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Giorgio Parisi, normalità e originalità di un genio

Giorgio Parisi

La genialità ma anche l’umiltà del premio Nobel per la Fisica, Giorgio Parisi, raccontati nel suo ultimo libro “Gradini che non finiscono mai”. L’articolo di Francesco Provinciali

 

Già dalle prime pagine del suo libro o meglio, dai primi gradini della scala della sua vita, si colgono due aspetti in apparente bisticcio tra loro – se considerati separatamente – ma in realtà complementari e connotativi dell’uomo Giorgio Parisi: la normalità e l’originalità.

Ho sempre pensato (in ciò confermato dalla personale conoscenza di alcuni di loro) che i veri ‘grandi’ sono persone semplici: nascoste e appartate, riflessive, amanti del silenzio, non ostentano, si pongono domande, vivono le inquietudini dell’esistenza, parlando di sé esprimono la quotidianità e le molte consuetudini in cui ci ritroviamo. Di ciascuno di loro si potrebbe dire: “è uno di noi”. Ma sotto questa coltre che li accomuna al genere umano, sono depositari di una sorta di curiosità cosmica, di una visione olistica, totale della vita, sanno cogliere l’universale nel particolare, accendono lampadine dove altri si perdono nel buio, in quella indescritta normalità che ci rende tutti uguali sanno trovare l’eureka, l’illuminazione, l’idea risolutiva, anche coltivando l’arte del dubbio e la virtù dell’umiltà senza mai perdere la spinta formidabile della motivazione, sanno andare oltre le apparenze, non si fermano al primo ostacolo, dall’errore colgono l’opportunità per ripartire e correggersi, coltivano il dovere della fatica e dell’impegno come passaggi obbligati al perseguimento di un traguardo.

In questo senso i “gradini” (con cui Parisi e Paterlini – in un libro avvincente che incede passo dopo passo nel meraviglioso mistero dell’esistenza – descrivono l’iconografia e la metafora della salita), non sono solo lo scorrere del tempo, la sequenza degli episodi, la descrizione dei contesti ambientali e delle relazioni umane,  le tappe di una vita, l’essere bambini e poi adolescenti e infine adulti, poiché l’ascesa – per quanto visibile o tracciata – ha soste, ritorni e ripartenze, non è mai lineare ma conserva il fascino recondito della smentita o della sorpresa.

L’aveva scritto Albert Einstein – ‘la fantasia è più importante della conoscenza’ – l’aveva spiegato Karl Popper, nella sua epistemologia basata sul criterio di demarcazione che fa coincidere la scientificità delle teorie con la loro falsificabilità. Ho avuto l’onore di ascoltarlo da Rita Levi Montalcini quando mi spiegava che le teorie codificate, il pensiero pensato, le conquiste della scienza sono il traguardo di una ricerca, diventano patrimonio della conoscenza acquisita  ma non ci esimono dal coltivare il dovere e la passione dell’incessante immaginazione, poiché il pensiero e la riflessione devono sempre precedere la parola.

Senza tuttavia dimenticare che ogni gradino, essendo conquista anche faticosa, implica studio, applicazione, congetture, ipotesi, verifiche – specie nel campo delle Scienze e tra esse della Fisica di cui Parisi è diventato Premio Nobel – non per un improvviso abbaglio, una sorta di ‘carpe diem’ in cui si coglie l’attimo per farne teoria codificata. Ce lo spiega egli stesso: “La folgorazione la puoi avere sull’intuizione iniziale – a me è capitato varie volte – ma poi il risultato lo ottieni con mesi o anni di calcolo”. È questa la scala che sale – di gradino in gradino – uno scienziato e il Prof. Parisi ci tiene a ribadirlo, anche per dare un senso pedagogico di questa spiegazione e l’indicazione di un metodo per i suoi stessi allievi, la consapevolezza che la lettura scientifica della realtà e dei suoi reconditi misteri comporta l’onere dell’impegno e la concentrazione sull’ipotesi intuita come vie obbligate per raggiungere un risultato inizialmente ipotizzato prima di essere validato come ‘scoperta’.

I ‘gradini che non finiscono mai’ sono la traccia a ritroso della vita di Parisi, dall’infanzia (il primo ricordo nitido a cinque anni), all’età adulta: in questa sequenza persino dettagliata e interminabile (come vuole la scienza poiché ciò che si lascia va oltre la stessa esistenza) normalità, quotidianità, interessi, originalità si intrecciano e scorrono veloci: la scelta di dispiegare il racconto in cento capitoli brevi non frammenta la continuità del racconto dove prende corpo una precisa identità che ha reso il nostro scienziato una persona speciale. Ci stanno la famiglia, le parentele, le prime (eloquenti, per scelta) letture, la scuola (‘andavo bene ma mio padre mi chiedeva… perché non benissimo?’), le case di abitazione, le vacanze, gli affetti (Daniella per tutta la vita…), la politica, le scelte universitarie, la ricerca scientifica, l’amore smisurato per la fisica, il metodo della ricerca.

Ma tutto questo non prende le sembianze di un banale, inevitabile scorrere del tempo, non è la cronaca per aneddoti o ricordi, anche le soste sui dettagli e i particolari apparentemente marginali o meramente descrittivi delineano i tratti del carattere, la fisionomia dell’identità, gli interessi e la vocazione. Ho imparato dal grande Maestro del cinema Pupi Avati che non basta la passione per spiccare il volo verso la creatività del genio, che si esprime in ogni contesto di applicazione elettiva e vocazionale appunto, serve il talento che è “l’hic Rhodus, hic salta” di ogni vero genio.

Ma raccontare per tappe, episodi, circostanze, situazioni la propria salita sulla scala della vita e della missione che le si assegna e farlo gradino per gradino è un gesto di umiltà che spiega perché, come detto in esordio, normalità e originalità convivono come sintesi più alta in ogni mente critica e riflessiva, sempre protesa nella ricerca di una spiegazione, di una risposta a ogni ‘perché’.

La lettura e il racconto sotteso diventano avvincenti poiché descrivono, gradino dopo gradino, le alterne vicende della vita, in forma quasi romanzata e certamente accessibile: qui si legge forse un atto di volontà, quello di proporsi con semplicità, quasi con sottesa ironia, con un approccio critico e non sempre indulgente verso l’io narrante. Anche l’umiltà, lo si è detto, è componente nascosta della genialità come valore soggettivo, personale, diverso.

Questa consapevolezza dovrebbe suggerire al lettore accorto una prudente conclusione, al temine del libro, in cima alla scala dove il Prof. Parisi ha legittimato una salita fatta di mille gradini: la capacità di fermarsi al di qua della soglia, la benevolenza di astenersi da ogni incauta congettura.

Non tutto, infatti, può essere spiegato perché non tutto può essere capito.

Lassù, in cima alla salita che la mente geniale raggiunge ci sono le risposte che quel percorso ha acquisito e che sono messe al servizio della scienza e del bene comune.

Oltre resta l’imperscrutabile, intimo segreto di ogni ineguale, affascinante identità.

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