Bollette meno care per gli inglesi. Almeno questo è il primo obiettivo che il nuovo primo ministro britannico Andy Burnham ha scelto di mettere sul tavolo nel suo secondo giorno a Downing Street. Il leader laburista ha annunciato l’abolizione dell’Iva del 5% sulle bollette domestiche dell’elettricità a partire dal prossimo 1° ottobre, presentando la misura come il primo tassello di un’offensiva contro il caro vita che, nelle sue intenzioni, dovrà restituire agli elettori quel “po’ di respiro” promesso durante la campagna per la leadership. Ma il piano ha già acceso uno scontro sulla sua copertura finanziaria e sulla reale efficacia nel ridurre il peso delle bollette.
COME FUNZIONA IL TAGLIO DELL’IVA SULLE BOLLETTE
Il governo stima che la cancellazione dell’Iva consentirà a una famiglia media di risparmiare circa 45 sterline l’anno su una bolletta elettrica che oggi si aggira intorno alle 1.862 sterline. Il costo dell’intervento è valutato in circa 850 milioni di sterline nell’anno fiscale 2026-2027. Downing Street sostiene inoltre che la misura contribuirà a ridurre l’inflazione: l’indice dei prezzi al consumo dovrebbe scendere di circa 0,10 punti percentuali, mentre l’indice Rpi diminuirebbe di circa 0,14 punti.
La domanda, però, è un’altra: chi pagherà il conto? Burnham assicura che non ci saranno nuovi deficit. Il taglio dell’Iva, sostiene il premier, sarà interamente finanziato dalla cancellazione del programma nazionale di identità digitale, annunciato contestualmente al suo insediamento. Secondo il governo, lo stop al progetto produrrà risparmi per 1,8 miliardi di sterline nei prossimi tre anni, più che sufficienti a coprire il costo dell’intervento sulle bollette. “Stiamo intervenendo immediatamente per tagliare le tasse sulle bollette energetiche, mettere più soldi nelle tasche delle persone e ridare speranza”, ha dichiarato Burnham, ribadendo di voler offrire agli inglesi “un po’ di respiro”.
I DUBBI SULLA COPERTURA DEL PIANO
Proprio questa copertura, però, è stata contestata quasi subito. Darren Jones, fino a poche ore prima Chief Secretary to the Prime Minister nel governo Starmer e rimasto fuori dal nuovo esecutivo, sostiene che quei risparmi esistano soltanto sulla carta perché per il programma di identità digitale non erano ancora stati stanziati fondi. Di conseguenza, ha detto, il taglio dell’Iva sarebbe di fatto “privo di copertura” e il governo dovrà spiegare nella prossima legge di Bilancio come intenda finanziare realmente le nuove misure. Una critica rilanciata anche dal Financial Times, secondo cui il primo grande provvedimento del nuovo premier ha già aperto uno scontro sulla sostenibilità dei conti.
I dubbi non riguardano soltanto i conti pubblici. Secondo alcuni esperti di energia, ricorda Reuters, lo sconto fiscale rischia di essere rapidamente assorbito dai nuovi rincari attesi nei prossimi mesi. L’aumento del prezzo del gas, alimentato dalle tensioni in Medio Oriente, rende infatti probabile un nuovo rialzo del tetto regolato delle tariffe energetiche in ottobre. Ruth Curtice, direttrice della Resolution Foundation, ritiene inoltre che la misura favorisca anche le famiglie con redditi più elevati e sia quindi poco mirata: con bollette destinate comunque ad aumentare di oltre 150 sterline in autunno, osserva, sarebbe stato preferibile concentrare le risorse sui nuclei più vulnerabili.
PERCHÉ IL TAGLIO DELL’IVA NON BASTA
Non tutte le valutazioni, però, sono negative. La End Fuel Poverty Coalition ha accolto il provvedimento come un segnale politico nella giusta direzione, pur sottolineando che da solo “non risolve le difficoltà” con cui devono fare i conti le famiglie britanniche. Una lettura in parte condivisa anche dal Guardian. In un commento firmato dall’economista Alfie Stirling, direttore delle politiche della Joseph Rowntree Foundation, si legge che Burnham ha ragione a fare del costo della vita la priorità del suo esordio a Downing Street. Il taglio temporaneo dell’Iva sull’elettricità viene definito “un buon segnale”, ma non potrà bastare: secondo Stirling dovrà essere seguito da una riforma più strutturale del sistema energetico, ad esempio garantendo a tutti una quota di consumi elettrici a prezzi calmierati, più ampia per le famiglie a basso reddito, finanziata attraverso una tassazione più incisiva delle rendite finanziarie.
Il nodo dell’energia resta infatti uno dei principali motori della crisi del costo della vita nel Regno Unito. I prezzi dell’elettricità sono fortemente influenzati dall’andamento del gas all’ingrosso, esploso dopo l’invasione russa dell’Ucraina nel 2022. All’epoca il governo conservatore intervenne con un vasto programma di sostegno pubblico, spendendo miliardi di sterline per limitare gli aumenti. I prezzi hanno poi iniziato a scendere dalla metà del 2023, ma restano ancora fino al 60% superiori ai livelli precedenti alla crisi energetica. Nel frattempo nuove pressioni inflazionistiche legate al conflitto in Medio Oriente stanno tornando a farsi sentire lungo le catene di approvvigionamento, complicando ulteriormente il quadro.
