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Con Glencore Tesla è alla ricerca della sua miniera d’oro?

Elon Musk Twitter Tesla Glencore

Tesla, che ha già intenzione di costruire una raffineria di idrossido di litio sulla costa del Golfo del Texas, potrebbe acquisire il 10-20% delle quote di Glencore, colosso minerario anglo-svizzero, fornitore di GM e BMW

 

Secondo il Financial Times, che in merito ha sentito “due persone che hanno familiarità con la questione”, il costruttore americano di auto elettriche Tesla starebbe per acquisire il 10-20% delle quote di Glencore, colosso minerario anglo-svizzero impegnato nella produzione di cobalto, nichel, rame e altri minerali (ma non litio) e attivo pure nel riciclo di batterie.

TESLA VUOLE GLENCORE?

La trattativa sarebbe nata nel 2021 e proseguita a marzo di quest’anno, dopo una visita di Gary Nagle, Ceo di Glencore, all’impianto Tesla a Fremont. I dialoghi, ricostruisce il quotidiano della City, si erano poi fermati per preoccupazioni di Elon Musk e soci legate alle estrazioni di carbone dell’azienda, che rischierebbero di impattare contro i target ambientali della Casa.

 

Tuttavia, Musk non ha smesso di pensare a quelle miniere. Glencore PLC, multinazionale elvetica della famiglia Glansenberg, dalla capitalizzazione di Borsa da più di 60 miliardi, possiede circa un terzo delle forniture di cobalto tramite le sue controllate nella Repubblica Democratica del Congo, Australia e Canada. Tesla aveva già bussato alla porta dei Glansenberg due anni fa per siglare un accordo per rifornire con 6.000 tonnellate di cobalto all’anno le sue gigafactory in Cina e Germania.

Non è però la prima volta che Tesla fa intuire la propria intenzione di voler fare uno o più passi più in là per prendere parte anche a quel comparto. La scorsa primavera, ovviamente su Twitter, il patron della mobilità elettrica cinguettò: “I prezzi del litio sono saliti alle stelle! Tesla potrebbe essere costretta a entrare direttamente nel settore dell’estrazione e della raffinazione su scala, a meno che i costi non migliorino”.

Proprio la vicenda Twitter, che ora cinguetta dalle mani dello stesso Musk, dovrebbe insegnarci che c’è un limite molto labile, per l’Ad di Tesla, tra boutade e intenzione seria. Tesla, che ha già intenzione di costruire una raffineria di idrossido di litio sulla costa del Golfo del Texas, renderebbe la gigafactory tedesca, alle porte di Berlino, il cuore di questa possibile operazione con il soggetto elvetico. Del resto, l’auto elettrica sta ridisegnando la filiera automotive in senso globale e sono molte le case automobilistiche che stringono accordi direttamente coi colossi minerari. Accordi che potrebbero essere anticamera di partecipazioni societarie.

I NUMERI DI TESLA

La Casa dell’auto EV ha chiuso il terzo trimestre, quello da luglio a settembre, con ricavi per la prima volta nella sua storia superiori ai 20 miliardi di dollari: per la precisione a 21,45 miliardi, in crescita del 56% sul medesimo periodo dell’anno scorso e in deciso miglioramento rispetto alla prima parte dell’anno, quando diversi rallentamenti in Cina, per alcuni colpi di coda del Covid, avevano bloccato la produzione nel maxi stabilimento di Shanghai, cuore della strategia industriale sapientemente messa in piedi da Musk.

Tesla, insomma, resta una scheggia: se tra i primi tre mesi e i successivi tre il fatturato era calato da 18,756 miliardi a 16,934 miliardi, ora ha effettuato un balzo a 18,7 miliardi, con il contributo della vendita di crediti ambientali attestarsi a 286 milioni, il 3% in più rispetto a un anno fa, anche se meno della metà rispetto ai 679 milioni del primo trimestre.

Il conto economico ha beneficiato soprattutto del contenimento dei costi operativi, saliti di appena il 2%, mentre le spese del business automobilistico, passate da 10,52 a 13,48 miliardi, sono sì cresciute ma un tasso in linea con quello dei ricavi. Il margine operativo è tornato sopra il 15%, salendo dal 14,6% al 17,2%, mentre l’incidenza dell’Ebitda sul fatturato è risultato stabile al 23,2%. In crescita anche i profitti netti, migliorati del 75% a 3,65 miliardi, con l’utile per azione aumentato del 69% a 1,05 dollari, poco sopra i 99 centesimi attesi dagli analisti. Infine, i flussi di cassa positivi per 3,3 miliardi, quasi il triplo rispetto agli 1,33 miliardi di un anno fa anche grazie a investimenti a 1,8 miliardi.

SCAVANDO A FONDO…

Insomma, tutto perfetto? Non proprio, perché Tesla al momento brucia record su record, ma da certe altezze è poi sempre più facile rovinare al suolo. Tra le incognite che minacciano il futuro dell’auto elettrica dell’imprenditore sudafricano, oltre ai problemi, già emersi nei giorni scorsi da un report interno, legati alla logistica, ovvero al trasporto delle auto su navi e camion, anche quelli del costo delle materie prime che potrebbero costringere il Colosso di Austin a ritoccare all’insù i propri listini.

Da qui, appunto, la necessità di entrare direttamente da player nel mercato delle estrazioni, così quantomeno da accorciare il più possibile la filiera. Anche perché in Cina, dove lo Stato è azionista sia delle case automobilistiche, sia delle miniere, di fatto quella è la regola e permette ai marchi del Dragone di essere particolarmente competitivi quando arrivano sui mercati occidentali.

E Glencore per Tesla è senza dubbio un obiettivo strategico, dato che la realtà anglo-svizzera ha già siglato accordi con produttori di batterie coreani, come SK Innovation e Samsung SDI, come pure di rifornimento con altri produttori di auto come BMW e GM. Tesla, potrebbe insomma trovarsi nel comodo ruolo di rivale e fornitore degli altri attori dell’automotive.

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