Fino a che punto si può mediare? È la domanda che torna a pesare sulla giunta di Alessandra Todde dopo il sit-in organizzato ieri davanti al Consiglio regionale della Sardegna da quattordici associazioni, sindacati e movimenti, tra cui Italia Nostra Sardegna, Movimento Nonviolento Sardegna, A Foras, Usb Sardegna, Cobas, Assotziu Consumadoris Sardigna e diversi comitati impegnati da anni contro l’ampliamento dello stabilimento del gruppo tedesco Rheinmetall. I manifestanti hanno chiesto un confronto con il presidente dell’Assemblea Piero Comandini e con i capigruppo, contestando la scelta della giunta Todde di non assumere direttamente la decisione sulla Valutazione di impatto ambientale e di sostenere davanti al Tar il decreto del commissario ad acta. Per i promotori della protesta, la Regione deve ormai scegliere “da che parte stare” e interrompere quello che a loro avviso è il sostegno all’espansione dell’industria bellica nell’isola.
DALLA FABBRICA MINERARIA AL RIARMO EUROPEO
L’ultima protesta è soltanto l’approdo più recente di una vicenda che da quasi un anno tiene insieme industria della difesa, scontro istituzionale e tensioni dentro la maggioranza di centrosinistra che governa la Sardegna. Una storia che racconta anche quanto sia difficile conciliare le nuove priorità strategiche dell’Europa con le sensibilità politiche di una coalizione costruita attorno al cosiddetto campo largo.
Rwm Italia è la controllata italiana del gruppo tedesco Rheinmetall, uno dei protagonisti del riarmo europeo. Lo stabilimento di Domusnovas nasce nel 2010, quando la società acquisisce un vecchio impianto destinato agli esplosivi per l’industria mineraria. Oggi produce bombe d’aereo, munizioni e altri sistemi d’arma destinati soprattutto ai Paesi Nato e, negli ultimi mesi, ha avviato anche la produzione di munizioni circuitanti – i cosiddetti droni kamikaze – sviluppate insieme alla società israeliana UVision Air, come riportato anche da Startmag. Accanto al sito sardo, Rwm dispone anche degli stabilimenti di Ghedi e Torino, mentre in Sardegna si concentra la produzione degli ordigni.
Negli ultimi anni l’impianto è diventato uno degli asset italiani più rilevanti nella nuova politica industriale della difesa. La guerra in Ucraina, il rafforzamento delle capacità militari europee e i programmi di riarmo hanno cambiato il ruolo della Rwm: da azienda finita al centro delle polemiche per l’export verso Arabia Saudita ed Emirati a impianto considerato strategico per rafforzare la capacità produttiva europea. È proprio in questo contesto che si inserisce il progetto di ampliamento dello stabilimento, destinato a incrementare la produzione, stabilizzare centinaia di lavoratori e creare nuovi posti di lavoro in un territorio storicamente segnato dalla crisi industriale del Sulcis. Ma è lo stesso progetto che ha alimentato una lunga battaglia giudiziaria e politica.
Il nodo nasce anche dall’iter autorizzativo. I nuovi reparti vengono realizzati senza che sia stata completata preventivamente la Valutazione di impatto ambientale. Le associazioni ambientaliste e pacifiste sostengono che l’intervento sia stato artificiosamente suddiviso in più progetti per evitare una valutazione complessiva degli effetti ambientali. Dopo una lunga battaglia legale, nel 2021 il Consiglio di Stato dà ragione ai ricorrenti, annulla la precedente decisione della Regione e impone una Valutazione di impatto ambientale completa sull’ampliamento dello stabilimento. Da quel momento la palla passa alla Regione Sardegna.
