L’assemblea annuale di Confindustria ha avuto il merito di riportare al centro del dibattito un tema che troppo spesso viene sottovalutato: il rischio di progressiva marginalizzazione dell’industria europea di fronte alla crescente competitività della Cina.
Il presidente Emanuele Orsini ha descritto con efficacia il problema: dalla pandemia ad oggi la produzione industriale tedesca ha perso circa 13 punti percentuali e numerosi comparti della manifattura europea stanno subendo una pressione competitiva senza precedenti. Dall’Europa all’Italia, dal distretto ceramico emiliano alle macchine utensili, dalla meccanica all’automazione, il tema è comune: competere con produzioni asiatiche che beneficiano di costi inferiori, politiche industriali aggressive e spesso standard regolatori differenti. E da buon sassuolese, Orsini ha avuto buon gioco a citare i costi energetici spaventosi che l’industria ceramica emiliana sta subendo e che la rendono sempre meno competitiva.
L’analisi è corretta. Meno convincenti, però, sono apparse le indicazioni sulle possibili soluzioni: oggi il problema dell’industria italiana non è soltanto difendersi dalla concorrenza cinese, è soprattutto crescere abbastanza velocemente da poter competere su scala globale.
Da questo punto di vista, alcune delle priorità più urgenti sembrano essere rimaste sullo sfondo.
La prima riguarda il risparmio privato. Orsini ha richiamato la necessità di rilanciare i PIR, uno dei pochi strumenti che negli ultimi anni hanno consentito di convogliare capitali verso le PMI italiane quotate. È una richiesta condivisibile, ma colpisce tuttavia che fino ad oggi Confindustria abbia sempre toccato con grande enfasi il rapporto banca/impresa e non abbia mai guardato al mercato dei capitali.
Arriva molto tardi.
E, dall’altra sponda, cioè dal governo, almeno finora non è arrivata una risposta concreta. Eppure il tema non è marginale: senza capitali di rischio le imprese italiane continueranno a dipendere quasi esclusivamente dal credito bancario, proprio mentre la competizione internazionale richiede investimenti sempre più ingenti.
La seconda grande assente è stata l’intelligenza artificiale.
Se la Cina corre e gli Stati Uniti investono centinaia di miliardi di dollari nelle tecnologie emergenti, è difficile immaginare una strategia industriale che non metta l’IA al centro della riflessione. L’intelligenza artificiale non rappresenta soltanto una rivoluzione tecnologica; rappresenta una rivoluzione della produttività. Ignorarne l’impatto significa rischiare di affrontare le sfide del prossimo decennio con gli strumenti del precedente. E la cosa più eclatante è che a sottolinearne la massima rilevanza non è stato un imprenditore, ma il governatore della Banca d’Italia, che già vede lo tsunami che si abbatterà nei prossimi mesi nel settore finanziario e bancario.
E questo sarà il principale elemento fattore critico di sopravvivenza dell’industria italiana, un pericolo, ma anche una grande opportunità per chi potrà fare i dovuti e ingenti investimenti, cioè le grandi aziende.
Ma il punto forse più rilevante riguarda la dimensione delle imprese italiane.
Da anni il dibattito economico nazionale si concentra sul sostegno alle PMI senza affrontare una domanda fondamentale: come fare affinché le PMI smettano di essere piccole?
La frammentazione dimensionale resta uno dei principali limiti competitivi del sistema produttivo italiano. Aziende piccole, spesso eccellenti sotto il profilo industriale, faticano a investire in innovazione, internazionalizzazione, acquisizioni e tecnologia, soprattutto adesso di fronte alle sfide che si stanno aprendo con l’arrivo dell’IA perché sono sottocapitalizzate e sempre più deboli dal punto di vista manageriale.
Per questo motivo i 3 temi sopra citati sono intimamente connessi e qualsiasi politica industriale moderna dovrebbe incentivare tutti gli strumenti che favoriscono la crescita dimensionale delle imprese: aggregazioni, fusioni, acquisizioni, apertura del capitale e quotazione in Borsa.
Proprio la Borsa dovrebbe essere considerata un’infrastruttura strategica per la crescita del Paese e non semplicemente un luogo di scambio di titoli. Quotarsi significa raccogliere capitali per investire, assumere, innovare e competere su scala internazionale, significa trasformare aziende locali in campioni nazionali e, in alcuni casi, europei.
Se l’obiettivo è evitare la desertificazione industriale evocata da Orsini, la risposta non può limitarsi alla difesa dell’esistente. Occorre creare le condizioni affinché nascano imprese più grandi, più patrimonializzate, più innovative e più aperte ai mercati dei capitali. E il tema dell’incrocio genetico necessario tra impresa e Borsa è un argomento ancora sconosciuto, se non addirittura ostile, nelle stanze di Viale dell’Astronomia.
Peraltro da gennaio ad oggi in Italia non si è quotata neanche un’azienda, un fatto drammatico e che indica come né al governo né in Confindustria ci si è ancora resi conto dello stato di fatto: non ci sono capitali per lo sviluppo delle imprese. Senza questa presa di coscienza, ci troveremo con le migliori aziende italiane che saranno acquisite da investitori esteri, finanziari e industriali che in pochi anni ne estirperanno know-how e tecnologia per trasferirla nei paesi più accoglienti per fare impresa. Senza un sistema di protezione, che passa anche – e soprattutto – dalla Borsa, il tessuto industriale italiano è già in fase di sfilacciamento.
E adesso la vera sfida non è soltanto proteggere la manifattura italiana, ma permetterle di fare il salto dimensionale che attende da almeno vent’anni.







