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Tutti gli interessi Usa su Hong Kong

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L’approfondimento di Andrea Mainardi

 

Acquistare un casco antinfortunistica, occhiali, maschere antigas e persino ombrelli nella Hong Kong delle proteste per la democrazia sta diventando impossibile. Figurarsi un puntatore laser giocattolo, utile per imbrogliare i sistemi di riconoscimento facciale della polizia a caccia di manifestanti. Ufficialmente non sono prodotti banditi, ma ferramenta e cartolerie dell’ex colonia britannica negli ultimi giorni ricevono visite sempre più frequenti e insistenti di funzionari governativi: alludono, sottintendono repressioni. I rifornimenti scarseggiano. “Lavoriamo come contrabbandieri”, ammette al Washington Post un commerciante. Per la polizia sono armi, per i gli attivisti sono essenziali dispositivi di protezione per partecipare alle proteste antigovernative che proseguono da dieci settimane. Mentre si annunciano nuove manifestazioni tra oggi e sabato – alcune autorizzate, la maggior parte vietate – e i carri armati si affollano al confine. Pechino deciderà l’uso della forza?

L’ESERCITO ALLE PORTE CHE SPAVENTA L’ECONOMIA

Crystal Kan, giovane veterana delle proteste sa dove si troverà se le truppe cinesi entreranno sul territorio per combattere il movimento che chiede più libertà e democrazia. “Se arriverà l’Esercito popolare di liberazione, probabilmente rimarrò semplicemente a casa, immaginando il ritiro di tutti gli investimenti stranieri da Hong Kong e il possibile crollo economico della Cina che ne seguirà”, ha detto Kan, 22 anni, al Financial Times. Baldanza giovanile, probabilmente. Posizione tuttavia confermata da molti osservatori. Il temuto intervento militare non sembra imminente. Lo riferisce oggi il quotidiano Japan Times, citando fonti interne alla polizia hongkonghese.

PECHINO ACCUSA GLI ATTIVISTI DI TERRORISMO

Di certo sta cambiando la narrativa di regime. Se due mesi fa nella Cina continentale le notizie della protesta arrivavano filtrate e ridimensionate rispetto alla loro effettiva portata, da qualche tempo è attiva una war room mediatica di controinformazione. Appena ieri il Global Times avvertiva: quanto accade a Hong Kong è terrorismo, e ai sensi della legge antiterrorismo cinese , “esiste un meccanismo di risposta sistemica per far fronte a vari episodi di terrorismo”. La legge del 2015 è chiara: la polizia può usare le armi in circostanze di emergenza. Ovviamente un presunto stato di emergenza lo stabiliscono motu proprio gli organi governativi.

“NON SARÀ UN’ALTRA TIENANMEN (FORSE)”

Nemmeno 24 ore dopo, lo stesso quotidiano in lingua inglese organico al Partito comunista cinese, ha mandato on line un editoriale di avvertimento, solo apparentemente più distensivo. Con un raro riferimento alla sanguinosa repressione a piazza Tienanmen di trent’anni fa – tabù nella Cina continentale – si precisa che “Pechino non ha deciso di intervenire con forza per reprimere le rivolte di Hong Kong”, anche se “questa opzione è chiaramente a disposizione”. L’esercito schierato a Shenzhen serve a inviare un chiaro avvertimento: “Se Hong Kong non è in grado di ripristinare da sola lo stato di diritto e le rivolte si intensificano, è indispensabile che il governo centrale adotti azioni dirette basate sulla Legge fondamentale”. Ma a Hong Kong “non si ripeterà l’incidente politico del 4 giugno 1989”, rassicura, poco convincente: “La Cina è molto più forte e più matura e la sua capacità di gestire situazioni complesse è notevolmente migliorata”. A parte l’eufemismo su quello che viene definito “l’incidente del 4 giugno”, il messaggio è diretto non solo agli hongonkers, ma anche a Washington, perché non provi nemmeno a impicciarsi degli affari interni cinesi.

