Prende quota, e trova i primi soci. La banca del riarmo promossa dal Canada compie un passo decisivo. A margine del vertice Nato di Ankara, il premier canadese Mark Carney (nella foto con Zelensky) ha annunciato l’adesione di otto Paesi alla Defence, Security and Resilience Bank (Dsrb), il progetto di banca multilaterale destinato a mobilitare fino a 117 miliardi di euro di finanziamenti a basso costo per sostenere gli investimenti nella difesa. Con il Canada salgono così a nove i governi coinvolti, chiamati ora ad avviare le procedure di ratifica nazionali per rendere operativa l’istituzione nel 2027.
LA BANCA DEL RIARMO PRENDE FORMA
Oltre a Ottawa, hanno aderito Albania, Belgio, Grecia, Lettonia, Lussemburgo, Romania, Turchia e Ucraina. La sede sarà in Canada. Non si tratta di una banca destinata semplicemente a finanziare gli Stati, bensì di un organismo pensato per aumentare la capacità produttiva dell’industria della difesa, facilitando l’accesso al credito e riducendo il costo dei finanziamenti per aziende e filiere considerate strategiche. Nella dichiarazione congiunta diffusa dai nove governi si sottolinea come l’invasione russa dell’Ucraina abbia dimostrato la necessità di produrre capacità militari “con maggiore rapidità e su scala più ampia”. Da qui l’idea di una struttura che, nelle intenzioni dei promotori, “amplierà l’accesso al capitale, ridurrà i costi di finanziamento e sosterrà l’espansione della capacità industriale” dei Paesi aderenti.
La tempistica non è casuale. La Nato ha infatti alzato l’asticella degli impegni finanziari dei propri membri, fissando l’obiettivo di destinare entro il 2035 il 5% del Pil alla difesa e alla sicurezza. Secondo i promotori della Dsrb, ciò richiederà oltre 850 miliardi di euro di spesa aggiuntiva ogni anno tra Europa e Canada, un livello difficilmente sostenibile facendo leva esclusivamente sui bilanci pubblici. La nuova banca nasce proprio per cercare di colmare questo divario, attirando capitali privati e abbassando il costo della raccolta grazie a un modello ispirato alle grandi istituzioni multilaterali come la Banca mondiale e la Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo.
Il meccanismo è relativamente semplice. Gli Stati conferirebbero una quota di capitale effettivamente versato e una parte di capitale richiamabile sotto forma di garanzie sovrane. Proprio queste garanzie dovrebbero consentire alla banca di ottenere il rating tripla A, il massimo livello di affidabilità creditizia, permettendole di raccogliere fondi sui mercati a costi contenuti e di concedere prestiti a condizioni più favorevoli rispetto a quelle normalmente disponibili. La Dsrb intende inoltre offrire garanzie sui finanziamenti concessi dalle banche commerciali alle imprese della difesa, riducendo il rischio per gli istituti di credito e incentivando così nuovi investimenti privati.
INDUSTRIA, BANCHE E IL NODO DEI GRANDI PAESI EUROPEI
Il focus sarà soprattutto sulla filiera industriale, in particolare sulle piccole e medie imprese. Aziende attive nella componentistica, nella produzione di droni, nella cybersicurezza e nella meccanica di precisione rappresentano infatti, secondo i promotori, uno degli anelli più fragili del sistema: la domanda cresce rapidamente, ma molte realtà continuano a incontrare difficoltà nell’ottenere credito a costi sostenibili. La nuova banca punta quindi a intervenire dove il mercato finanziario tradizionale è considerato meno efficace, facendo da moltiplicatore degli investimenti piuttosto che sostituendosi alle banche commerciali.
A sostenere il progetto non ci sono soltanto i governi. Hanno già aderito alcuni dei maggiori istituti finanziari internazionali, tra cui JPMorgan, Deutsche Bank, Commerzbank e ING, insieme alle principali banche canadesi Royal Bank of Canada, BMO, CIBC, National Bank of Canada, Scotiabank e TD Bank. A testimoniare questo sostegno è comparsa anche un’intera pagina pubblicitaria sul Financial Times: la Dsrb vi è definita “l’anello mancante dell’architettura finanziaria internazionale”, chiamata a fare da ponte tra i governi e il capitale privato.