PERCHÉ BURNHAM HA DECISO DI PARTIRE DALLE BOLLETTE
È dentro questo contesto che Burnham ha deciso di imprimere un cambio di passo. Fin dal primo giorno a Downing Street il nuovo premier ha spiegato di voler varare rapidamente una serie di interventi “i cui effetti gli inglesi possano vedere in tempi brevi”, soprattutto i redditi più bassi, rimandando alla prossima legge di Bilancio la strategia economica di lungo periodo. Tra le misure allo studio figurano un tetto alle tariffe degli autobus e un possibile congelamento degli affitti, anche se il governo precisa che ogni decisione sarà presa con la prossima legge di Bilancio e nel rispetto delle regole fiscali. “Avevo promesso di dare un po’ di respiro agli inglesi, ed è esattamente ciò che sto facendo nel mio secondo giorno a Downing Street”, ha ribadito il neopremier.
Dietro questa accelerazione c’è anche un calcolo politico. Burnham vuole evitare l’errore attribuito al suo predecessore Keir Starmer, accusato da molti elettori di non avere agito con sufficiente rapidità dopo l’insediamento. Il nuovo leader sembra inoltre intenzionato a concentrare sempre di più le leve della politica economica direttamente sotto il controllo di Downing Street. Secondo gli economisti di Barclays, le decisioni economiche saranno “sempre più gestite dall’ufficio del primo ministro” e attuate dal cancelliere dello Scacchiere, più che elaborate autonomamente dal Tesoro. Il taglio dell’Iva, insomma, rappresenta il tentativo di marcare subito una discontinuità rispetto all’approccio più prudente del precedente governo, mostrando agli elettori di avere un piano concreto per incidere sulla loro vita quotidiana.
L’EREDITÀ ECONOMICA E IL VINCOLO DEI CONTI PUBBLICI
L’eredità economica che Burnham riceve, tuttavia, è tutt’altro che semplice. Come rileva il Guardian, già prima dell’arrivo dell’ex cancelliera Rachel Reeves le prospettive erano tali che nel 2029 una famiglia britannica media avrebbe avuto un tenore di vita inferiore rispetto al 2019, un’anomalia senza precedenti nella storia economica moderna del Paese. Normalmente, ricorda Stirling, nell’arco di cinque anni il reddito reale di una famiglia cresce di circa 5.000 sterline; nell’ultimo decennio, invece, è accaduto l’opposto.
A rendere ancora più difficile il compito del nuovo governo c’è quello che il quotidiano definisce un “triplice vincolo”: famiglie e imprese stanno riducendo la spesa, ma inflazione e costo del denaro restano elevati e un intervento pubblico troppo espansivo rischierebbe di alimentare ulteriormente i prezzi e spingere la Banca d’Inghilterra ad alzare ancora i tassi. Da qui l’idea di intervenire direttamente sui prezzi dei beni essenziali, come l’elettricità, anziché limitarsi a trasferimenti monetari.
Sul fronte dei conti pubblici, Burnham eredita anche una pressione fiscale destinata a raggiungere quest’anno il 37% del Pil, il livello più elevato dal 1948. Il premier ha promesso di mantenere le regole fiscali ereditate dall’ex cancelliera Rachel Reeves, che impongono di coprire la spesa corrente con le entrate tributarie nell’arco di tre anni. Ha inoltre confermato l’impegno assunto dal Labour in campagna elettorale a non aumentare le aliquote delle principali imposte, come Irpef, Iva e National Insurance. Restano però aperte altre ipotesi, dall’aumento della tassazione sulle plusvalenze finanziarie a una riforma della council tax sugli immobili, coerentemente con la convinzione più volte espressa da Burnham secondo cui il Regno Unito “tassa troppo il lavoro e troppo poco la ricchezza”.
Paradossalmente, proprio la prudenza fiscale del precedente governo potrebbe offrirgli un margine di manovra iniziale. Rachel Reeves ha lasciato in eredità un forte calo delle emissioni di titoli di Stato, scese quest’anno di circa 58 miliardi di sterline a 246 miliardi, elemento che finora ha rassicurato i mercati. Anche il costo del debito è rimasto stabile e i dati pubblicati martedì mostrano un indebitamento pubblico di giugno inferiore alle attese. Una finestra che Burnham spera di sfruttare per dare rapidamente un segnale politico agli elettori senza incrinare la fiducia degli investitori. Se basterà a ridurre davvero il costo dell’elettricità per le famiglie britanniche, però, dipenderà non solo dall’abolizione dell’Iva, ma soprattutto dall’andamento dei prezzi dell’energia e dalla capacità del governo di dimostrare che il conto, questa volta, è davvero coperto.






