Mondo

Vi racconto il risiko delle nomine nei palazzi europei

di

Commissione Ue

L’analisi di Gianfranco Polillo

 

Fumata nera per l’Europa e doppia per l’Italia. Nessun accordo in vista per le principali cariche istituzionali a partire dalla tre presidenze che sono prioritarie: Consiglio, Commissione e Parlamento. Finora hanno prevalso i veti incrociati, soprattutto tra popolari e socialisti. E a livello di Stati, tra la Francia e la Germania. Con Emmanuel Macron decisamente contrario alla scelta di Manfred Weber alla testa della Commissione europea, ed Angela Merkel almeno in questa fase intenzionata a pagare una vecchia cambiale nei confronti del bavarese, leader della Cdu.

Comprensibili le ragioni del presidente francese. Weber appartiene da sempre alla destra tedesca. Più in sintonia con le posizioni di Viktor Orban che non del mondo liberale che fa da sponda all’inquilino dell’Eliseo. Fu proprio Weber a tentare la mediazione quasi impossibile a favore del leader ungherese. Che, grazie a lui, non fu espulso dal Ppe, ma solo sospeso. Pensava, con questa operazione, di essersi comprato un santo in paradiso. Ed invece si è verificato il contrario. I Paesi del gruppo Visegrad (Ungheria, Polonia, Slovacchia e Repubblica Ceca), proprio sotto la guida di Orban, gli hanno, al momento, voltato le spalle. Forse ci ripenseranno, dopo aver dimostrato ad Angela Merkel il peso della loro forza di interdizione. Sempre che non sia troppo tardi. Il presidente francese ha conquistato una posizione di vantaggio, alla quale potrà anche rinunciare, ma solo dietro adeguato compenso.

In queste condizioni era comunque difficile per un Paese come l’Italia avere un ruolo da protagonista. Potrà incidere, se mai avverrà, quando i giochi saranno quasi fatti. In quel momento potrà utilizzare il suo peso marginale a favore dell’uno o dell’altro. Giuseppe Conte, nella conferenza stampa, aveva scritto negli occhi, non tanto la delusione – meglio fin dall’inizio un sano realismo – quanto la fatica di una lunga notte spesa per convincere i riottosi. Che sono poi la maggioranza dei Paesi membri. Obiettivo era quello di illustrare le buone ragioni dell’Italia, per evitare la condanna, come dice Silvio Berlusconi, della procedura d’infrazione.

Nel tentativo di dare più forza a questa posizione, fin dall’inizio, aveva preannunciato che l’Italia avrebbe appoggiato solo quel candidato disposto a modificare le regole europee in tema di finanza pubblica. Una buona partenza? Per la verità ne dubitiamo. Quest’annuncio ha provocato allarme e contribuito ad isolare ancor di più la posizione italiana. Apparendo per quello che effettivamente era: una pregiudiziale che faceva leva sul proprio tornaconto, senza preoccuparsi minimamente del funzionamento complessivo dell’Ue. É vero che in precedenza c’era stata una lunga lettera indirizzata ai singoli rappresentanti nazionali. Ma i relativi contenuti potevano forse galvanizzare la schiera dei 5 stelle. Molto meno i destinatari della missiva.

A parte il fatto ch’essa non era stata scritta in inglese, ma le accuse nei confronti degli altri partner erano state pesanti come pietre. La Germania ed i Paesi Bassi messi in croce per l’eccesso di surplus con l’estero. Lussemburgo, Olanda ed Irlanda ritenuti colpevoli di concorrenza sleale a causa delle loro politiche fiscali. Oggettivamente in dumping rispetto al resto del Continente. Ma si può iniziare una trattativa aggredendo molti membri di quella giuria che dovrà poi decidere sulle sorti dell’imputato? Più un suicidio che una linea di difesa.

Si spiega così la reazione di Pierre Moscovici di solito così prudente nei confronti dell’Italia. “Non sono mai stato a favore delle sanzioni, perché sono punizioni, ma sostengo il rispetto delle regole“, ha dichiarato a margine del vertice dei leader del Partito di Socialisti europei (Pse) che ha preceduto il Consiglio europeo. “Il mio compito come commissario è fare in modo che le regole vengano rispettate; e l’Italia è un paese che ha usufruito molto della flessibilità negli anni, per miliardi di euro“, ha aggiunto. Insomma la vecchia colomba costretta ad indossare, questa volta, la veste del falco.

Si poteva fare diversamente? Forse sì. In Europa non esiste una maggioranza bulgara a favore del Fiscal compact. Tant’è che il Parlamento ha bocciato recentemente la proposta di inserire quelle regole nell’ordinamento giuridico, come proposto dalla Commissione. Forse si doveva partire da quel dibattito, per sfruttare i punti di forza a favore dell’Italia, in cui gli squilibri macroeconomici che giustificherebbero un allentamento del vincolo, sono ben più gravi della variazione di qualche decimale, negli assetti di finanza pubblica. Non ci voleva nemmeno molto, salvo resistere alla tentazione di ricorrere alla pomposità di un’oratoria, come il tono di quella lettera, tanto inutile quanto indisponente.

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