Resta però un limite evidente. Tra i nove Paesi fondatori non figurano, almeno per ora, le principali economie europee. L’assenza di Germania e Regno Unito riduce inevitabilmente il peso finanziario dell’iniziativa, anche se Ottawa continua a lavorare per ampliare la platea degli aderenti. La ministra degli Esteri canadese Anita Anand ha confermato che sono in corso colloqui con altri governi, sottolineando che “più Paesi aderiranno, meglio sarà”. La stessa Anand ha spiegato che esiste già una “massa critica” sufficiente per avviare il progetto, ma che l’ingresso di nuovi soci rafforzerebbe ulteriormente la capacità della banca di sostenere la crescita delle imprese del settore.
LONDRA PROVA A CAMBIARE LE CARTE
Proprio il Regno Unito rappresenta uno dei nodi più interessanti. Londra, infatti, sta portando avanti un’iniziativa parallela, il Multilateral Defence Mechanism (Mdm), sviluppata insieme a Paesi Bassi e Finlandia e alla quale si è recentemente aggiunta anche la Polonia. A differenza della Dsrb, il progetto britannico non punta soltanto al finanziamento, ma anche al coordinamento degli acquisti militari, alla realizzazione di economie di scala e, potenzialmente, alla gestione di scorte comuni di armamenti. Per questo la cancelliera dello Scacchiere Rachel Reeves ha proposto di avviare una convergenza tra le due iniziative, sostenendo che avrebbe poco senso chiedere agli Stati di capitalizzare due organismi distinti quando potrebbero confluire in un’unica architettura. Ottawa, dal canto suo, considera i due progetti complementari e non concorrenti. Secondo Guntram Wolff, senior fellow del think tank Bruegel, proprio la diversa vocazione dei due organismi rende plausibile un’integrazione: la Dsrb è pensata soprattutto come strumento di finanziamento, mentre l’Mdm avrebbe una funzione più ampia, occupandosi anche di acquisti congiunti e della gestione di asset strategici comuni.
ERB E DSRB, PROVE DI MATRIMONIO
L’ipotesi di un’integrazione non arriva dal nulla. Già nei mesi scorsi, come raccontato da Startmag, si era aperto il confronto tra la Dsrb e l’European Rearmament Bank (Erb), un altro progetto nato con finalità analoghe. L’Erb, promosso tra gli altri dall’ex vicepresidente della Bers Guy de Selliers, propone di creare una banca multilaterale europea dedicata al finanziamento della difesa, modellata sulle grandi banche di sviluppo internazionali. L’idea era quella di raccogliere circa 10 miliardi di euro di capitale dagli Stati membri per arrivare a mobilitare fino a 250 miliardi di prestiti attraverso emissioni obbligazionarie con rating tripla A.
Proprio de Selliers aveva proposto di fondere i due progetti, sostenendo che non fosse utile mantenere due iniziative concorrenti nate per rispondere alla stessa esigenza: colmare il vuoto finanziario che accompagna il rapido aumento della spesa militare europea. Anche allora emergevano differenze nelle modalità operative e nella platea dei possibili aderenti, ma il principio di fondo era comune: creare uno strumento stabile capace di attrarre capitali privati verso la difesa, riducendo il costo del denaro per governi e industria.
Il dibattito, insomma, non riguarda soltanto la nascita di una nuova banca, ma la ricerca di un modello finanziario in grado di sostenere un ciclo di investimenti destinato a protrarsi per molti anni. La guerra in Ucraina, le tensioni con la Russia, i nuovi conflitti in Medio Oriente, la crescente attenzione verso l’espansione militare cinese e i nuovi obiettivi fissati dalla Nato stanno modificando profondamente il quadro. In questo contesto la Dsrb prova a ritagliarsi uno spazio come leva finanziaria del riarmo occidentale. La partita, tuttavia, resta aperta: per trasformare un progetto da 117 miliardi di euro in una vera banca multilaterale serviranno nuove adesioni politiche, capitale pubblico e la capacità di convincere altre grandi economie che il costo della difesa passa ormai anche attraverso la finanza.




