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Vi racconto le furbizie fiscali dell’Olanda

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L’Olanda beneficia di rendite di posizione fondate sullo sfruttamento della competizione fiscale al ribasso tra Paesi del vecchio continente. Per tutelare questo vantaggio competitivo, l’Olanda ha lucida e utilitaristica. Tutti i dettagli nell’analisi di Francesco Giuliani, tributarista partner Studio Fantozzi & Associati

 

L’Europa, durante il Coronavirus, ha dimostrato di saper guardare la realtà e di non essere incatenata alle sue regole. Una Unione Europa spesso raffigurata come una sorta di totem della tecnocrazia o come una matrigna crudele inchiodata agli zero virgola ha dimostrato di conoscere il significato della parola flessibilità con la sospensione delle regole di bilancio, la politica monetaria espansiva, i “piani di recupero”.

Quell’identità marmorea a cui i suoi detrattori la inchiodano resiste però quando si affronta il tema fiscale. Se la necessità di rispondere alla più grande crisi del Dopoguerra ha messo in discussione certezze apparentemente inscalfibili e ha offerto il pretesto per ridisegnare i capisaldi dell’organizzazione del lavoro a livello planetario, apparentemente poco si è mosso sul fronte della governance economica dell’Ue, che ormai somiglia sempre più a una creatura mitologica, dotata di una politica monetaria unica e di ventisette politiche fiscali nazionali. Negli ingranaggi, però, in maniera indiretta è finito qualcosa che potrebbe inceppare il vecchio motore degli egoismi fiscali. L’incarico dato alla Commissione di individuare delle politiche coordinate volte ad aumentare le risorse a favore delle istituzioni comunitarie presenti (Commissione Ue, Mes) o future (Recovery Fund), affinché queste ultime possano indebitarsi sul mercato al posto dei paesi membri, beneficiando di minori tassi d’interesse ha determinato, sia pur sotto traccia, una parziale cessione di sovranità alle istituzioni comunitarie anche in materia fiscale.

Il momento per un ripensamento sarebbe sicuramente propizio. Ma questo salto di qualità trova l’opposizione dei cosiddetti “falchi”, i cosiddetti guardiani del rigore del Nord Europa. Il paradosso è che questi Paesi pretendono una rigidità di bilancio da Paesi ai quali drenano risorse attraverso pratiche fiscali sleali. Alcuni Stati membri come Olanda, Lussemburgo e Irlanda, infatti, pongono in essere pratiche di dumping fiscale e contributivo che, come ha detto di recente il presidente dell’Antitrust Roberto Rustichelli “possono minare le fondamenta della stessa costruzione europea. Paesi come l’Irlanda, l’Olanda e il Lussemburgo sono veri e propri paradisi fiscali nell’area euro che attuano pratiche fiscali aggressive, che danneggiano le economie degli altri Stati membri e che, anche grazie a queste pratiche, registrano elevatissimi tassi di crescita. La stessa crescita di questi Paesi non trova spiegazione nei fondamentali economici, ma è in larga parte riconducibile alla presenza di società veicolo. In effetti, le imprese a controllo estero rappresentano oltre un’impresa su quattro del Lussemburgo, mentre generano il 73,6% del margine operativo lordo complessivo prodotto dalle imprese in Irlanda, a fronte del 12,7% in Italia”.

Il punto è che grazie al modello liberale e mercantilista dell’Unione, l’Olanda beneficia di rendite di posizione fondate sullo storico inserimento nel commercio internazionale e sullo sfruttamento della competizione fiscale al ribasso tra Paesi del vecchio continente. Per tutelare questo vantaggio competitivo storico, l’Olanda ha adottato una politica apparentemente schizofrenica, ma in realtà lucida e utilitaristica. Alla severità nell’esigere il rigore dagli altri governi dei Paesi membri, non corrisponde infatti un analogo rigore nel tassare le multinazionali che utilizzano quel Paese come trampolino di lancio per trasferire in esotici paradisi fiscali miliardi di euro, che rappresentano perdite di entrate per gli altri stati membri dell’Unione.

Storicamente, l’infrastruttura economica olandese risale ai tempi della Compagnia Olandese delle Indie Occidentali, e si è poi sviluppata per intercettare i traffici commerciali internazionali, dando luogo a una legislazione fiscale di favore idonea proprio ad attrarre investimenti stranieri. Alla base di questa infrastruttura è posto l’ampio volume di convenzioni contro le doppie imposizioni sottoscritte dall’Olanda con Stati esteri che le consente il trasferimento di flussi reddituali transfrontalieri (interessi, dividendi e royalties) verso paradisi fiscali, minimizzando l’onere fiscale complessivo. Tutto ciò ha consentito all’Olanda di divenire il punto d’arrivo degli investimenti esteri in Europa, specialmente da parte di multinazionali americane. E dopo Brexit tale ruolo potrebbe enfatizzarsi ulteriormente.

