Alla fine è stato il centrodestra a fermare una riforma che era nata dentro la stessa maggioranza. Dopo settimane di trattative, pressioni e tensioni crescenti con i sindacati dei medici di famiglia, il governo ha deciso di rinunciare al decreto legge sulla medicina territoriale. Sullo sfondo restano le scadenze del Pnrr e il nodo delle Case di comunità da rendere operative, ma il caso ha soprattutto fatto emergere divisioni profonde nel centrodestra, fino a provocare uno scontro aperto con alcune Regioni e la dura reazione dell’assessore al welfare della Lombardia, Guido Bertolaso.
UNA RIFORMA CHE NON VEDRÀ LA LUCE
La riforma della medicina territoriale promossa dal ministro della Salute Orazio Schillaci è stata ufficialmente accantonata nella sua versione originaria. Il progetto prevedeva un intervento organico sul ruolo dei medici di medicina generale, destinato a incidere sull’organizzazione dell’assistenza sul territorio e sul funzionamento delle Case di comunità finanziate dal Pnrr.
Il punto più controverso riguardava il passaggio alla dipendenza di una quota limitata di medici di famiglia e di specialisti, oggi convenzionati con il Servizio sanitario nazionale (Ssn) come liberi professionisti. L’obiettivo era garantire personale stabile nelle nuove strutture territoriali, soprattutto nelle aree dove risulta più difficile coprire i servizi. La bozza conteneva inoltre altre misure, come la specializzazione in medicina generale e una revisione dei modelli organizzativi dell’assistenza territoriale.
IL PASSO INDIETRO DEL GOVERNO
La decisione di fermare il decreto è stata comunicata agli assessori regionali alla Sanità dal capo di gabinetto del ministero della Salute, Marco Mattei. Al posto della riforma si punta ora a una soluzione molto più limitata, che dovrebbe essere inserita nella convenzione con i medici di famiglia oppure introdotta attraverso un emendamento normativo.
L’ipotesi attualmente sul tavolo, scrive Il Sole 24 Ore, consiste nell’obbligo per i medici di medicina generale di svolgere almeno sei ore settimanali nelle Case di comunità. Si tratta di una misura considerata necessaria per garantire la presenza di professionisti nelle strutture che dovranno raggiungere i target fissati dal Pnrr entro la fine di giugno. Secondo fonti del ministero, l’obiettivo di rafforzare la medicina territoriale e assicurare la presenza dei medici nelle Case di comunità resta invariato, anche se attraverso strumenti diversi rispetto a quelli inizialmente previsti.
LE DIVISIONI NEL CENTRODESTRA
L’aspetto più significativo della vicenda riguarda però il piano politico. La riforma era stata elaborata dal ministero della Salute con il sostegno delle Regioni e aveva trovato particolare appoggio in amministrazioni guidate dal centrodestra, come Lombardia, Lazio e Veneto. Nonostante questo, il progetto si è progressivamente arenato all’interno della stessa maggioranza che lo aveva promosso.
Stando al Sole, le pressioni esercitate dai sindacati dei medici di famiglia hanno contribuito a modificare gli equilibri politici. Forza Italia si sarebbe opposta fin dall’inizio all’ipotesi della dipendenza, posizione alla quale si sarebbero successivamente allineate anche Lega e membri di Fratelli d’Italia. In questo quadro si inseriscono anche le indiscrezioni secondo cui la presidente del Consiglio Giorgia Meloni avrebbe invitato Schillaci a rallentare il percorso della riforma.
I RETROSCENA E L’ISOLAMENTO DI SCHILLACI
La marcia indietro ha evidenziato l’isolamento politico di Schillaci. Repubblica racconta di un ministro determinato a non abbandonare il progetto e convinto della necessità di una riforma strutturale per dare un futuro alle Case di comunità. “Io vado avanti. La riforma non si ferma, perché serve ai cittadini”, avrebbe confidato ai collaboratori.
Lo stesso ministro avrebbe sottolineato come il problema non riguardi soltanto lo status professionale dei medici di famiglia ma l’intero modello dell’assistenza territoriale. “La riforma serve soprattutto alle Case di Comunità, non bisogna concentrarsi sullo status dei medici di famiglia”, è una delle riflessioni attribuitegli. Tuttavia, il crescente fronte contrario all’interno della maggioranza e l’azione di lobbying esercitata dalle organizzazioni sindacali avrebbero progressivamente ridotto gli spazi politici per procedere con il decreto.
LA PROTESTA DELLA LOMBARDIA
La reazione più dura è arrivata dalla Lombardia. Durante la riunione con il ministero, l’assessore regionale al Welfare Guido Bertolaso avrebbe espresso “profondo dissenso e immensa amarezza” per la scelta di accantonare la riforma.
Bertolaso, riferisce Repubblica, ha lasciato il tavolo annunciando le dimissioni dal ruolo di vice coordinatore della Commissione Salute della Conferenza delle Regioni. L’assessore lombardo era stato uno dei principali sostenitori del progetto e riteneva necessario un intervento più ampio rispetto al solo obbligo delle sei ore nelle Case di comunità. “Abbiamo lavorato tre mesi sul testo, eravamo tutti d’accordo. È una vicenda avvilente”, avrebbe affermato durante il confronto con i rappresentanti del ministero.
L’ESULTANZA DEI SINDACATI…
Lo stop al decreto è stato accolto con favore dalle organizzazioni dei medici di famiglia, che avevano contestato il metodo seguito dal governo e soprattutto l’ipotesi della dipendenza. Il segretario della Federazione italiana medici di medicina generale (Fimmg), Silvestro Scotti, ha sostenuto che “così come era, la riforma sarebbe stata un boomerang, ora siamo pronti a ragionare insieme”. Anche il Sindacato medici italiani ha chiesto di aprire un nuovo confronto sulla convenzione e sull’organizzazione del lavoro nelle Case di comunità.
…E LE ACCUSE DELL’OPPOSIZIONE
Di segno opposto le reazioni delle opposizioni, che hanno letto il ritiro del provvedimento come il risultato di una guerra interna alla maggioranza. “Una riforma annunciata come decisiva viene ritirata perché Fratelli d’Italia, Forza Italia e Lega si sono fatte la guerra”, ha dichiarato la deputata del Pd Ilenia Malavasi, mentre la senatrice Sandra Zampa, capogruppo del Pd nella Commissione Sanità, affari sociali, lavoro, ha denunciato l’esclusione del Parlamento dal confronto sulla riforma, chiedendo chiarimenti sulle ragioni che hanno portato al suo accantonamento.
Dura anche la posizione dei parlamentari del Movimento 5 Stelle delle Commissioni Affari sociali di Camera e Senato, che hanno parlato di un “ministro commissariato”. Secondo gli esponenti pentastellati, lo scontro interno alla maggioranza rischia di compromettere il percorso di rafforzamento della sanità territoriale e di lasciare prive di personale le Case di comunità realizzate con i fondi del Pnrr. Il M5s ha inoltre accusato il governo di non aver stanziato risorse sufficienti per il personale e di aver trasformato il confronto tra ministero, partiti di maggioranza e Regioni in “un disastro per i cittadini”.







