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Vi spiego la guerra a Taiwan fra Usa e Cina. Parla Pelanda

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Tutti i significati della visita del ministro americano della Salute Alex Azar a Taiwan analizzati da Carlo Pelanda, saggista e docente di geopolitica.

 

La visita a Taiwan di un ministro in carica al cospetto della presidente indipendentista Tsai non è una di quelle mosse destinate a passare inosservate in Cina, specie se il ministro in questione viene da un paese che si chiama Stati Uniti.

Con la visita del ministro della Salute Alex Azar si rompe un tabù lungo oltre 40 anni in America, che nel 1979 ruppe parzialmente le relazioni diplomatiche con Taiwan per far spazio all’emergente potenza continentale della Cina comunista.

Il tabù spezzato inoltre è doppio perché Taiwan, com’è noto, è obiettivo ambito della dirigenza comunista, che ambisce a fagocitarla per vie pacifiche o manu militari per dare completezza al suo motto di “Una sola Cina”.

Quella americana non poteva dunque che configurarsi come una provocazione, peraltro calcolata visto che in questo momento i fronti caldi tra Pechino e Washington sono più di uno.

Per cercare di decifrare il significato della mossa americana, Start Magazine ha intervistato Carlo Pelanda, saggista e docente di geopolitica.

Pelanda offre una lettura legata alla Grand Strategy Usa, quella elaborata nel 2007 dall’elaborazione Trump che prevede di fatto di mettere in ginocchio il Dragone in quella che Pelanda chiama “battaglia di destino”, che altro non è che la lotta geopolitica del 21mo secolo – che ha due protagonisti assoluti: Usa e Cina – per affermare il proprio potere globale.

Prof. Pelanda, che significato hanno voluto conferire gli Usa alla visita del ministro Azar?

Si è trattato di un atto dissuassivo da parte degli Usa. Per capire bene l’atto degli Usa dobbiamo fare riferimento al concetto di escalation. Sappiamo che è in corso uno scontro tra Usa e Cina. Tra i due in questo momemto c’è una fase di escalation per vedere fino a che punto l’altro può arrivare. Per dirla in un’altra maniera, è in corso una esibizione di muscoli.

Perché proprio a Taiwan?

Quella degli Usa è stata una risposta alle pressioni che la Cina sta facendo su Taiwan. Per capirlo bisogna pensare a quello che è successo a Hong Kong, dove Pechino ha usato una stretta anche per segnalare a Taiwan che il prossimo obiettivo è proprio lui. Ricordo che la profezia di riunificazione di tutta la Cina sotto l’egida comunista è un elemento di coesione all’interno del partito, soprattutto tra politici e militari. Taiwan in questo senso è il punto di fusione tra il forte nazionalismo condiviso in Cina e il regime comunista. Per questo gli Usa hanno mandato il loro messaggio di controdissuasione.

Un messaggio con cui hanno voluto comunicare cosa?

L’America ha voluto rassicurare Taiwan che l’America combatterà anche a livello nucleare in caso di invasione della Cina. Il bravo analista tuttavia coglierà che si è trattato di una mossa leggera, che non preclude future trattative. Non hanno mandato Pompeo a lanciare proclami, facendo perdere la faccia alla Cina, ma il ministro della Sanità con la scusa dell’emergenza Covid-19.

Prevede altri step in questa escalation?

In verità no, anche perché ciò che interessa agli Usa è portare la Cina nel tavolo di negoziato per la limitazione delle armi nucleari. E la Cina non vuole sedersi su questo tavolo. Quindi il fatto di portare la guerra vicina a loro significa esercitare una pressione formidabile affinché la Cina si sieda sul negoziato. Il problema è che la Cina non può farlo.

Perché?

Se la Cina si siede al negoziato, finisce automaticamente lo status della Cina come potere emergente. Sedersi al tavolo significa infatti che si ha bisogno di negoziare con gli altri. L’escalation in corso si deve proprio al fatto che la Cina non vuole sentirsi limitata anche mentre gli Usa e tutti gli altri la stanno circondando e le stanno togliendo tutti gli spazi. Potremmo dire quindi che il primo obiettivo macro di condizionamento della Cina per trasformarla da potere globale a potere locale è farla sedere a quel tavolo e costringerla ad accettare il suo status.

E la Cina non accetterà mai, allo stato attuale, una diminutio…

Certamente. Il mito della Cina globale è fondamentale per il Partito Comunista perché sostiene il suo potere. Nel momento in cui questo viene confutato, la Cina come di consueto cade nella guerra civile. E questo è in fin dei conti l’obiettivo vero dell’amministrazione Trump, con la speraza di vedere allla fine cadere il regime comunista.

Quanto sono fondati i calcoli dell’amministrazione Trump?

Bisogna tenere conto, e questa è una cosa che in Occidente non si dice spesso, che la Cina è come una pentola in cui sta ribollendo l’acqua. C’è molto autonomismo, visto che i cinesi parlano diverse lingue anche se sono unificate dalla scrittura. Tutte le elite intermedie cinesi soffrono inoltre la svolta autoritaria impressa da Xi Jimping. L’America tutte queste cose lo sa, e affonda i suoi colpi nel tentativo di vincere quella che potremmo chiamare “battaglia di destino”. Sia l’America che la Cina devono infatti far affermare la profezia che saranno loro l’unica potenza globale, e la guerra si sta combattendo per questo: per determinare, per l’appunto, il destino del mondo.

Con quali conseguenze?

La vittoria nella guerra di destino è importante perché riguarda anzitutto le alleanze. Se l’America vince, allora i paesi asiatici come l’India dovranno assolutamente allearsi con loro. Lo stesso discorso vale per la Cina. È una guerra globale, come dicevamo.

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