Un esempio aiuta a meglio comprendere quanto si sta affermando: un gruppo multinazionale canalizza le royalties relative all’utilizzo del marchio per il business europeo nell’headquarters olandese. In tal modo, la ricchezza accumulata viene poi trasferita dall’Olanda verso un paradiso fiscale (per esempio, Aruba), ancora usufruendo di disposizioni di favore di cui godono le società aventi sede nella medesima Olanda, che rendono pressoché inconsistente – o quantomeno estremamente leggero – il carico fiscale. È evidente che questo sistema – che tecnicamente si definisce di profits shifting – da un lato, riduce i profitti della consociata italiana aumentando quelli olandesi, ma soprattutto, dall’altro, genera una fortissima motivazione per tutte le imprese multinazionali a trasferire le proprie sedi nei Paesi Bassi, causando danni enormi agli altri Stati membri. Tramite meccanismi di tale genere, è stato infatti calcolato che l’Olanda sottrae dieci miliardi di dollari all’anno dalla catena del valore prodotto nei Paesi dell’Unione Europea, di cui 1,5 miliardi solo all’Italia. Come corrispettivo di un danno di 10 miliardi di dollari all’anno per i membri dell’Unione europea, i Paesi Bassi raccolgono appena 2,2 miliardi di dollari aggiuntivi di imposte sulle società. Specularmente, per ogni dollaro che i Paesi Bassi ricevono grazie ai profitti spostati nel loro paese, l’Unione europea, nel suo insieme, perde quasi 4 dollari di imposte sulle società. C’è un altro dato che fotografa l’anomalia: nei Paesi Bassi le multinazionali USA presentano un ammontare di utili per dipendente pari a 575mila dollari, cioè 10 volte maggiore dell’ammontare medio che generano negli altri paesi dell’Unione Europea: 46mila dollari per dipendente in Germania, 36mila in Francia, 45mila in Italia e 34mila in Spagna.

E’ chiaro che l’Europa dovrebbe ragionare in un’ottica di sistema e ricercare strumenti per gestire e modificare questa situazione. Esistono, almeno teoricamente, due vie percorribili. Una è poco più che una provocazione: l’abolizione dell’imposta sulle società in ambito europeo, o comunque lo spostamento del momento impositivo alla distribuzione degli utili. Ciò comporterebbe però il raddoppio delle tasse sulle persone fisiche, sulle quali sarebbe spostato tutto il carico impositivo e non risolverebbe il problema della scarsa o inesistente imposizione delle multinazionali che fondano i propri redditi principalmente su fattori produttivi di tipo “intangible”, ma sposterebbe ancora di più il carico impositivo sul fattore produttivo meno mobile: il lavoro. Tale ipotesi risulterebbe di difficilissima attuazione per evidenti ragioni elettorali. La seconda rimane la proposta di direttiva per una base imponibile consolidata comune per l’imposta sulle società (Common Consolidated Corporate Tax Base – CCCTB) nell’ambito dell’Unione Europea, la cui prima proposta è stata presentata dalla Commissione nel 2011. La proposta, ancora all’esame del Consiglio, mira a fornire alle imprese un insieme unico di norme in materia di imposta sulle società per operare in tutto il mercato unico. In questo modo verrebbero invalidati gli effetti delle politiche di trasferimento del valore verso paradisi fiscali interni alla UE, come l’Olanda. Tale proposta è stata individuata tra le priorità nel programma della Commissione von der Leyen, ma tale obiettivo presenta insidie politiche facilmente comprensibili a causa delle resistenze dei Paesi che attualmente ne traggono un beneficio diretto, e non bisogna dimenticare che per l’approvazione di riforme in ambito fiscale è richiesta l’unanimità.

È auspicabile che il disperato bisogno della liquidità necessaria per impostare il rilancio delle economie dopo la crisi sanitaria in corso sia d’impulso all’adozione di questi nuovi strumenti normativi che determineranno, per l’appunto, una redistribuzione della catena del valore e delle connesse basi imponibili dai Paesi che fungono da meri intermediari a quelli dove viene svolta un’attività economica effettiva. Una battaglia che si intreccia con il più ampio problema della formazione di un nuovo paradigma del commercio internazionale, che è causa dell’attuale battaglia commerciale tra USA e Cina, oltre che con le regole fondamentali di attribuzione della potestà impositiva. E’ su questo fronte, dunque, che i Paesi mediterranei dovrebbero insidiare i “rigoristi”, costruire ampie alleanze e ricondurre queste scelte nel superiore interesse dell’Unione, forse anche decidendo davvero, per la prima volta, di andare allo scontro diretto e usare il doomsday device fornito dall’art. 116 TFUE per imporre ai Paesi “free-riders rigoristi” quel minimo di armonizzazione della fiscalità delle imprese (magari proprio la CCCBT con una aliquota minima)  la cui assenza sempre di più si rivela inconciliabile col corretto funzionamento del mercato interno.

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