LO STALLO DELLA REGIONE E L’INTERVENTO DEL GOVERNO
Con l’arrivo della giunta Todde la questione assume però una dimensione politica. A settembre 2025 l’esecutivo regionale decide un supplemento di istruttoria, spiegando che un ampliamento di una fabbrica di armamenti richiede ulteriori approfondimenti e coinvolge competenze trasversali. La presidente rivendica la necessità di “tutte le garanzie”, ricordando al tempo stesso il rispetto dovuto ai lavoratori ma anche i possibili impatti sul territorio. Poche settimane dopo anche il Tar censura però i ritardi della Regione e ordina di concludere il procedimento entro sessanta giorni, avvertendo che, in caso contrario, sarebbe intervenuto il ministero dell’Ambiente.
Lo stallo finisce presto anche sul tavolo del governo. Già nell’autunno del 2025 il ministro delle Imprese e del made in Italy Adolfo Urso convoca al Mimit un confronto dedicato al dossier Rwm e sollecita una rapida conclusione dell’iter autorizzativo, considerato strategico per la filiera nazionale della difesa. Quando diventa evidente che la Regione non riuscirà a chiudere la procedura nei tempi fissati dal Tar, l’esecutivo decide di intervenire direttamente.
IL COMMISSARIAMENTO E LA FRATTURA NEL CAMPO LARGO
È qui che il caso regionale diventa nazionale. Da una parte il governo Meloni considera Rwm un’infrastruttura industriale strategica per la filiera della difesa; dall’altra Todde deve fare i conti con una maggioranza nella quale convivono il Pd, il Movimento 5 Stelle e forze come Sinistra Italiana, Avs e Sinistra Futura, molto più vicine alle posizioni dei movimenti contrari all’espansione dello stabilimento.
Il braccio di ferro si conclude con il commissariamento. Dopo mesi di stallo, il procedimento passa alla struttura del ministero dell’Ambiente. A febbraio 2026 il governo nomina commissaria ad acta Orsola Reillo, chiamata a sostituirsi alla Regione nella conclusione dell’iter autorizzativo. Sarà proprio Reillo a firmare il decreto che rilascia la Valutazione di impatto ambientale ex post, sbloccando il progetto di ampliamento. La scelta scatena nuove polemiche: il centrodestra accusa la giunta di inerzia, mentre a sinistra arrivano contestazioni durissime sia dai movimenti sia da Potere al Popolo, che chiede addirittura ai rappresentanti di Avs e Sinistra Futura di lasciare la maggioranza regionale.
IL RICORSO AL TAR E LE DIVISIONI DELLA MAGGIORANZA
Ma la fase più delicata arriva davanti ai giudici amministrativi. Sono Italia Nostra Sardegna, A Foras, Usb Sardegna, Movimento Nonviolento Sardegna, il Comitato per la riconversione della Rwm e Assotziu Consumadoris Sardigna, insieme ad altre realtà della società civile, a impugnare davanti al Tar il decreto con cui la commissaria ad acta Reillo, nominata dal governo Meloni, ha rilasciato la Via ex post.
A sorpresa, la Regione decide di costituirsi in giudizio chiedendo il rigetto del ricorso e difendendo la legittimità del provvedimento. Una scelta che provoca un terremoto politico: Sinistra Italiana e Sinistra Futura prendono pubblicamente le distanze dall’esecutivo, parlano di un grave errore politico e chiedono alla presidente Todde di cambiare linea, mentre l’assessora all’Ambiente Rosanna Laconi rivendica la costituzione in giudizio come un atto dovuto per tutelare l’amministrazione da possibili richieste risarcitorie. Il Tar respinge la richiesta di sospendere il decreto, ma mantiene aperto il giudizio di merito, fissando l’udienza decisiva per il gennaio 2027.
LA PROTESTA TORNA IN PIAZZA
È proprio questo quadro ad aver riportato ieri in piazza i comitati. Per gli oppositori della Rwm, la Regione avrebbe ormai rinunciato a esercitare pienamente le proprie prerogative, accettando una linea che favorirebbe l’espansione dell’industria bellica nell’isola. Per la giunta, invece, il confine tra valutazioni politiche e obblighi amministrativi resta decisivo. Ma è una distinzione che, almeno sul piano politico, fatica a convincere una parte della stessa maggioranza.






