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Vi dico chi può avere paura di Julian Assange

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Assange

Assange è una pedina importante: per parlare, per tacere, per imbrogliare. L’inchiesta americana del procuratore speciale Robert Mueller sulla pubblicazione delle e-mail dei democratici Usa da parte di WikiLeaks si è infatti chiusa senza chiedere alcuna incriminazione, né per Assange, né per nessun altro appartenente di WikiLeaks. L’analisi dell’editorialista Guido Salerno Aletta

 

Sarà vendetta. Julian Assange, il fondatore di WikiLeaks, è stato arrestato giovedì scorso a Londra in base a un mandato di arresto del 2012, quando invece di consegnarsi a Scotland Yard per essere estradato in Svezia e interrogato in merito alle accuse di stupro, si era rifugiato nell’ambasciata dell’Ecuador chiedendo asilo: era il 19 giugno 2012 e l’Ecuador era guidato dal presidente Rafael Correa.

Scotland Yard, che ha dato notizia dell’arresto di Assange, ha rammentato che in Inghilterra era inquisito solo per un reato che lo esporrebbe a una condanna minima, di appena pochi mesi: tutto quello che gli veniva contestato è la violazione delle condizioni per il rilascio in libertà su cauzione: Assange, appena libero per le accuse di stupro, si rifugiò invece nell’ambasciata ecuadoriana, sottraendosi così alla giustizia britannica.

Per il ministro degli Esteri britannico, Jeremy Hunt, «Assange non è un eroe. E nessuno è al di sopra della legge: ha nascosto la verità per anni». Il capo della diplomazia britannica ha così ringraziato il presidente ecuadoriano Lenin Moreno «per la cooperazione con il Foreign Office per assicurare che Assange affronti la giustizia». Non basta: Assange sarebbe colpevole di pirateria informatica, avendo utilizzato strumenti che non gli erano stati autorizzati.

Chi si meraviglia per questo arresto, reso possibile per la revoca dell’asilo da parte dell’Ecuador in quanto Assange avrebbe violato le condizioni che lo regolavano, avendo tentato di oscurare alcune telecamere di sicurezza e messo in opera dispositivi informatici non consentiti, fa finta di non capire che il gioco è molto più pesante: la chiusura dell’inchiesta sul Russiagate a carico di Donald Trump, mettendo finalmente in sicurezza il presidente americano, potrebbe aver dato vita a una serie di reazioni impreviste.

Assange è una pedina importante: per parlare, per tacere, per imbrogliare. L’inchiesta americana del procuratore speciale Robert Mueller sulla pubblicazione delle e-mail dei democratici Usa da parte di WikiLeaks si è infatti chiusa senza chiedere alcuna incriminazione, né per Assange, né per nessun altro appartenente di WikiLeaks. Parimenti, anche quella svedese per stupro era stata archiviata, il 19 maggio 2017, dopo che l’autorità giudiziaria competente ne aveva mantenuta in piedi la fase preliminare delle indagini per ben sette anni, senza né incriminare Assange, né scagionarlo definitivamente.

Ora, però, la vittima dello stupro avrebbe chiesto una riapertura dell’indagine: a questo punto, l’estradizione in Svezia per l’inchiesta sullo stupro esporrebbe Assange al rischio di un’ulteriore estradizione, questa volta negli Stati Uniti, dove dal 2010 è in corso un’altra inchiesta da parte del Grand Jury di Alexandria, in Virginia, per la pubblicazione di documenti segreti del governo americano. Rispetto a questa inchiesta, ancora in corso a novembre scorso, esisterebbe un mandato di arresto coperto da segreto contro Assange.

Assange è ancora una preziosa fonte di informazioni, non solo per il passato: se lo volesse, potrebbe mettere in difficoltà i democratici, e condizionare pesantemente la prossima campagna per le presidenziali. Oppure rivelare chissà che cosa sui mandanti delle sue attività. La reazione russa dimostra la delicatezza del caso: il portavoce del ministero degli Esteri, Maria Zakharova, ha affermato che «l’arresto a Londra del fondatore di Wikileaks è un duro colpo alla democrazia». E ancora, su Facebook, ha scritto: «La mano della democrazia strangola la gola della libertà». Nulla è vero, tutto è falso: la verità non sta nei fatti, sempre accertabili e incontrovertibili, ma nel loro significato. Qui si combatte ormai la vera guerra.

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