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Il caos provocato dalla chiusura delle Usca

Usca

A fine giugno sono scaduti i contratti a tempo determinato di medici e infermieri delle Usca, le unità speciali che hanno assistito a casa durante il Covid i malati che non necessitavano un ricovero. Ecco cosa succederà ora e le reazioni degli addetti ai lavori

 

Nonostante sia ora in corso la quinta ondata, il 30 giugno è stato l’ultimo giorno della Usca, le unità speciali di continuità assistenziale di medici e infermieri create nel marzo 2020 per fronteggiare la pandemia.

I contratti a tempo determinato sono scaduti e l’ultimo presidio rimasto sul territorio non c’è più se non per qualche regione che resiste ricorrendo alle proprie risorse.

PERCHÉ LE USCA CHIUDONO

Queste speciali équipe di medici e infermieri che dall’inizio della pandemia sono state in prima linea per fornire cura e assistenza domiciliare ai malati che non richiedevano un ricovero ospedaliero e ai pazienti in isolamento fiduciario dal 1° luglio hanno cessato di esistere perché previsto dall’ultima legge di bilancio.

LA TESTIMONIANZA DALL’INTERNO E LO SCONCERTO

“Nell’ultima settimana abbiamo lavorato molto, sembrava di esser tornati a marzo scorso. Oggi si chiude un ciclo. Ma devo dire che trovo assurdo terminare proprio adesso, con un’espansione dei contagi”. A dirlo al Corriere della sera è Andrea Dini, un medico di base che per due anni ha lavorato nelle Usca.

“Fine marzo di due anni fa. Ricordo bene. Molti anziani si ammalavano, gli operatori sanitari pure. E questo riduceva la qualità dell’assistenza, inaccettabile. Nonostante tutto – ha detto Dini – siamo riusciti a tenere a casa molte persone e a visitare i pazienti anche tre-quattro volte a settimana. […] Inizialmente verso di noi c’era scetticismo. Poi le Usca si sono rilevate fondamentali per non sovraccaricare i pronto soccorsi e aiutare i medici di famiglia”.

RISCHIO SOVRACCARICO OSPEDALI

Anche Fabrizio Pregliasco, virologo e direttore sanitario dell’Irccs Galeazzi di Milano ha commentato la fine della Usca: “È terribile la chiusura delle Usca in questa fase, perché senza il contributo delle Unità speciali di continuità assistenziale nella gestione del territorio, in questo momento di ondata estiva di Covid-19 c’è un reale rischio di affollamento ospedali”.

BENEDIZIONE O SPEZZATINO ALL’ITALIANA?

Tuttavia, c’è anche chi non concorda con i meriti delle Usca. È il caso di Domenico Crisarà, vice segretario nazionale della Federazione Italiana Medici di medicina generale, che al Corriere ha detto: “I soldi potevano essere spesi molto meglio. Talune Regioni hanno fatto bene, altre malissimo. Alcune Als, per esempio, hanno utilizzato le risorse solo per riempire dei buchi. Le sedi di guardia medica si sono ridotte. I pronto soccorsi hanno avuto più difficoltà. Ad un certo punto non si trovavano medici che sostituissero quelli di medicina generale che si ammalavano o morivano”.

“È stato fatto uno spezzatino all’italiana”, secondo Crisarà. “Ad un certo punto – spiega il medico – ognuno le ha utilizzate [le Usca, ndr] come ha voluto. Non discuto la loro utilità. Però hanno finito per ‘drogare’ il mercato. Mi spiego: perché fare la guardia medica a 23 euro lordi l’ora, lavorando mattina, sera e notte, se l’Usca ne offriva 40 euro con turni solo diurni senza festivi? Tutti hanno scelto l’Usca. Con riflessi su guardie mediche, pronto soccorso e medici di famiglia”.

Crisarà, per esempio, scrive il quotidiano, “a marzo del 2020 si è trovato a gestire 1.590 pazienti che doveva visitare almeno due volte a settimana, perché soggetti fragili”.

LE REGIONI CHE RESISTONO E LE UCA

Scaduto dunque il finanziamento nazionale, con Omicron 5 e il timore di nuove varianti e sottovarianti, alcune regioni però resistono e tra quelle che terranno, non senza difficoltà, le Usca aperte fino al 31 dicembre ci sono Veneto, Lombardia, Emilia-Romagna, Lazio, Umbria, Marche, Campania e Sardegna.

Qui il lavoro verrà proseguito dalle Uca, ovvero le Unità di continuità assistenziale, che sostituiscono le Usca, come previsto dal decreto sulla riforma sanitaria del territorio arrivato in Gazzetta a fine giugno.

Tuttavia, l’attivazione delle Uca spetta alle Regioni.

PIOVE SUL BAGNATO

“L’accordo con il ministero – ha spiegato al Sole24Ore Raffaele Donini, coordinatore degli assessori alla Salute ­- è di attuare la riforma progressivamente e invece noi siamo ancora in emergenza. Questo picco epidemico produce altri costi per il Covid che si aggiungono ad almeno 3,8 miliardi non ancora riconosciuti dal Governo per il 2020-2021. Insomma piove ancora sul bagnato”.

Inoltre, secondo quanto riferito da Quotidiano sanità, che riporta la testimonianza di un medico: “I nuovi contratti prevedono un aumento delle mansioni e una riduzione dei compensi, rendendo di fatto assai poco appetibile l’accettazione di questi incarichi, visto anche il rischio legato all’esposizione a rischio biologico da Sars-Cov2. Ne consegue che in attesa di trovare medici che accettino di lavorare di più per metà soldi, la medicina del territorio si trova sprovvista di una delle figure che più l’hanno supportata in questa pandemia. E cosa succede quando manca del personale con dei compiti specifici nel territorio? Si demanda al medico di famiglia ormai diventato la panacea di tutti i mali”.

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