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Spese difesa, cosa succede davvero tra Giorgetti e Crosetto

Ecco come le promesse sulle spese per la difesa sono scritte nell’acqua secondo i documenti di finanza pubblica. Il punto di Liturri.

 

Donald Trump e Giorgia Meloni non si sarebbero lasciati andare ad uno scambio “poco ortodosso” di battute sui social, se dietro non ci fosse stato un profondo dissidio su diversi dossier, tra cui spicca quello delle spese militari.

Durante il G7 di Evian non sono mancati i momenti di attrito tra i due, numerosi dei quali documentati da brevi video in cui la mimica facciale e la gestualità parla più e meglio di tanti discorsi.

“Mi hai abbandonato…” è stata una delle battute di Trump verso la Meloni e si riferisce alla posizione italiana durante la crisi dello stretto di Hormuz, ma anche alla ritrosia italiana nel soddisfare la richiesta Usa di portare le spese della difesa al 3,5% (oltre ad un altro 1,5% del Pil per la sicurezza) del PIL entro il 2035.

I fatti (Documento di Finanza Pubblica di aprile) ci dicono che, dopo aver conseguito nel 2025 l’obiettivo del 2%, la salita verso il 2,5% e ancor più il 2,8% è praticamente scritta sulla sabbia.

Infatti, l’obiettivo di un +0,15% per il 2026 e 2027 e un +0,20% previsto nel Documento Programmatico di Finanza Pubblica dell’autunno 2025 è stato solo in parte rispettato aumentando gli stanziamenti nella legge di bilancio. E proprio in aprile, quella scaletta è stata rinviata sine die (probabilmente alla legge di bilancio 2027): «I margini di bilancio risultano particolarmente assottigliati […] Di conseguenza, sarà necessario ridefinire le priorità e riprogrammare gli aumenti previsti in altri ambiti, inclusa la difesa.»

Ciò che mancano sono proprio le decisioni di spesa coperte in bilancio e si comprende meglio perché il ministro della Difesa Guido Crosetto spinga in quella direzione: vede le promesse, ma non vede i soldi in bilancio. Ecco perché poi ha sostenuto nel question time in Parlamento, che è meglio rinunciare al fondo Safe, che ha utilità solo se finalizzato a finanziare spese aggiuntive. Che però necessitano dell’approvazione dello scostamento di bilancio, in assenza del quale, aderire al Safe solo per finanziare spese già a bilancio ottenendo un prestito da Bruxelles anziché emettere Btp, costituirebbe solo un inutile e costoso aggravio burocratico per il suo ministero. Quindi non un “doppio Crosetto” (come scritto dal Foglio) ma un Crosetto che ha ben chiaro ciò di cui ha bisogno e ciò che gli crea solo problemi.

Questi sono i fatti e i nodi al pettine – al netto del “cinema” in favore di social – ed è bene che in preparazione del vertice Nato di Ankara del 7 e 8 luglio, Meloni e Crosetto mettano sul tavolo numeri veri e non promesse, altrimenti lo scontro con gli Usa non si comporrà facilmente.

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