nuovo piano è la linea di unità da combattimento di superficie; quelle cosiddette “Large” (e cioè, i cacciatorpediniere) e quelle “Small” (le fregate). Si parla di ben 96 + 56 unità, per un dato in parte sorprendente dato che negli ultimi tempi si era registrato un certo “raffreddamento” di interesse con riferimento proprio ai cacciatorpediniere.

Per contro, la “grande perdente” diventa così la componente anfibia; qui sono infatti previste 31 grandi unità anfibie e (appena) 18 unità più piccole del tipo Light Amphibious Warship (LAW); laddove invece nei piani soprattutto dei Marines (che poi sono i principali utilizzatori proprio di tutti questi tipi di navi), gli obiettivi precedenti erano diversi e cioè con numeri più elevati.

La “Combat Logistic Force”, costituita dalle unità logistiche, ausiliarie e di supporto, è previsto che si assesti sul livello di 82 unità. Questo mentre i numeri sono ancora vaghi (150 circa, come detto) sul fronte delle piattaforme “unmanned” di superficie e subacquee. Del resto, si parla di un settore che si trova in una fase forte sviluppo e, quindi, molto deve essere ancora esplorato nonché capito.

Peraltro, il percorso di crescita immaginato non si esaurisce al tema delle sole navi; la Marina Americana prevede infatti disporre in futuro anche di circa 1.300 velivoli da combattimento per le proprie portaerei, 900 velivoli (aerei ed elicotteri) per compiti di “Anti-Submarine” e “Anti-Surface Warfare” (ASW e ASuW), oltre ad altri 750 circa di vario altro tipo.

Sono numeri “impressionanti”, che richiederanno sicuramente ben altre risorse rispetto a quelle oggi disponibili; sia sul fronte dell’acquisto di nuovi sistemi, sia su quello della loro operatività. Oltreché una sfida dal punto di vista industriale (e tecnologico) di non poco conto. Elementi sulla base dei quali, non a caso, diventa lecito esprimere più di un dubbio sulla effettiva riuscita di questo piano.

A margine, infine, una considerazione che riguarda Fincantieri; come appena visto, la Marina Americana intende ampliare la propria linea di fregate della classe Constellation. Cioè proprio il progetto derivato dalle Fremm e che ha visto la stessa Fincantieri affermarsi in un’accesa competizione. Le 56 unità oggi previste rappresentano dunque un (potenziale) portafoglio ordini di tutto rispetto.

Ma per il nostro gruppo cantieristico le buone notizie potrebbero non finire qui, dato che esso è ancora parte della competizione per le appena ricordate LAW;  mentre anche nel settore “unmanned” la stessa Fincantieri è ancora in gara per la realizzazione delle Large Unmanned Surface Vessel (LUSV). A dimostrazione dunque del fatto che la scelta di affacciarsi sul mercato americano fatta a suo tempo (e che ha portato anche allo sviluppo del programma per le Littoral Combat Ships, (LCS) è stata, evidentemente, una scelta vincente.

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