GLI USA SI MOBILITANO MA NON TROPPO

Gli Stati Uniti negli ultimi giorni hanno intensificato l’attenzione. La speaker della Camera, la democratica Nancy Pelosi, ha chiesto che il governo di Hong Kong accetti le posizioni sollevate dai manifestanti. Il consigliere per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti, il repubblicano John Bolton, ha avvertito giovedì la Cina di non creare una nuova Tienanmen. Donald Trump, particolarmente bellicoso sul piano commerciale ma timido sulle manifestazioni e repressioni che hanno portato in due mesi all’arresto di 748 persone (rischiano fino a dieci anni di carcere) e al ferimento di centinaia di attivisti, a modo suo – ovviamente via twitter – si è pronunciato.

I TWEET DI TRUMP

“Conosco molto bene il presidente cinese Xi Jinping. È un grande leader che ha molto rispetto per il suo popolo. È anche un brav’uomo impegnato in un affare difficile. Ho zero dubbi sul fatto che se il presidente Xi vuole risolvere rapidamente e umanamente il problema di Hong Kong, può farlo. Incontro personale?”.

Poco dopo, un altro tweet: “Se il presidente Xi incontrasse direttamente e personalmente i manifestanti, ci sarebbe una conclusione felice e illuminata al problema di Hong Kong. Non ho dubbi!”.

Due cinguetti che la dicono lunga sulle possibili difficoltà interne di Mr Trump. Quello che i media Usa definiscono il “silenzio” di Trump è iniziato con una telefonata al presidente cinese Xi Jinping, il 18 giugno. Secondo Financial Times e Politico, Trump avrebbe assicurato il leader cinese che non avrebbe condannato un giro di vite a Hong Kong. Il 1 agosto, l’inquilino della Casa Bianca ha mantenuto la promessa. Parlando con la stampa ha affermato che la questione è cinese: “Hong Kong fa parte della Cina. Dovranno occuparsene da soli. Non hanno bisogno di consigli”. I consigli, poi, come si è visto, sono arrivati. Trump sulla partita si sta giocando non solo le scontate censure dei democratici, ma anche le critiche dei suoi consiglieri più stretti.

L’ACCORDO COMMERCIALE AL CENTRO

Secondo Politico, che cita fonti dell’amministrazione, Trump è focalizzato su un accordo commerciale e non vuole che i diritti umani si mettano di mezzo. Conferma dal suo segretario al commercio, Wilbur Ross, che ha dichiarato alla Cnbc: “Cosa dovremmo fare? Invadere Hong Kong? È una questione interna”.

PORTO PROFUMATO. DI DOLLARI

Hong Kong, il “porto profumato”, ha attratto a lungo gli investimenti stranieri grazie alla sua reputazione di stato di diritto. Dopo l’uscita dal protettorato britannico del 1997 e la consegna a Pechino è stato in grado di mantenere un certo grado di autonomia dal regime. Avverte un rapporto di Freedom House: “La destabilizzazione dei mercati finanziari di Hong Kong avrebbe gravi conseguenze finanziarie negative non solo per Hong Kong, la Cina continentale e l’Asia, ma anche per investitori dagli Stati Uniti, dall’Europa e da altre democrazie”. Freedom House è un’organizzazione non governativa con sede a Washington, a volte criticata per presunte parzialità geopolitiche dettate dal governo statunitense. Non proprio un covo di cospiratori anti Casa Bianca, insomma.

GLI AFFARI USA

Gli Stati Uniti sono il secondo partner commerciale di Hong Kong e, in quanto tali, gli investimenti americani rimangono molto ricercati e influenti. Il commercio di beni e servizi degli Stati Uniti con Hong Kong è stato di 67,3 miliardi di dollari nel 2018, con un surplus totale di 33,8 miliardi. A giugno 2017, “c’erano 283 sedi regionali, 443 uffici regionali e 587 uffici locali a Hong Kong in rappresentanza delle società madri con sede negli Stati Uniti”, tra cui Amazon, Apple, AT&T, Bank of America, Citibank, Disney, Estée Lauder, Facebook, FedEx, General Electric, Google, Hewlett-Packard, IBM, Johnson & Johnson, JP Morgan Chase, LinkedIn, Marriott, Microsoft, Nike, PayPal, Pfizer, Ralph Lauren, New York Times, Time Inc., Turner Broadcasting, Under Armour, United Parcel Service e Yahoo.

