Si ripropone, come una pietanza indigesta, la spinta verso il debito comune della Ue.
Ieri è stato il turno della Spagna che, secondo un articolo esclusivo apparso su Politico.Eu, sta spingendo la Commissione Europea a superare un tabù storico proponendo che l’UE contragga debito comune aggiuntivo per 850 miliardi di euro all’anno, che ovviamente sarà garantito dalle entrate degli Stati membri e quindi sarà, sostanzialmente, debito di questi ultimi. Ma questo Politico si guarda bene dall’evidenziarlo.
L’iniziativa, illustrata in un “discussion paper” che gira in preparazione dell’Eurogruppo e del Consiglio Ecofin di oggi e domani, mira a ridurre i costi degli interessi sfruttando il rating AAA della Commissione, permettendo ai paesi più indebitati di accedere a finanziamenti più convenienti e liberare risorse per priorità nazionali, con risparmi stimati fino a 5 miliardi di euro annui inizialmente e 25 miliardi a lungo termine. Questo approccio, da avviare con il prossimo bilancio settennale UE dal 2028 e limitato ai paesi rispettosi delle regole fiscali, intende aumentare la liquidità delle emissioni e, per questa via, abbassare ulteriormente i tassi spuntati sui mercati dalla Ue, che finora sono stati più alti di quelli sostenuti da Paesi come Germania o Olanda, rendendo non convenienti per questi ultimi i prestiti della Ue.
La proposta riporta alla luce le divisioni tradizionali tra i paesi del Sud Europa favorevoli alla spesa, come Francia e Spagna, e il blocco del Nord guidato da Germania e Paesi Bassi, storicamente contrari al debito comune permanente dopo l’esperienza una tantum del piano Covid da 750 miliardi.
Il cavallo di Troia proposto da Madrid è un nuovo meccanismo, la European Sovereign Facility (ESF), che dovrebbe proprio consentire di ridurre i costi di finanziamento anche per i paesi frugali, ma Berlino e L’Aia restano scettiche.
L’idea è che l’aumento di emissioni ridurrebbe il premio di rischio richiesto dagli investitori, potenzialmente portando i costi di finanziamento UE vicini o inferiori a quelli tedeschi. Ma qui non si tratta di conti, ma si tratta di superare la resistenza politica dei tedeschi (e non solo) perché tale operazione è vista come un passo verso gli eurobond permanenti. Non a caso, un diplomatico UE la definisce una proposta con la quale “non si va da nessuna parte”, a meno che non si crei un largo consenso da parte delle più grandi economie dell’eurozona. Evento al momento improbabile.
Siamo alle solite. Si prendono iniziative in barba ai Trattati, per fare cose vietate dai Trattati, investendo la Commissione di poteri di cui non è dotata, cercando di creare il fatto compiuto. Un assalto in piena regola alla sovranità degli Stati membri e alla loro legittimazione democratica.






