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Covid, la ricetta dei medici del territorio

Covid-19 Contagi Immunità Gregge

Conversazione con Cristina Patrizi, da 26 anni medico di medicina generale, membro del gruppo Terapie domiciliari Covid e rappresentate sindacale dello SMI

Il Comitato Terapie domiciliari Covid ha di recente messo ottenuto due successi. Il 2 marzo il Tar del Lazio ha esonerato i medici dal rispettare le linee guida Aifa per la cura domiciliare del covid. Un mese dopo, l’8 aprile, il Senato ha votato un ordine del giorno che chiede al governo di rivedere tali linee guida. 

Terapie domiciliari Covid: la nascita del gruppo 

Il comitato nasce lo scorso marzo da un’iniziativa dell’avvocato Erich Grimaldi. Nel periodo della piena emergenza un gruppo di medici e professionisti si è riunito per offrire supporto ai cittadini in assenza di direttive specifiche. “Il gruppo è caratterizzato da una serie di strumenti di aiuto che vengono forniti alla popolazione – spiega Cristina Patrizi, da 26 anni medico di medicina generale, membro del gruppo Terapie domiciliari Covid e rappresentate sindacale dello SMI -. Il gruppo, che al momento conta più di 300 medici, nasce in un momento in cui le cure domiciliari non erano strutturate correttamente così come avrebbero dovuto. Anche le USCA (Unità Speciali di Continuità assistenziale, ndr) sul territorio hanno stentato molto a partire, non prima di giugno. Tutta la prima fase della pandemia la domiciliarità è stata gestita grazie alla buona volontà dei medici in assenza di misure di sicurezza e protocolli validati”. L’assenza di protocolli per la cura casalinga del Covid ha lasciato i medici privi di una direzione precisa. “La medicina del territorio si è resa conto che le esperienze quotidiane sul campo non trovavano un contraltare a livello degli strumenti decisori tuttavia molte scelte terapeutiche che i medici del territorio ponevano in essere davano risultati che ci trovavano d’accordo- continua Patrizi -. Ricordiamo che il 95% dei pazienti covid viene seguito a domicilio”. 

Linee guida per la terapia domiciliare del Covid

Lo scorso 9 dicembre l’Aifa ha emanato delle linee guida per la cura domiciliare del Covid. Tuttavia l’ordinanza del Tar del Lazio del 2 marzo ha sancito che i medici non sono tenuti a osservare le linee guida AIFA. “Ci siamo resi conto che un errore grave era temporeggiare in attesa di un tampone che fino allo scorso giugno era difficile ottenere, e in numerose regioni impossibile – aggiunge il medico Patrizi -. Ci siamo resi conto che un inizio precoce del trattamento portava a migliori risultati in termini di miglioramento delle condizioni generali, inoltre limitava l’accesso al Pronto Soccorso. Dalle linee guida dell’AIFA ci discostiamo poco, sopratutto perché riteniamo utile intervenire con la terapia farmacologica anche nei pazienti paucisintomatici. Un altro elemento che ci caratterizza è l’uso del cortisone in dosi minime senza, chiariamolo, effetti immunosoppressori”. 

Il Senato approva ODG per aggiornare i protocolli per le cure domiciliari 

L’8 aprile 2021 il Senato – con 212 voti favorevoli, 2 contrari e 2 astenuti – ha approvato un ordine del giorno che impegna il governo Draghi ad aggiornare “i protocolli e linee guida per la presa in carico domiciliare da parte dei medici di medicina generale, dei pediatri di libera scelta e dei medici del territorio, dei pazienti Covid-19 tenuto conto di tutte le esperienze dei professionisti impegnati sul campo”. La strada imboccata è quella di rinnovare il dialogo tra decisori centrali e territorio. “Il gruppo ha avuto un incontro con il ministero. È previsto che Aifa riveda le sue linee guida perché è corretto che sulla base delle esperienze si modulino le terapie che sono considerate valide – dice ancora Partizi -. Non è un percorso semplice per nessuno e noi siamo favorevoli a riflettere e a confrontarci con gli organismi regolatori che intendono prendere in seria considerazione le evidenza emerse dal territorio”. Non esistono cure miracolose per guarire dal covid, ma una serie di accorgimenti per evitare l’aggravarsi delle condizioni di salute. “Non ci aspettiamo il miracolo ma vediamo con le nostre cure la riduzione del ricorso all’ospedalizzazione, del tempo medio di guarigione e delle complicanze – assicura la dott.ssa Patrizi -. Di questo noi vogliamo parlare e vorremmo che il mondo scientifico faccia una riflessione che scevra da preconcetti”.

