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Vi spiego perché per M5s e Pd la crisi di governo non sarà una scampagnata

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Sono in molti a sperare, sia tra i 5 stelle che nel Pd, in un semplice atto burocratico. Una pura formalità: via il Conte due per far posto al Conte tre, come se nulla fosse avvenuto. Ma non sarà così. Ecco perché. Il commento di Gianfranco Polillo

 

Dalle dimissioni di Teresa Bellanova, Elena Bonetti e Ivan Scalfarotto sono trascorsi dodici giorni. Due settimane vissute pericolosamente da tutti i protagonisti di una vicenda – la crisi politica italiana – che finalmente si è risolta, rientrando nell’alveo costituzionale. Tante le nefandezze commesse: dalla ricerca affannosa di possibili transfughi da innalzare al rango di eroi, al naufragare di una maggioranza raccogliticcia di fronte alla prima difficoltà, per altro ampiamente prevedibile al momento della conta in Senato: quel confronto sulla giustizia, che Conte ha preferito disertare, piuttosto che affrontare, con la quasi certezza di una sconfitta.

Sono in molti a sperare, sia tra i 5 stelle che tra i piddini, in un semplice atto burocratico. Una pura formalità: via il Conte due per far posto al Conte tre, come se nulla fosse avvenuto. Ma non sarà così: questa almeno una delle poche certezze, che fanno da sfondo a questo nuovo capitolo della crisi politica italiana. Fosse così, avremmo avuto una torsione della Costituzione materiale senza precedenti. Il certificare la nascita di una sorte di Re Sole – il presidente del Consiglio – in grado di far ruotare intorno alla propria persona partiti politici e movimenti. Con licenza di crearne di nuovi, al fine di ottenere il necessario sostegno alla sua traballante figura.

Sarà così? Ci ostiniamo a credere che tutto ciò non sia possibile, salvo ridurre un Paese dalle antiche tradizioni democratiche a repubblica delle banane. Che i grillini, con la loro enfasi riposta sui limiti della democrazia rappresentativa, possano gongolare, non v’è dubbio. Hanno teorizzato la democrazia diretta, per giungere invece alle forme di un nuovo bonapartismo. In una parabola perversa che, pur con le varianti imposte dalla specificità dei nostri giorni, si è già vista in altre occasioni. Basti pensare a quell’eterogenesi dei fini che ha caratterizzato tante esperienze del ‘900.

La fase che si apre – è facile profezia – riserverà, invece, delle sorprese. E non solo perché ci sarà un regista – il Presidente della Repubblica – che non sarà più un semplice spettatore. Dovrà garantire il rispetto di una prassi consolidata. Punteggiata dalle crisi – ben 66 dalla nascita dalla Repubblica – che si sono succedute e che hanno creato un’armatura procedurale che difficilmente potrà essere aggirata. Si comincerà pertanto con le consultazioni: presidenti di Camera e Senato, quindi i gruppi parlamentari in ordine crescente, a partire dai più piccoli. E qui inizieranno le prime difficoltà.

Chi rappresenterà i “responsabili”? Non sembra ci sia il tempo necessario per giungere alla costituzione di un nuovo gruppo parlamentare in Senato. Anche perché, almeno per il momento, è difficile scorgere una persona, come Denis Verdini, che fu capace, al tempo di Renzi presidente del Consiglio, di costituire e dirigere un “simil partito” come Ala: Alleanza liberalpopolare autonomie. Raggruppamento sui generis, con un capo assoluto, lo stesso Denis, ed un pugno di peones speranzosi.

Sarà come sarà. Nel frattempo, tuttavia, la creatura di Matteo Renzi sarà divenuta, nuovamente, centrale ed indispensabile negli equilibri dell’unica maggioranza possibile. A meno di non pensare che Forza Italia sia disposta ad immolarsi per favorire l’Avvocato del popolo. Cosa, per lo meno, improbabile. Ed ecco allora il senso complessivo di questa crisi: il giungere ad un equilibrio diverso, tutto da definire. Soprattutto da decifrare. Una fase nuova, quindi. Con quella piccola/grande discontinuità, che già da ora si vede in prospettiva, anche se è difficile, al momento, misurarne la profondità.

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