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Vi racconto la posizione (stile Di Maio?) del governo tedesco su Usa, Iran e Soleimani

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La posizione del governo in Germania dopo l’uccisione di Soleimani ad opera degli Stati Uniti: un colpo al cerchio e uno alla botte. E i partiti di maggioranza si dividono. L’approfondimento di Pierluigi Mennitti

Quando si passa dall’economia alla politica, il ruolo internazionale di Berlino torna a essere più o meno quello dei tempi della guerra fredda: vicino allo zero. Così l’attacco americano in Iraq, in cui è stato ucciso anche il generale iraniano Qassem Soleimani, ha gettato la politica tedesca nello scompiglio, destandola dal pigro torpore vacanziero di inizio anno. Non è che le principali cancellerie internazionali trepidino d’ansia per conoscere le reazioni sulle rive della Sprea, e tuttavia le mosse tedesche sono sempre osservate con una certa attenzione, per capire se il gigante economico dai piedi d’argilla riesca mai una volta a ritagliarsi un ruolo da protagonista al di là delle crisi regionali.

Anche questa volta, la risposta parrebbe negativa. La bomba che ha centrato Soleimani riverbera schegge anche a Berlino e i partiti di governo, piuttosto che assumere una chiara posizione univoca, qualunque essa sia, si dividono. Anche l’opposizione verde (che ormai agisce come un partito di governo in pectore) ci mette del suo e il concerto che arriva dalla capitale tedesca appare più simile a una stonata performance di solisti.

La posizione del governo: un colpo al cerchio e uno alla botte

La posizione ufficiale resta affidata al ministro degli Esteri socialdemocratico Heiko Maas, uno che la stampa di casa, un tempo benevola, ormai tratta come un Di Maio qualsiasi. Essa s’inserisce nella tradizione della politica estera tedesca post riunificazione, malamente affrancata dall’obbligo di allineamento con il potente alleato di Washington. Sintetizzando: un colpo al cerchio e uno alla botte. Maas, anche a nome di Angela Merkel, ha sottolineato come il raid Usa sia arrivato al culmine di “una serie di pericolose provocazioni da parte dell’Iran”, affrettandosi poi a sottolineare come “tale azione non renda affatto più semplice ridurre le tensioni”. La Germania non ha mai visto di buon occhio come Donald Trump ha strapazzato il vecchio accordo obamiano con Teheran: un po’ perché l’approccio tedesco alle questioni internazionali (e mediorientali in particolare) è sempre molto diplomatico e prudente, molto perché in quell’accordo Berlino pregustava (come d’altronde Roma e tante altre capitali europee) l’avvio di nuovi e intensi rapporti economici.

I Verdi chiedono il ritiro del contingente tedesco in Iraq (90 soldati)

Ma a scuotere il filo su cui si muoveva l’equilibrista Maas è intervenuta subito la co-leader dei verdi Annalena Baerbock, piazzando nel mezzo del silenzio politico berlinese la richiesta su cui ora tutti discutono: ritirare immediatamente il contingente militare tedesco presente in Iraq. Una mossa più simbolica, dal momento che la presenza della Bundeswehr in Iraq è costituita da 90 soldati impegnati nell’addestramento militare di forze curde e governative soprattutto in funzione anti-Isis. Un compito peraltro interrotto per motivi precauzionali all’indomani dell’attacco Usa per decisione del quartier generale della coalizione che combatte le milizie dell’Isis. Lo Spiegel ricorda come l’impegno complessivo della Germania per questa missione internazionale consista in 415 unità, in gran parte concentrate in Giordania da dove vengono coordinate le iniziative (280 soldati). Quella di Baerbock è dunque una richiesta puramente dimostrativa, utile più a movimentare il confronto politico interno e a rimarcare il profilo del proprio partito che a ottenere un qualche effetto sul quadro internazionale. È un’ulteriore dimostrazione del basso profilo che accompagna ancor oggi la proiezione estera della Germania quando si affaccia oltre il limite del continente europeo. Ma la leader ecologista è certa: “Mantenere la missione tedesca in Iraq sarebbe irresponsabile, il conflitto fra Stati Uniti e Iraq diventa sempre più drammatico”.