L’uso della terapia antibiotica anche nelle infezioni da virus 

I farmaci utilizzati dai medici del territorio sono, tra gli altri, gli anti infiammatori, la terapia antibiotica e l’eparina. Particolarmente significativo è il ricorso alla terapia antibiotica sebbene tali farmaci siano inefficaci nel contrastare i virus. “Gli antibiotici agiscono contro i batteri, non contro i virus” – aggiunge la dottoressa -. A cosa servono nel corso della terapia da Covid? A evitare complicanze batteriche che nel grave quadro di polmonite che si viene a instaurare sono inevitabili. Lo scorso marzo, nel mezzo del periodo più folle, ho perso un amico di famiglia, un uomo in perfetta salute che mai sarebbe dovuto morire. Aveva febbre da 10 giorni, ancora non faceva terapia antibiotica e nessuno lo portava via. Se fosse stato trattato per tempo non sarebbe morto, lui come centinaia di persone. Se fossimo stati pronti con l’eparina somministrata per tempo, con il cortisone dato per tempo e con la terapia antibiotica iniziata per tempo tanta gente non sarebbe morta”. 

Non esistono studi clinici sulla terapia domiciliare dei pazienti Covid-19

Come scritto nell’Expert Opinion della SIMG (Società Italiana di Medicina Generale e delle cure primarie), redatto sulla base di una corposa letteratura scientifica, non esiste ad oggi uno studio proposto, condotto o pubblicato sulla terapia domiciliare dei pazienti con Covid-19. “La critica che ci viene posta è che la nostra casistica non è supportata da uno studio clinico – spiega Patrizi -. Gli studi clinici, perché abbiano valore, devono essere randomizzati e in doppio cieco, ciò significa che un paziente prende una terapia e un altro no, in maniera random. Al momento a me non risulta questo tipo di studio ma è anche difficile pensarlo perché gli studi devono avere un valore etico. Quello che possiamo fare, e che stiamo facendo, è raccogliere i dati e analizzarli al fine di elaborare uno studio retrospettivo”. 

Vaccini: una pessima comunicazione 

L’unica arma in nostro possesso per vincere la battaglia contro il virus è il vaccino. “Dico a tutti: andate a vaccinarvi il prima possibile” dice a chiare lettere Patrizi. La campagna vaccinale non ha goduto, però, di una buona comunicazione. “È vergognoso quello che è successo, e non è colpa dei medici  – chiosa la dottoressa -. Sbagliare la comunicazione sui vaccini è un disastro. Se non ci vacciniamo e se non si raggiunge una forte immunità di gregge noi non ci salviamo. Sulla sicurezza dei vaccini c’era poco da dire, gli aspetti statistici sono irrilevanti rispetto a quello che è accaduto. Noi dobbiamo puntarti sull’autorevolezza dei nostri convincimenti sperando che chi ha responsabilità di governo non ci metta in ulteriore difficoltà. Massima fiducia nei vaccini e nella campagna vaccinale”.

Il ruolo dei medici di medicina generale nella campagna vaccinale 

La medicina generale ha vaccinato contro l’influenza stagionale più del 95% della popolazione vaccinata. “Lo SMI, il Sindacato Medici Italiani di cui faccio parte, sostiene che la medicina generale debba prendere parte anche alla campagna contro il Covid – conclude Patrizi -. Ma occorre rendersi conto che questa campagna vaccinale è particolare, ha caratteristiche molto peculiari perché ci confrontiamo con vaccini altamente tecnologici che hanno necessità di una logistica particolare. Le faccio un esempio, la provincia di Rieti è fatta da paesini sulle montagne. Questi vaccini devono essere utilizzati entro 6 ore dalla prima diluizione, nel territorio di Rieti, che è solo un esempio per i tanti comuni italiani in questa situazione, ci vogliono 2 ore solo per raggiungere i paesini più arroccati”. 

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