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Vi racconto la lucida follia di Berlusconi su riforma Mes e non solo

Macaluso

Mosse e fini di Silvio Berlusconi non solo sulla riforma del Mes. Il corsivo di Paola Sacchi

 

Lo si potrebbe definire “Lo strano caso del Cav”, per un giorno Jekyll poi tornato di colpo il solito Hyde. Con esponenti del Pd che oltre a dargli dell’irresponsabile, lo accusano pure di mire quirinalizie. In realtà “Lo strano caso”, secondo una narrazione un po’, detto con rispetto, da Robert Louis Stevenson de noantri, non fa che rimettere al centro del dibattito politico Silvio Berlusconi. Di cui, all’età di 84 anni, dopo 26 anni dalla sua discesa in campo, ancora ci si chiede cosa voglia fare da “grande”.

Un giorno osannato dalla sinistra per la mossa a sorpresa, in cui ha giocato un ruolo decisivo, per il sì al nuovo scostamento di Bilancio, un voto in cui tutto il centrodestra è stato compatto, e il giorno successivo attaccato per una mossa ancora più a sorpresa in cui ha detto no alla riforma del Mes, una riforma in cui in Europa, a causa del voto a maggioranza degli Stati, l’Italia potrebbe vedere i propri soldi destinati a altri Paesi, senza poter dire né a né ba. Il Cav ha anche ben specificato che questo non ha nulla a che fare con il suo sì, confermato, all’utilizzo del cosiddetto Mes sanitario di 37 miliardi.

Ovviamente la mossa ha tenuto ancora più saldo e unito il centrodestra, con una Lega che da sempre sostiene queste posizioni, ad eccezione del Mes sanitario sul quale non concorda, come FdI di Giorgia Meloni. Il quotidiano La Repubblica ha subito titolato “Berlusconi obbedisce a Salvini” e scritto pure di una Forza Italia “in rivolta” contro il suo presidente e fondatore, nonché creditore di una cospicua somma da lui messa a disposizione per il partito.

Ora, a parte che vedere il Cav nelle vesti di colui che obbedisce è cosa poco nota alle cronache da 26 anni e estranea da sempre alla sua stessa indole, resta il fatto, come avevamo provato a ribadire proprio pochi giorni fa per Startmag, che le sue mosse sono imprevedibili. Come un “giocatore d’azzardo” della politica non è la prima volta che spiazza la sinistra, a cominciare dalla sua stessa discesa in campo, quando sembrava tutto fatto con “la gioiosa macchina da guerra” di Achille Occhetto.

Lo sa bene un leader come Massimo D’Alema al quale Berlusconi rovesciò il tavolo della Bicamerale per le riforme costituzionali, quando i giornali scrivevano che ormai era tutto fatto grazie a un presunto accordo tra D’Alema e l’allora leader della Destra, An, Gianfranco Fini. E, invece, proprio da quella rottura l’ex quattro volte premier e fondatore del centrodestra ripartì per la “marcia del deserto” che lo riportò nel 2001 a Palazzo Chigi, passando per la vittoria delle Regionali e Europee.

Ma di imprevedibilità del Cav in epoche più recenti forse sa ancora di più Matteo Renzi. Mentre era ancora formalmente in vigore il cosiddetto Patto del Nazareno, Berlusconi se ne tirò definitivamente fuori una sera, all’ingresso di Montecitorio, quando molto energicamente davanti a taccuini e telecamere disse: “Sergio Mattarella non lo voto e non per una ragione personale contro di Lui”. Ero presente, ricordo di aver telefonato a uno dei giornali con cui collaboravo dicendo: guardate che “il Nazareno è saltato”, stentarono molto a credermi. Eppure andò così.

Il Cav, infatti, come già da tempo era pubblicamente noto, aveva un altro candidato per il Colle: Giuliano Amato. E diciamo che venne a sapere invece un po’ all ‘ultimo, secondo molte ricostruzioni, della scelta di Renzi. Al quale poi rese la pariglia al referendum costituzionale, dove la sconfitta, proprio per il no anche di FI, raggiunse il picco dell’oltre 60 per cento. A parte la contestazione nel merito della riforma, il Cav aveva annusato una certa voglia, attribuita dai giornali a Renzi, di svuotamento di Fi e disse ai suoi: “Lui i miei voti non li prende”. Rimase un elettore azzurro su 3 o 4 a votar sì al referendum.

Altro che “game over” per Berlusconi, che per portare acqua al proprio mulino in quei giorni andava parlando da Bruno Vespa anche di “quei bravi ragazzi, in fondo, di Luigi Di Maio e Alessandro Di Battista”, casualmente uniti a lui nel no, cosa che suscitò l’ilarità di Vespa e degli astanti alla presentazione del libro del patron di Porta a Porta.

Sono passati quattro anni, c’è stato il sorpasso su FI da parte della Lega di Matteo Salvini, nel 2018, poi diventata primo partito italiano a Europee e Regionali, primato che ha ancora oggi nei sondaggi, ma i numeri in parlamento sono rimasti corrispondenti a quel 17 e passa per cento della Lega e a quel 14 per cento di FI (rivolte nel partito a parte, forse più simili a tempeste in un bicchier d’acqua) attestati dalle ultime elezioni politiche.

Applauditissimo, così scrivono le agenzie, alla riunione del gruppo azzurro alla Camera di ieri sera il numero due di Forza Italia, Antonio Tajani, che al Corriere della sera ha detto “non abbiamo obbedito a nessuno”. E che, quanto ad Europa, visti gli innumerevoli incarichi, anche come ex Presidente del Parlamento europeo, sa “con chi abbiamo a che fare”, come gli ha riconosciuto in un tweet l’economista ed ex presidente della commissione Bilancio di Montecitorio, Claudio Borghi, leghista molto vicino a Salvini. La presidente del gruppo azzurro, Mariastella Gelmini, personaggio molto solido, ha tenuto dritta la barra.

Per tornare al Cav, ora quei numeri che ha in parlamento, uniti a quelli di Lega e FdI, sono decisivi per giocare un ruolo nella madre di tutte le partite in politica: l’elezione nel 2022 del Capo dello Stato. Tanto più se a quei numeri magari si aggiungessero quelli di grillini malpancisti, tra i quali la sua mossa sul Mes non poco scompiglio ha causato.

Comunque sia, il punto per Berlusconi, uomo dai piedi per terra, nonostante le apparenze da 26 anni lo facciano sembrare il contrario sulla stampa mainstream, e politico sui generis molto navigato, non è quello di diventar lui il nuovo Presidente della Repubblica. Anche se per chi lo conosce bene, come è facilmente immaginabile, la cosa non potrebbe certo dispiacergli.

Ma l’obiettivo è essere al tavolo ancora una volta come king maker di quell’elezione. “C’è del metodo nell’apparente follia di Berlusconi”, ha scritto Francesco Damato su questo giornale. Del resto, “L’elogio della follia” è da sempre la sua lettura preferita.

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