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Patto di stabilità, perché Meloni ha ragione e Bruxelles ha torto

Qual è il vero nodo del contendere tra il governo italiano e la Commissione Ue sul patto di stabilità. L'approfondimento di Liturri

Con la lettera di oggi Giorgia Meloni a Ursula von der Leyen sale di livello lo scontro tra Roma e Bruxelles sui margini di bilancio disponibili per mitigare l’impatto della crisi dei prezzi energetici su famiglie e imprese.

Come spieghiamo ai cittadini che è possibile fare debiti per le spese militari ma non per proteggere i posti di lavoro e i redditi degli italiani? È in sostanza la domanda della Meloni, a cui, a stretto giro, è arrivata la risposta negativa (con qualche spiraglio di apertura) da Bruxelles. La crisi si affronta con gli strumenti disponibili, cioè la modesta flessibilità già esistente nelle regole e, “per il momento”, non si ritiene necessario attivare la clausola nazionale di salvaguardia.

La novità è che l’Italia si presenta allo sconto mettendo in discussione l’adesione al prestito Safe da 150 miliardi, per il quale entro fine maggio scade il termine, quasi perentorio, per l’adesione definitiva.

La lettera della Meloni arriva dopo diverse settimane di intenso pressing sulla Commissione da parte del ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti che, di solito non parla molto e, proprio per questo motivo, quando lo fa, significa che c’è un problema grave.

Nonostante il Safe sia «una fonte di finanziamento alternativa per finanziare delle spese per la difesa d’investimento che in larga parte sono già previste e già in itinere», come dichiarato dallo stesso Giorgetti durante il question time alla Camera del luglio 2025, e quindi finanzi per buona parte spese militari già calcolate nel deficit, costituendo solo uno strumento alternativo al Btp nella copertura del fabbisogno dello Stato, il problema posto dalla Meloni e da Giorgetti resta e quindi il Safe per il momento è congelato.

È proprio questa la linea di faglia su cui da settimane si sta svolgendo lo scontro tra Roma e Bruxelles e, probabilmente, anche all’interno della maggioranza del governo Meloni. Dove il ministro Guido Crosetto ha scritto due lettere a Giorgetti e scalpita perché «entro fine maggio bisognerebbe firmare i contratti».

Giorgetti sta parlando chiaro, non da oggi, sulla possibilità di sospendere il patto di stabilità per consentire al bilancio pubblico di aiutare famiglie e imprese nel reggere l’impatto della crisi dei prezzi energetici. Da ultimo, il 28 aprile, durante l’audizione parlamentare sul Documento di Finanza Pubblica è stato di una chiarezza cristallina osservando che «L’Europa si preoccupa per il tema della difesa, ma non capiamo come non valuti allo stesso modo e con lo stesso senso di urgenza il problema di far fronte alla sicurezza energetica e alla sfida portata dalla crisi in Medioriente».

La domanda di Giorgetti è ovviamente retorica, nel senso che il ministro sa bene quali siano le argomentazioni addotte dalla Commissione per considerare la minaccia russa e le conseguenti aumentate esigenze di difesa come una “circostanza eccezionale al di fuori del controllo degli Stati membri”, condizione per attivare la clausola di salvaguardia nazionale, prevista dall’articolo 26 del riformato patto di stabilità. 

Conosce altrettanto bene le motivazioni che hanno portato la Commissione ad esprimersi in modo chiaro circa il fatto che la crisi energetica non costituisca, almeno per il momento, causa di innesco della clausola nazionale.

Allora, a Giorgetti e, da oggi, alla Meloni, non resta altro da fare che andare allo scontro e contestare le tesi della Commissione, a nostro sommesso parere, parecchio lacunose e intrise di ideologia. Ma poi, comunque finisca il confronto, Giorgetti e l’intero governo dovranno prendere una decisione: abbozzare o rovesciare il tavolo, con tutte le rilevanti conseguenze politiche ed economiche, e questo momento non appare poi così lontano. Insomma è arrivato il momento in cui, di fronte alla Ue che minaccia di danneggiare seriamente il nostro Paese, il governo deve assumersi la pesante responsabilità di curare gli interessi del Paese, come fa la Francia da circa 20 anni.

Per comprendere le motivazioni della Commissione e contestarle nel merito, bisogna partire dal documento chiave che è la comunicazione della Commissione del 19 marzo 2025, nella quale si sostiene che «La guerra di aggressione della Russia contro l’Ucraina e la sua minaccia alla sicurezza europea sono circostanze eccezionali al di fuori del controllo degli Stati membri, che hanno un impatto significativo sulle finanze pubbliche degli Stati membri attraverso il conseguente aumento, già sostenuto e/o previsto, delle spese per la difesa». Affermazione al limite del dogmatico, perché nel documento non ci sono scenari alternativi e valutazioni d’impatto. È così e basta. Di conseguenza è stata proprio la Commissione a proporre l’attivazione coordinata della clausola di salvaguardia nazionale, consentendo una deviazione dal percorso di spesa netta fino al 1,5% del PIL per 4 anni dal 2025 al 2028. Ben 15 Stati membri hanno accolto l’invito della Commissione, presentando la richiesta, e a luglio 2025 il Consiglio ha adottato la decisione per autorizzarli a deviare dal percorso di spesa concordata e/o sforare il 3% senza incorrere nella procedura per deficit eccessivo. Germania e Austria si sono poi aggiunte rispettivamente a ottobre 2025 e febbraio 2026.

Cosa ben diversa è accaduta il 26 marzo 2026, quando la Commissione, dopo solo qualche settimana, ha sentenziato in una sua nota che «la clausola di salvaguardia nazionale è intesa a far fronte a circostanze eccezionali al di fuori del controllo degli Stati membri e non dovrebbe essere utilizzata come mezzo per gestire shock a breve termine, che possono già essere affrontati nell’ambito del quadro fiscale di medio termine»; di conseguenza «l’attivazione della clausola generale di salvaguardia o delle clausole nazionali di salvaguardia non sarebbe opportuna in questo momento».

In quella nota la Commissione offre un’ampia disamina delle idee distorte che albergano a Palazzo Berlaymont. La dettagliata analisi delle misure adottate in occasione della crisi energetica del 2022 si conclude definendole poco mirate e troppo generose, chiedendo agli Stati di non ripeterle, perché temono che siano prolungate oltre il necessario e diventino permanenti. A loro dire, quei sostegni hanno consentito alla domanda di petrolio e gas di restare inalterata e quindi alimentare le tensioni sui prezzi. Invece, e qui viene la parte più preoccupante, nell’angosciante immaginario della Commissione, l’elevato costo dei carburanti fossili, non mitigato da costosi sussidi pubblici, deve causare un auspicato calo della loro domanda a favore di fonti energetiche rinnovabili. Nemmeno una parola sul fatto che queste ultime siano interrompibili, non siano sostitutive delle fonti fossili, nemmeno in una prospettiva di medio termine e non siano immediatamente disponibili perché comunque richiedono ingenti investimenti sulle reti.

Per i burocrati di Bruxelles questa crisi è un’eccellente occasione per accelerare la transizione energetica. Non gli interessa che, durante la transizione, si spenga la nostra economia. Non da oggi, distruggere la domanda è il loro unico strumento disponibile e quindi per la Meloni si tratta di scegliere: Hic Rhodus, hic salta.

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