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I piani della Marina americana per i suoi (futuristici) “droni” navali di superficie

L’approfondimento di Giovanni Martinelli per Analisi Difesa sulle ultime strategie del Pentagono

 

Per quanto un simile passaggio fosse già stato anticipato mesi addietro, il suo effettivo completamento rappresenta comunque un momento quasi “storico”. Lo Strategic Capabilities Office (o SCO, cioè quel particolare ufficio del Pentagono che si occupa di sviluppare capacità militari innovative, ha terminato il proprio “Project Overlord”; di conseguenza, le 4 navi che facevano parte di questo stesso progetto saranno trasferite alla US Navy.

Un avvenimento che, a una prima impressione, potrebbe anche sembrare poco rilevante; dopo tutto, la Marina Americana allinea centinaia di navi. Sennonché, quelle in questione non sono piattaforme come tutte le altre in quanto “unmanned”; un termine tecnico spiegabile in maniera semplice, con il fatto cioè che su di esse non è prevista la presenza di persone. Dunque, si tratta di unità navali condotte e controllate a distanza.

È infatti proprio questa una delle nuove frontiere di sviluppo su cui sta puntando la US Navy, perfettamente inseribile nelle sue più recenti dottrine operative. In particolare, quelle della “Distributed Maritime Operations” e della “Distributed Lethality”; a fattor comune di entrambe, il concetto di “distribuzione”, da intendersi come forze navali per l’appunto disperse nella vastità dei mari per diminuire la loro vulnerabilità ma anche per distribuire al meglio la propria potenza di fuoco. Il tutto rendendo più difficile le operazioni al nemico.

Con le navi “unmanned”, la Marina Americana stessa conta così di aumentare quelle complessivamente a propria disposizione, con l’ulteriore vantaggio rappresentato da costi di acquisto e operativi più bassi rispetto a quelle più “tradizionali” con equipaggio a bordo. Inoltre, queste nuove unità promettono di essere più flessibili sotto vari punti di vista; per non parlare del fatto che, potenzialmente, possono anche essere considerate più “spendibili” proprio perché prive di personale imbarcato.

Scendendo poi nel dettaglio, la US Navy immagina di far operare 2 diversi tipi di “droni” navali; le Medium Unmanned Surface Vessels (MUSV) e le Large Unmanned Surface Vessels (LUSV). Per le MUSV è anche già stato assegnato un contratto all’azienda L3Harris per una prima nave, più altre 8 in opzione. L’unità in questione sarà lunga poco più di 59 metri e con le altre di questo tipo, l’obiettivo è di impiegarle in compiti di Intelligence, Sorveglianza, Ricognizione (o ISR) e guerra elettronica. Anche se sono pur sempre possibili altri impieghi.

Più sofisticate invece saranno le LUSV; ma pure più grandi dato che ipotizzano lunghezze anche superiori a 90 metri. Ad ampliarsi poi, ovviamente sarebbe anche il pacchetto di sistemi installati a bordo; in tutto o in parte si potrebbero ritrovare quelli già previsti per le unità più piccole, anche se a fare la differenza in questo caso sarebbero proprio i sistemi d’arma imbarcati.

Nei piani della US Navy è infatti prevista la presenza anche di sistemi di lancio verticali (Vertical Launch System, o VLS) a 16 o 32 celle; le LUSV potrebbero così ospitare decine di missili: antiaerei, antinave e per l’attacco a a terra. Di fatto, almeno in una prima fase, queste piattaforme opererebbero in “team” con le navi per così dire convenzionali, garantendo loro la funzione di “magazzino aggiuntivo” di missili, da impiegare per la difesa dei gruppi navali di cui faranno parte e per l’offesa nei confronti di altre piattaforme o bersagli terrestri.

Mano a mano che poi tecnologie e tattiche evolveranno, l’intento è quello di rendere sia le LUSV che le MUSV ancora più indipendenti. In questo senso, c’è da dire che l’insieme delle unità sperimentali a disposizione della Marina di Washington (le 4 già accennate, e cioè Nomad, Ranger, Vanguard e Mariner, più Sea Hunter e Seahawk) stanno conducendo intense sperimentazioni.
Tra le più significative si segnalano alcune lunghe navigazione condotti in (quasi) totale “autonomia”, le attività di integrazione con altre navi ma anche con altri assetti operativi nonché, infine, anche il lancio di un missile.

Le premesse (e le promesse) sono dunque importanti; l’arrivo di questo “droni” navali di superficie presenta grandi potenzialità. Per certi versi, si potrebbe anche utilizzare la parola: rivoluzione.

Al tempo stesso però, logica vuole che l’intera questione sia affrontata con prudenza. Le sfide tecnologiche (ma anche di altro tipo) sono infatti numerose; dalla affidabilità di imbarcazioni destinate e operare in un ambiente severo come quello marino ma senza uomini a bordo, alla disponibilità di efficienti sistemi di comando, controllo e comunicazioni perché rimangano sempre in contatto con le stazioni di controllo remote, fino ad arrivare a uno dei temi più cruciali e cioè lo sviluppo di sistemi di Intelligenza Artificiale per rendere queste navi (potenzialmente) autonome dall’uomo.

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