La maggioranza si divide: socialdemocratici possibilisti, Cdu contraria

Su questa richiesta il mondo politico tedesco si dimena da più di 24 ore. Il governo è diviso. L’Spd si è mostrato possibilista. Saskia Esken, una dei due presidenti eletti da poco alla guida del partito, non ha chiuso le porte al ritiro. Ha detto che il mandato deve ora essere vagliato alla luce delle nuove condizioni, anche se ha escluso che i socialdemocratici chiederanno un ritorno in patria immediato della piccola truppa tedesca: ma se la situazione sul terreno cambia è giusto che vengano analizzate tutte le ipotesi. Per il momento la missione è sospesa per tutelare i nostri soldati da una possibile escalation, ha aggiunto Esken, ma non è stata annullata, proprio perché i responsabili sul campo vogliono analizzare con calma la situazione. Chi invece non vuol proprio sentir parlare di ritiro è il partito della Merkel, la Cdu, almeno nelle parole del presidente della commissione affari esteri del Bundestag, Norbert Röttgen. “L’addestramento del suo esercito è la garanzia che lo Stato iracheno possa salvaguardare la sua sicurezza nel lungo periodo”, ha detto intervistato dai quotidiani della catena Funke. La Germania ha interesse alla stabilità dell’intera regione mediorientale, ha aggiunto il deputato cristiano-democratico, e questa non può essere raggiunta richiamando a casa le proprie truppe o volgendo lo sguardo da un’altra parte”.

Una piccola folla minacciosa di fronte all’ambasciata Usa a Berlino

Nel frattempo la piazza è tenuta dai simpatizzanti del regime iraniano, anche se al momento non si registrano manifestazioni di massa. A Berlino circa 130 dimostranti si sono riuniti nella centralissima Pariser Platz, sotto la Porta di Brandeburgo, di fronte all’ambasciata americana, in contemporanea con i funerali del generale iraniano a Bagdad. Slogan anti-Usa (“America terrorista”), ritratti di Soleimani issati accanto a quelli di Assad, cori inneggianti alla vendetta e qualche momento di tensione con giornalisti e polizia. In Germania per ogni raduno di piazza è necessaria una comunicazione alle autorità da parte degli organizzatori: era stata annunciata una manifestazione di 30 persone, come detto se ne sono presentate un centinaio di più. Secondo la cronaca della Bild, erano in piazza tra gli altri “sostenitori del regime iraniano, simpatizzanti di Hezbollah, fedeli del siriano Assad, attivisti di sinistra e anche sostenitori del candidato alla presidenza Usa Bernie Sanders”.

Timori per l’economia globale ma gli affari tedeschi nella regione erano già ridotti

Uno sguardo all’economia lo ha offerto la Frankfurter Allgemeine Zeitung, che ha sottolineato il ritorno della paura nelle borse finanziarie e la crescita dei timori per l’economia globale. Per Christian Henke di Brokerhaus IG si è di fronte “al primo fattore di disturbo dell’anno”, mentre Ulrich Urbahn di Berenberg ha evidenziato come “l’attacco abbia suscitato insicurezza fra gli investitori, determinando l’arretramento dei mercati azionari”. Ma se un anno che si annuncia difficile è iniziato con un’ulteriore preoccupazione, poco c’è da temere per il business delle imprese tedesche nella regione. Le tensioni erano in corso già da tempo e il volume degli affari delle imprese tedesche in Iraq e Iran era già molto ridotto. La Faz ha aggiunto le considerazioni di Dagmar von Bohnstein, segretaria d’affari della camera di commercio estero tedesca in Iran: “Nessuno può al momento valutare seriamente le conseguenze economiche dell’acutizzarsi della crisi, ma le aziende tedesche sanno ormai da tempo che fare affari in Iran è tutt’altro che facile”.

GLI APPROFONDIMENTI DI START MAGAZINE:

CHI ERA DAVVERO SOLEIMANI, IL GENERALE IRANIANO UCCISO DAGLI USA

ECCO IL DRONE CON CUI GLI USA HANNO AMMAZZATO SOLEIMANI. L’ARTICOLO DI COLOMBO

PERCHE’ TRUMP HA FATTO UCCIDERE SOLEIMANI. IL COMMENTO DI MAGRASSI

ECCO COME GLI USA HANNO AMMAZZATO SOLEIMANI. L’ANALISI DI BATACCHI

CHI APPOGGIA, CHI SBUFFA E CHI PROTESTA CON GLI USA PER IL CASO SOLEIMANI. IL PUNTO DI ORIOLES

POMPEO SCUDISCIA GLI EUROPEI E DIMENTICA L’ITALIA

CHE COSA CAMBIA CON LA MORTE DI SOLEIMANI. DIBATTITO TRA ANALISTI

REAZIONI E COMMENTI A LONDRA SU SOLEIMANI E USA. IL PUNTO DI MELONI

CHE COSA DICE IL GOVERNO TEDESCO DELL’UCCISIONE DI SOLEIMANI. L’ARTICOLO DI MENNITTI

ECCO I 5 EFFETTI DELLO STRIKE USA CONTRO SOLEIMANI. GLI SCENARI DI GAGLIANO

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