Si accende il dibattito intorno alla convenienza del prestito UE (Safe) per finanziare le spese per la difesa. Martedì il ministro Giancarlo Giorgetti, intervenendo al “Giorno della Verità”, ha risposto al direttore Maurizio Belpietro affermando che «Io come ministro dell’Economia devo valutare se questi 15 miliardi presi col Safe costano più o meno che finanziandoli emettendo Btp […] il BTP a 10 anni costa 3,6. Quanto mi costa il Safe a 40 anni? 3,4. La mia valutazione, come qualsiasi consulente finanziario, direi: prendi i Safe».
Un’affermazione che avrebbe meritato almeno una precisazione aggiuntiva (ovviamente nota a Giorgetti) ma che, presa alla lettera senza un minimo di approfondimento e contestualizzazione, mercoledì ha condotto il Foglio a concludere che il risparmio in termini di spesa per interessi sarebbe di circa 7 miliardi.
E perché non 14, rilanciamo noi provocatoriamente, visto che si tratta di numeri lanciati a caso, viziati da due decisivi e grossolani errori? Allora confortiamo le valutazioni del ministro e forniamo un corso accelerato di finanza a chi ha fatto confusione (eufemismo voluto).
Il punto decisivo è che il prestito Safe a 35 anni (preceduti da a 10 anni di preammortamento) non ha un tasso di interesse del 3,40% per l’intera durata. Perché a 30 anni la Ue si finanzia al 4%, mentre l’Italia paga il 4,40%. Non è possibile che la Ue si indebiti al 4% e presti al 3,40% a 30 anni. Il giorno dopo Ursula von der Leyen finirebbe davanti alla Corte dei Conti Europea. Il prestito Safe probabilmente partirebbe con un tasso molto vicino al 3,40% – ecco a cosa si riferisce il ministro – perché la Ue non si finanzia a 45 anni ma con scadenze medie più basse (intorno a 11 anni per il NextGenEU). Poi, man mano che la Ue deve rifinanziare il debito sui mercati, farà pagare agli Stati membri un tasso ad oggi ovviamente sconosciuto. In sostanza, i prestiti della Ue sono a tasso variabile, con il rischio che ciò comporta per il malcapitato debitore. È esattamente ciò che è già accaduto con i prestiti del NextGenUE: partiti con tassi molto bassi, oggi hanno subito un brusco incremento e, salvo ulteriori aumenti, incideranno sul bilancio pubblico per circa 66 miliardi fino al 2057.
È quindi un errore da immediata bocciatura al terzo anno di un Istituto Tecnico Commerciale (non serve arrivare all’università), prendere il tasso su una scadenza più breve e quindi variabile lungo la durata del prestito (quello attuale intorno al 3,40%), confrontarlo con un tasso fisso a 30 anni (4,40-4,50%) e sostenere che ci siano 110 punti di differenza a favore del Safe. Banalmente, il confronto va fatto su tassi riferiti alle stesse scadenze. Ma anche in questo caso, i 7 miliardi di risparmio sono scritti sulla sabbia.
Infatti, dando per buono l’(inesistente) differenziale di 110 punti, il risparmio cumulato sarebbe di 4,5 miliardi, altro che 7. Utilizzando il differenziale corretto di 40 punti, il risparmio sarebbe di 1,6 miliardi, cioè un risparmio medio annuo di 36,3 milioni. Questo perché dopo i 10 anni di preammortamento, il capitale si rimborsa in 70 quote semestrali costanti. Invece i 7 miliardi, scaturiscono dalla premessa (sbagliata) che il capitale si rimborsi in unica soluzione alla fine.
In ogni caso una cifra irrilevante, di fronte alla spesa di 15 miliardi che verrebbe sottratta alla nostra libera determinazione, per passare sotto il condizionamento della burocrazia della Ue. Non a caso, il ministro della Difesa Guido Crosetto è stato chiaro nel question time in
Parlamento di qualche giorno fa, nel definire il prestito Safe “inutile” se serve solo per finanziare spese già a bilancio. Per il suo ministero sarebbe solo un costoso aggravio burocratico. A Crosetto interessano spese aggiuntive in difesa e sicurezza che però prima devono passare per uno scostamento di bilancio 2026 o, più verosimilmente, per la legge di bilancio 2027.
Farsi prestare i soldi da Bruxelles – l’esperienza del NextGenEU dovrebbe aver già scottato Giorgetti – significa consentire alla Commissione di giocare a fare il banchiere, presentandoci il conto delle loro scelte, non sempre azzeccate. A partire dal 2020, i debiti contratti per Sure e Pnrr, fino ad oggi pari a 123 miliardi sono regolati da un tasso sostanzialmente variabile che la Ue pagherà sui mercati e che ci girerà, mettendoci sopra pure le spese. Alla Ue viene impunemente consentito di finanziarsi su scadenze più brevi rispetto a quelle dei prestiti che eroga, assumendosi il rischio tasso al rinnovo, perché tanto alla fine gira il conto degli interessi agli Stati, sui quali viene ribaltato in pieno il rischio tasso. Per ipotesi, anche l’Italia sarebbe capace oggi di indebitarsi su scadenze tra 2 e 5 anni allo stesso tasso pagato dalla Commissione e rischiare di ritrovarsi con tassi più alti al momento del rinnovo.
Ricordiamo che il 7 aprile 2021 il Mef collocò un Btp a 50 anni al tasso del 2,18%; qualche mese prima il Btp a 30 anni fu piazzato al 1,47% e il 13 maggio pagò il 2,06%. Tassi che oggi sono un miraggio. Invece ogni 6 mesi al Mef devono attendere, incrociando le dita per l’impatto sui conti, che da Bruxelles arrivi il conto degli interessi.
Sul Foglio avevano ragione: «non c’è bisogno di fare i calcoli». Perché, se fatti bene, indebitarsi con la Commissione potrebbe condurre all’accusa di danno erariale.






