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Vi spiego come Trump si muoverà su investimenti e commercio

di

Donald Trump

L’analisi dell’ambasciatore Giovanni Castellaneta

In pochi avrebbero scommesso sul fatto che Donald Trump sarebbe riuscito a superare senza troppi problemi il suo primo anno da inquilino alla Casa Bianca; eppure, nonostante polemiche, critiche e scandali, il Presidente repubblicano ha compiuto un giro di boa suggellando questo traguardo con il discorso sullo Stato dell’Unione pronunciato dinanzi al Congresso.

Come la settimana scorsa a Davos per il summit annuale del World Economic Forum, il leader statunitense ha deciso di adottare toni meno divisivi rispetto a quanto aveva abituato in passato la sua audience. Al centro del discorso non è mancata la riproposizione dei successi registrati in campo economico nel 2017: una crescita economica sostenuta (che dovrebbe continuare anche nel 2018 con un aumento del pil del 2,5%), la tanto desiderata riforma fiscale che dovrebbe produrre effetti positivi già nel breve periodo, la performance estremamente positiva del mercato azionario. Un elenco di traguardi che, pur non essendo tutti dipendenti dall’operato dell’amministrazione Trump, sono comunque ottimi argomenti per difendersi dalle critiche dei suoi numerosi detrattori e gli sono valsi un ampio consenso da parte dei congressmen seduti ad ascoltarlo.

TrumpDopo il primo anno in cui Trump ha potuto servirsi anche della positiva eredità della presidenza Obama ed è riuscito a sfruttare una congiuntura economica internazionale decisamente positiva, giunge ora per il miliardario newyorkese la necessità di dimostrarsi all’altezza della posizione che occupa e di garantire agli Stati Uniti crescita sostenuta e nuova occupazione, dovendosi misurare con lo scoglio delle elezioni di Mid Term durante l’autunno del 2018.

Le parole d’ordine emerse dal discorso di The Donald sono principalmente due: commercio e investimenti. Per quanto riguarda questi ultimi, c’è grande attesa da parte delle imprese – specialmente i grandi gruppi costruttori di infrastrutture – per il lancio di un ambizioso piano di investimenti pubblici che dovrebbe ammontare, secondo quanto annunciato durante il discorso, a 200 miliardi di dollari a disposizione per modernizzare la rete di comunicazioni del Paese. Si tratta di un piano che potrebbe generare un importante effetto leva, pari fino a 1.800 miliardi di dollari di investimenti totali e a cui le grandi aziende italiane nel settore delle infrastrutture guardano con estremo interesse.

Per quanto riguarda il tema del commercio, invece, in questo campo timori e rischi sembrano essere superiori delle opportunità. Tuttavia, dopo i numerosi strali lanciati da Trump contro partner ritenuti sleali in tema di scambi internazionali – Cina e Messico su tutti – la retorica del Presidente sembra essersi ammorbidita e piegata a un maggiore pragmatismo. Come affermato a Davos, e poi ribadito nel discorso di martedì sera attraverso l’auspicio di scambi commerciali «leali e reciproci», gli Stati Uniti adotteranno una strategia finalizzata a concludere accordi bilaterali con i Paesi che saranno considerati vantaggiosi per l’economia americana, mentre non sarà più seguito l’approccio multilaterale che era stato la cifra degli anni scorsi.

Questo approccio non si tramuterà necessariamente in maggiore protezionismo ma, volendo volgere questa politica commerciale in positivo, in qualcosa che si potrebbe definire liberalismo selettivo.

Il secondo anno di Trump si apre dunque in maniera più ottimista rispetto all’inizio della sua esperienza alla Casa Bianca. L’economia funzionerà anche nel 2018, aiutando il presidente a respingere critiche e rafforzando la sua posizione. Nel medio periodo, il successo della Trumponomics non è però scontato e andrà verificato alla luce della strategia che gli Usa decideranno di perseguire a livello internazionale. Certo è che la prima potenza economica mondiale non si può permettere una decisa virata verso l’isolazionismo economico, in una fase come quella attuale dove i principali colossi dell’economia digitale – Google, Apple ,Facebook , Amazon – sono tutti americani e rappresentano il paradigma di un’economia globale aperta, liberale, dinamica e proiettata verso il futuro. Sarebbe invero contraddittorio e anche autolesionistico che gli Stati Uniti che hanno contribuito fortemente a creare l’attuale sistema di regole internazionali sul quale si basano le relazioni internazionale, dal Wto al Fmi, alla Banca Mondiale, all’intero complesso di organizzazioni che fanno riferimento all’Onu, si adoperassero ora per ridimensionarlo. Perderebbero la leadership nel mondo e creerebbero una giungla internazionale nellla quale potrebbero emergere a nostro svantaggio solo le potenze emergenti asiatiche.

(Articolo tratto da Mf/Milano Finanza)

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