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Cosa dice uno studio sul long Covid negli adolescenti

Long Covid

Una parte di guariti dal Covid-19 continua a provare anche a mesi di distanza una condizione di malessere definita long Covid, per cui anche l’Oms ne ha stabilito i criteri per identificarla. Sebbene resti ancora una sindrome “misteriosa”, ecco cosa ha scoperto uno studio del Cnr sugli adolescenti

 

Più di un paziente su due nel mondo guarito dal Covid-19 sviluppa sintomi a lungo termine che persistono anche fino a sei mesi dalla guarigione. È il long Covid, una condizione di malessere caratterizzata da astenia, affaticamento, respirazione difficoltosa e da sintomi cognitivi, come perdita di memoria, difficoltà di concentrazione, ansia e depressione, indicati spesso come ‘brain fog’ e alla base del quadro clinico definito come NeuroCovid.

PICCOLI PASSI AVANTI

A oggi non c’è alcun trattamento che garantisce la totale ripresa e spesso i pazienti non riescono a ottenere né una chiara spiegazione medica né una cura. Tuttavia, gli esperti continuano a indagare e un recente studio pilota, coordinato da Marco Fiore e Carla Petrella dell’Istituto di biochimica e biologia cellulare del Consiglio nazionale delle ricerche di Roma (Cnr-Ibbc) ha portato all’individuazione di biomarcatori precoci del long Covid negli adolescenti.

La ricerca è stata condotta presso il Policlinico Umberto I dell’Università Sapienza di Roma, in collaborazione con Raffaella Nenna, Fabio Midulla, Luigi Tarani del Dipartimento materno infantile e scienze urologiche e Antonio Minni, Dipartimento organi di senso.

LO STUDIO

I risultati della ricerca, che apre nuovi campi di indagine nell’ambito degli effetti biologici e psicologici a lungo termine, sono stati pubblicati su Diagnostics.

Lo studio del Cnr-Ibbc, che si è concentrato sugli adolescenti, indica nei giovani che si sono ammalati nuovi e precoci biomarcatori, potenzialmente predittivi della sindrome post Covid.

COME È STATO SVOLTO LO STUDIO

“Abbiamo misurato i livelli di alcuni biomarcatori infiammatori e di due neurotrofine (Ngf e Bdnf), fattori proteici che regolano la crescita, la sopravvivenza e la morfologia dei neuroni, nel siero di una piccola coorte di ragazzi e ragazze che avevano contratto l’infezione durante la seconda ondata della pandemia, tra settembre e ottobre 2020, ma negativi al momento del prelievo”, ha spiegato Fiore.

I partecipanti sono stati suddivisi in 3 gruppi: asintomatici, sintomatici acuti, sintomatici acuti che nel tempo hanno sviluppato sintomi long Covid. “Questi dati – ha aggiunto Fiore – sono stati poi confrontati con i valori emersi da un gruppo campione che non aveva contratto la malattia”.

LE SCOPERTE

“Abbiamo riscontrato che i livelli sierici di Ngf erano inferiori in tutti gli adolescenti che avevano contratto l’infezione da Sars-Cov-2, rispetto ai controlli sani. La relazione inversa fra livelli di Ngf e sindromi da stress è ampiamente riportata dalla letteratura scientifica”, ha detto l’esperto.

La ricerca ipotizza, infatti, che la diminuzione di Ngf rifletta un’attivazione persistente dell’asse dello stress, dovuta a un effetto diretto del virus oppure agli effetti psico-sociali conseguenti all’isolamento e alle modifiche della routine quotidiana riscontrate durante i periodi di quarantena.

“I livelli di Bdnf, analogamente al biomarcatore infiammatorio Tgf-β, erano invece più elevati negli individui che si erano ammalati rispetto a quelli sani, ma solo nelle ragazze sintomatiche che poi avrebbero sviluppato sintomi long Covid – ha aggiunto Petrella – In particolare, il persistente aumento dei livelli sierici di Bdnf e Tgf-β era presente nelle adolescenti che presentavano sintomi respiratori durante la fase acuta dell’infezione”.

I RISULTATI

Gli studi, fanno sapere gli esperti, andranno approfonditi, allargando la ricerca a una coorte di adolescenti più ampia, ma intanto, come ha dichiarato Fiore: “I dati dello studio supportano già l’ipotesi che le variazioni sieriche di Ngf e Bdnf rappresentino un campanello d’allarme per l’effetto a lungo termine di Covid-19, aprendo nuovi campi di indagine sia nell’ambito degli effetti fisici sia in quelli psicologici potenzialmente associabili al NeuroCovid”.

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