Siamo quello che mangiamo, ma se è qualcun altro a decidere per noi cosa dobbiamo mangiare allora diventiamo quello che vogliono gli altri. Gli “altri”, secondo il think tank IPES-Food, sono i giganti del settore tech e i signori dell’agrochimica, i quali stanno ridisegnando ciò che finisce sulle nostre tavole attraverso algoritmi e piattaforme cloud.
Il loro nuovo rapporto Head in the Cloud lancia l’allarme su una digitalizzazione forzata che, pur promettendo sostenibilità, rischia di consegnare le chiavi del sistema alimentare a poche multinazionali, soffocando l’autonomia di chi la terra la lavora davvero. Mentre colossi come Google, Microsoft, Amazon, IBM e Alibaba si uniscono ai leader del settore sementiero e dei macchinari, miliardi di dollari di fondi pubblici vengono scommessi su un modello che esternalizza le decisioni vitali degli agricoltori a codici informatici distanti, ignorando le soluzioni locali già esistenti.
L’ALLEANZA TRA AZIENDE AGROCHIMICHE E BIG TECH
L’innovazione agricola non è un processo neutro, ma una scelta profondamente politica che riflette specifici sistemi di potere, afferma la ricerca. Attualmente, il termine “innovazione” è diventato una parola d’ordine, spesso presentata come una panacea per ogni problema dei sistemi alimentari e agricoli, ma finisce per diventare sinonimo solo di intelligenza artificiale e bioingegneria.
Aziende come Bayer, BASF, Corteva, Syngenta, Nutrien, John Deere, AGCO e CNH Industrial collaborano con la Silicon Valley per integrare strumenti decisionali in ogni fase della produzione industriale. “Le aziende stanno giocando con il sistema alimentare e non possiamo permetterci che accada – ha dichiarato Pat Mooney, esperto che ha contribuito al rapporto -. Il loro consiglio sarà: ‘Beh, non sappiamo nulla dell’uso del teff in Etiopia – non abbiamo mai sentito parlare del teff – ma sappiamo come usare il mais in Etiopia, quindi vi consiglieremo i modi in cui potete usare il mais, e sappiamo anche come collegarlo ai pesticidi, perché questa è la nostra competenza’”.
Le aziende tech invece forniscono piattaforme cloud e sistemi decisionali basati sull’intelligenza artificiale che vengono utilizzati lungo l’intera filiera dell’agricoltura industriale, dai semi agli input chimici fino ai macchinari. In questo modo contribuiscono a influenzare quali tecnologie vengono sviluppate, come vengono prese le decisioni produttive e quale direzione prenderà l’agricoltura nei prossimi anni. Mooney ha sottolineato inoltre come questo sistema si concentri su appena cinque colture redditizie: mais, riso, grano, soia e patate.
Secondo il documento, il potere trasformativo dell’innovazione risiede oggi quasi esclusivamente nella digitalizzazione, con l’IA che promette risparmi fino a 250 miliardi di dollari abbattendo i costi di manodopera e input chimici.
ECONOMIA DEI DATI E INVESTIMENTI PUBBLICI
Il mercato dell’agricoltura digitale, si legge nell’analisi, ha raggiunto una valutazione di 24,1 miliardi di dollari nel 2023, con proiezioni che toccano i 71,96 miliardi entro il 2032. Altre analisi di Fortune Business Insights alzano la posta, stimando un valore di 30 miliardi di dollari lo scorso anno e una crescita fino a 84 miliardi entro il 2034.
Questo spostamento è alimentato massicciamente da istituzioni pubbliche: la Banca Mondiale ha erogato prestiti per 1,15 miliardi di dollari, mentre l’Unione europea ha destinato oltre 200 milioni di euro attraverso il programma Horizon 2020. In questo scenario, il dato è potere e le aziende sono lanciate in una corsa frenetica per raccoglierne il più possibile tramite droni e sensori, promuovendo l’idea di nutrire il mondo, “byte dopo byte”.
Secondo gli autori dello studio, questo processo comporta un trasferimento del controllo decisionale dagli agricoltori ai sistemi digitali e agli algoritmi che li elaborano. In questo contesto, il controllo dei dati agricoli diventa una nuova fonte di potere economico all’interno del settore.
La ricerca segnala inoltre il rischio che gli agricoltori vengano progressivamente integrati in un sistema globalizzato nel quale, invece di coltivare varietà locali selezionate nel corso delle generazioni, siano incentivati ad acquistare semi industriali insieme a macchinari e input chimici prodotti da aziende multinazionali.
COSA SI DICE DELL’ITALIA
L’Italia emerge nel rapporto come un baluardo della resistenza sementiera grazie all’operato di reti come Rete Semi Rurali, che promuovono lo scambio e la conservazione dei semi contadini. Il documento evidenzia inoltre il successo di agricoltori in Italia, Francia e Iran nella coltivazione di popolazioni evolutive di grano, dimostrando che la diversità genetica non solo garantisce resilienza climatica, ma eleva anche la qualità nutrizionale e il sapore dei prodotti.
Questa realtà si scontra con il mercato dei semi editati geneticamente, blindati da regimi proprietari dove controllare i semi significa controllare la vita. Ad oggi, le prime sei aziende del settore, tra cui Bayer, Corteva e Syngenta, controllano quasi i due terzi del mercato globale delle sementi.
GESTIONE DEI PARASSITI E SALUTE DEL SUOLO
Il rapporto mette a nudo l’inefficacia sociale del paradigma chimico-centrico, ricordando che nell’Ue i contribuenti pagano circa 2,3 miliardi di euro per i costi diretti legati ai pesticidi e ben 105,9 miliardi per i danni indiretti alla biodiversità e alla salute.
Mentre aziende come Bosch e BASF spingono tecnologie di irrorazione di precisione, queste rimangono confinate in una logica di dipendenza chimica. Al contrario, la gestione ecologica dei parassiti si basa su processi naturali: in India, il programma Andhra Pradesh Community Managed Natural Farming ha permesso a 850.000 agricoltori di raddoppiare la diversità delle colture in soli due anni.
Parallelamente, sul fronte del suolo, mentre SpaceX con Starlink punta al monitoraggio satellitare a distanza, le innovazioni negli attrezzi manuali permettono ai piccoli produttori di mantenere autonomia energetica e salute dei terreni senza costi proibitivi.
COSA FARE PER MIGLIORARE I SISTEMI ALIMENTARI
La trasformazione verso sistemi alimentari giusti richiede un radicale cambio di narrazione. Jean-Marie Koalga, dell’associazione Bon Samaritain in Burkina Faso, riassume questa urgenza affermando che nella propria cultura si paragonano i semi all’acqua: rifiutare i semi a qualcuno è come rifiutargli la vita, poiché i semi contadini sono un’eredità vivente.
Le linee guida del rapporto includono il rafforzamento delle politiche pubbliche basate su dichiarazioni internazionali come Undrop e Undrip per proteggere i diritti dei lavoratori rurali. Risulta inoltre prioritario limitare il potere dei giganti tecnologici e agroindustriali attraverso leggi antitrust e riforme della proprietà intellettuale, spostando i finanziamenti verso iniziative decentralizzate che valorizzino l’autonomia e la creatività di chi coltiva la terra.








