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Quanto spendono gli Stati Uniti per non aiutare i Paesi più poveri

Meglio sprecare soldi e aiuti piuttosto che donarli. È questa la politica scelta dall'amministrazione Trump che pur di non inviare contraccettivi nei Paesi a basso reddito preferisce pagare 25.000 dollari al mese per tenerli bloccati in un magazzino in Belgio, dove nel frattempo sono diventati inutilizzabili. Fatti e numeri

 

Tra una guerra di qua e una di là e una situazione economica che non fa stare sereno nessuno, è finito già nel dimenticatoio il piano di tagli agli aiuti umanitari messo in atto a inizio mandato dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump. Eppure, mentre l’attenzione internazionale si sposta altrove, le conseguenze continuano a sedimentarsi in silenzio, tra magazzini pieni, farmaci che scadono e decisioni sospese che finiscono per trasformarsi in costi ricorrenti e pericolose conseguenze per la salute – specialmente delle donne – a livello globale.

IL COSTO DELL’INERZIA

È in questo scenario che emerge il caso più recente, riportato da Reuters, secondo cui gli Stati Uniti stanno pagando quasi 25.000 dollari al mese per conservare in Belgio contraccettivi acquistati per programmi di pianificazione familiare nei Paesi più poveri, oggi in gran parte inutilizzabili. Si tratta di scorte del valore complessivo di circa 9,7 milioni di dollari, ferme da quando gli aiuti esteri sono stati congelati, e che avrebbero dovuto raggiungere cliniche e programmi sanitari in Africa e altre aree a basso reddito. Nel frattempo, il costo della loro gestione e trasporto ha già superato i 360.000 dollari in poco più di un anno, mentre la loro utilità si è progressivamente dissolta nello stallo amministrativo.

LO SPRECO DELLE FORNITURE

Il blocco iniziale degli aiuti ha avuto effetti immediati, ma il deterioramento delle scorte è arrivato nei mesi successivi, quando parte dei contraccettivi è stata spostata senza adeguate condizioni di conservazione. Secondo un rapporto dell’Ufficio dell’ispettore generale dell’ex Usaid, circa 8 milioni di dollari di materiali sarebbero diventati inutilizzabili dopo il trasferimento, mentre solo una frazione residua risultava ancora potenzialmente utilizzabile prima di ulteriori ritardi e mancate decisioni sulla distribuzione. In parallelo, un memorandum interno citato lo scorso marzo dal New York Times descriveva una situazione in cui fino a 8,1 milioni di dollari di contraccettivi erano già compromessi a causa di stoccaggio non refrigerato e logistica interrotta.

DECISIONI REVOCATE E STALLO ISTITUZIONALE

Nel corso del tempo, le scelte operative si sono susseguite senza stabilità. In un primo momento era stato disposto il trasferimento e persino lo smaltimento delle scorte, poi parzialmente sospeso e infine revocato. In questo alternarsi di direttive, le forniture sono rimaste sospese tra magazzini e siti di transito, senza una destinazione finale definita. Il documento interno citato dal Nyt evidenziava anche la presenza di proposte per la donazione a organizzazioni umanitarie come Médecins Sans Frontières.

Tuttavia, queste ipotesi non sono state portate avanti anche per il timore che la scelta potesse generare forte attenzione mediatica e diventare oggetto di polemiche politiche negli Stati Uniti. In particolare, una possibile donazione all’estero rischiava di essere interpretata come una decisione controversa sul piano ideologico, riaccendendo il dibattito interno sui finanziamenti alla contraccezione nei programmi di aiuto internazionale e attirando critiche da parte di settori contrari a questo tipo di assistenza.

In questo contesto, la prudenza politica e il rischio reputazionale hanno contribuito a bloccare le decisioni operative, lasciando le forniture in una condizione di sospensione prolungata.

UN SISTEMA DI AIUTI INTERROTTO E CLINICHE SENZA FORNITURE

Il quadro si inserisce in una più ampia riduzione dell’impegno statunitense nei programmi di pianificazione familiare, descritta da più analisi come uno dei cambiamenti più radicali degli ultimi decenni. In diversi Paesi africani e asiatici, le organizzazioni sanitarie hanno segnalato la chiusura di migliaia di cliniche e una crescente carenza di contraccettivi essenziali, dalle pillole fino ai dispositivi intrauterini. Secondo dati diffusi dalla International Planned Parenthood Federation, oltre 1.300 punti di servizio sarebbero stati chiusi e milioni di persone avrebbero perso l’accesso ai servizi di salute riproduttiva.

IL PREZZO PAGATO DALLE DONNE

La riduzione dei finanziamenti statunitensi non ha colpito solo le forniture, ma ha inciso direttamente sulla possibilità concreta delle donne di accedere ai servizi di pianificazione familiare. In molte aree rurali e periferiche, dove i programmi finanziati dagli aiuti esteri rappresentavano spesso l’unica rete sanitaria disponibile, la chiusura delle cliniche ha significato la scomparsa immediata dei punti di distribuzione dei contraccettivi e dei servizi di consulenza.

Per molte donne questo si traduce in una perdita di autonomia sulle scelte riproduttive: non poter più accedere alla pillola o ai dispositivi intrauterini significa dover affrontare gravidanze non pianificate senza strumenti di prevenzione, oppure ricorrere a metodi meno sicuri o non controllati dal sistema sanitario. In alcuni contesti, l’assenza di personale sanitario e la riduzione delle visite comunitarie rendono anche difficile ottenere informazioni affidabili o assistenza continuativa.

Le conseguenze si amplificano dove i servizi erano integrati con altre forme di assistenza, come la salute materna, la prevenzione dell’HIV o il supporto post-violenza: la chiusura delle strutture interrompe più livelli di cura contemporaneamente. In questo vuoto, le donne con meno risorse economiche o che vivono lontano dai centri urbani risultano le più esposte, perché non hanno alternative private né possibilità di spostarsi facilmente per accedere ai servizi rimasti attivi.

UNA POLITICA DI TAGLI

Le decisioni si inseriscono in una strategia più ampia di riduzione degli aiuti internazionali. Secondo varie analisi citate nei report sanitari globali, gli Stati Uniti rappresentavano circa il 40% dei finanziamenti mondiali per la contraccezione fino al 2024, sostenendo programmi che raggiungevano decine di milioni di donne. Il progressivo ritiro di questi fondi ha coinciso con la chiusura o il ridimensionamento di centinaia di progetti sanitari e con una riallocazione delle risorse verso settori considerati prioritari come HIV, malaria e tubercolosi, lasciando scoperti molti servizi di prevenzione e pianificazione familiare.

In questo contesto, il costo dei contraccettivi rimasti bloccati in Europa e quello della loro gestione diventano solo una parte visibile di un sistema più ampio, dove decisioni politiche e logistiche si intrecciano con bilanci pubblici, spese ricorrenti e servizi sanitari interrotti in decine di Paesi a basso reddito.

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