Skip to content

cina

Aggiungi Startmag.it

alle tue fonti preferite su Google

Vi spiego la strategia della Cina su Iran, Usa e Medioriente. Parla Sisci

Conversazione di Marco Mayer con il sinologo Francesco Sisci sulla guerra in Medio Oriente e la posizione della Cina.

Ieri sono iniziati i colloqui diplomatici tra Libano e Israele. Tra qualche giorno dovrebbero riprendere i contatti ufficiali tra Iran e Usa. Perché la Cina sostiene l’Iran abdicando ad un ruolo di mediazione che le spetterebbe come superpotenza?

Sull’Iran, la Cina è stata finora abbastanza neutrale. Diversamente che con l’Ucraina, Gaza o il Venezuela, Pechino non ha preso posizione precisa. Certo, oggi ci sono le accuse riportate dal Financial Times che satelliti cinesi avrebbero aiutato l’identificazione di obiettivi per i bombardamenti iraniani nella regione. Pechino sembra dire però che si tratta di satelliti commerciali, riparandosi dietro forse una foglia di fico. Altra cosa sarebbe se la Cina fornisse lanciatori anti aereo a spalle. Di certo ci sono antichi rapporti con l’Iran che Pechino fa fatica a cambiare. Per quanto riguarda la mediazione non è chiaro quale sia stato finora il ruolo cinese per arrivare alla tregua attuale, ma probabilmente c’è stato, forse anche insieme a un ruolo dell’India. Naturalmente i prossimi giorni saranno cruciali. Se sia la Cina a fornire assistenza militare, anche indiretta, all’Iran le cose potrebbero diventare più delicate. È una situazione molto nuova per la Cina che sta in qualche modo imparando sul pezzo come muoversi. Se vogliamo essere positivi possiamo dire che Pechino ha migliorato la sua posizione rispetto agli scontri passati. Se vogliamo essere pessimisti, possiamo dire che non ho ancora imparato abbastanza l’arte della neutralità. Bisogna aspettare l’evoluzione degli eventi almeno fino al vertice di Pechino tra Stati Uniti e Cina.

Pechino pagherà un prezzo per il suo sostegno a Putin e all’Iran?

Dipende se la Cina farà un passo indietro rispetto a questi aiuti all’Iran denunciati negli ultimi giorni, oppure se Pechino continuerà. Qui ci sono due contesti uno del lungo termine l’altro di breve. Di lungo termine c’è che da almeno 15 anni la Cina, gradualmente prima e poi sempre più velocemente, non è più “di moda”. Nel breve termine la Cina ha accelerato questa percezione schierandosi su questioni internazionali uscite sempre finora complessivamente perdenti. Dovrebbe allora pensare a lungo termine su come migliorare la propria percezione all’estero e principalmente in Occidente, suo principale cliente commerciale e – volente o nolente – maggiore motore dell’opinione pubblica internazionale. Questo non è solo una questione di propaganda, ma di propria posizione nel contesto globale. La Cina dice di non volersi porre contro l’America, ma spesso non si pone con l’America. Purtroppo la situazione oggettiva, con le guerre in corso, rende sempre più difficile e squilibrata questa posizione. Certo, anche paesi europei hanno problemi con l’America della presidenza di Donald Trump, ma è molto diverso perché i problemi sono in sostanza con Trump, ma non con l’America di per sé. Per la Cina forse invece è il contrario. Ci sono più problemi con l’America di per sé e forse meno con la persona di Trump. Questa posizione, se è così, potrebbe essere molto problematica al di là di ogni accordo che Pechino riuscirà a strappare a Trump.

Perché la diplomazia cinese ha fallito nel tentativo di riavvicinare Arabia Saudita e Iran?

Credo che quella non fosse un’iniziativa di Pechino, ma invece di alcuni paesi del Golfo e dell’Arabia Saudita per cercare di migliorare la situazione con l’Iran mentre l’America era in altre faccende affaccendata. La questione di Gaza, chiaramente sostenuta dall’Iran, l’attacco degli Hezbollah libanesi contro Israele, ancora sostenuti dall’Iran, hanno rotto l’incanto tra sauditi e iraniani. I paesi arabi e musulmani, che prima avevano sperato di riconciliarsi con l’Iran, si sono sentiti minacciati dalle milizie sciite sostenute da Teheran, e quindi hanno scelto di avvicinarsi ancora di più a Israele e agli Stati Uniti. La Cina ha sbagliato radicalmente a vedere la situazione. Anzi ha pensato all’inizio che il mondo musulmano si sarebbe unito contro Israele e l’America. Oggi l’eventuale appoggio militare della Cina all’Iran rischia di alienare i rapporti di Pechino con tutto il mondo musulmano, diffidente o ostile verso gli ayatollah di Teheran.

Come si valutano a Pechino i comportamenti erratici di Trump e quali sono le contromisure adottate?

La mia impressione è che a Pechino sono indifferenti ai cambiamenti di direzione repentina di Trump. I cinesi credono nella strategia a lungo termine e sono scettici sulle scelte fatte sul momento. In termini occidentali potremmo dire che i cinesi credono che la tattica senza la strategia, sia solo il baccano prima della sconfitta. Quindi seguono l’evoluzione di Trump ma non mi sembra ne siano persuasi.

Cosa ti aspetti (e cosa ti auguri) rispetto all’imminente vertice tra il Presidente Xi Jinping e il Presidente degli Stati Uniti?

Non penso che ci sia un grande accordo. Quello che potrebbe esserci è una tregua commerciale che dia una certa serenità ai mercati al mondo, almeno fino alle elezioni di mid term in America. Gli americani sperano di dividere l’agenda fra temi spinosi, che potrebbero essere discussi anche se non risolti completamente, e temi di carattere generale dove i due paesi potrebbero trovare un maggiore terreno d’incontro, per esempio la lotta alla criminalità e al traffico di droga. Un punto di domanda forte dovrebbe essere l’Iran e Hormuz. Sarà forse cruciale vedere cosa gli americani e vincono dall’atteggiamento cinese sull’Iran. Potrebbe essere una buccia di banana oppure un gradino su cui far progredire il rapporto bilaterale.

Torna su