MIGLIAIA DI STATUNITENSI HANNO CASA A HONG KONG

Nel 2017, oltre 22.000 cittadini statunitensi risiedevano a Hong Kong e si registravano 1,2 milioni di visitatori dagli Usa. Ci sono centinaia di migliaia di americani che vivono o visitano paesi in Asia, tra cui militari statunitensi schierati nella regione. Gli Stati Uniti hanno anche accordi di sicurezza con partner di tutta l’Asia, tra cui Giappone, Filippine, Corea del Sud e Tailandia, con particolare attenzione a Taiwan. La partita Hong Kong ha inevitabili ricadute su tutta l’area. Geopolitiche in senso lato. Economiche in primis. Come nota The Atlantic: una repressione violenta accelererebbe il disaccoppiamento economico, gli investitori occidentali fuggirebbero da una Hong Kong ridotta solo ad un’altra città cinese. Gli statunitensi presenti nell’isola se ne andrebbero.

CRISI IN CITTÀ

Hong Kong è sull’orlo della sua prima recessione in un decennio. I turisti cominciano a tenersi alla larga, crollano le vendite al dettaglio in una delle destinazioni per lo shopping più glamour al mondo. Le vendite di articoli di lusso come gli orologi svizzeri sono diminuite per il quinto mese consecutivo a giugno. L’economia si è ridotta dello 0,4 per cento in aprile-giugno rispetto al trimestre precedente. Il centro finanziario asiatico, che ha anche uno dei porti più trafficati del mondo, era già sottoposto a forti pressioni dalla crescente guerra commerciale sino-americana e dal più grande rallentamento economico della Cina negli ultimi decenni.

SPETTRO RECESSIONE

Il leader di Hong Kong, Carrie Lam, ha dichiarato la scorsa settimana che l’impatto economico delle proteste ha minacciato di essere peggiore dello scoppio della Sars del 2003 o del crollo finanziario del 2008, che hanno entrambi innescato forti recessioni. Prevede tsunami. Giovedì il governo locale ha annunciato un pacchetto di sostegno economico per le imprese di 2,44 miliardi di dollari.

DIRITTI UMANI O REALISMO ECONOMICO?

I diritti umani restano sullo sfondo del realismo economico? Tema già ampiamente sfruttato dalla propaganda di regime, non da sottovalutare per le cancellerie occidentali. I manifestanti chiedono il ritiro totale della legge sulle estradizioni da Hong Kong verso la Cina continentale (ora sospesa), le dimissioni della governatrice Lam, una revisione da parte del Governo della definizione degli scontri come rivolte, un’inchiesta indipendente sulle azioni della polizia e la liberazione di tutte le persone arrestate durante gli scontri.

ANCHE MERKEL INTERVIENE

Non è forse un caso che gli inviti di Trump a una soluzione pacifica arrivino quasi in contemporanea con quelli di Angela Merkel a garantire dialogo, stato di diritto e libertà di espressione. Il fraseggio della cancelliera tedesca non è dissimile da quello che usò Barack Obama nel 2014, di fronte alle proteste degli ombrelli, non così vaste come quelle attuali. All’epoca i repubblicani criticarono Obama di non schierarsi più decisamente coi manifestanti. Secondo The Atlantic “La Casa Bianca era preoccupata che qualsiasi supporto avrebbe dato credibilità all’affermazione di Pechino secondo cui le proteste erano state orchestrate dagli Stati Uniti”. Che sia lo stesso, anche se non isolato, cruccio di Trump nel 2019?

GERMANIA E USA, E QUELL’INCONTRO A NEW YORK

Sarà una coincidenza, ma Trump e Merkel si sono pronunciati quasi contemporaneamente dopo che il più influente diplomatico cinese, Yang Jiechi, ha fatto un viaggio inaspettato a New York per colloqui con il segretario di Stato americano Mike Pompeo, nel tentativo evidente di colmare la crescente distanza tra le due nazioni, tra cui le proteste a Hong Kong. La Cina ha rivelato all’Occidente come reagirà alla questione? Thomas Wright, senior fellow presso la Brookings Institution sottolinea come una “una debole risposta internazionale alle violazioni esistenti e un’ulteriore escalation costituisce un precedente pericoloso per la potenziale futura aggressione del Partito comunista cinese e mina le norme legali globali in senso lato”. E avverte: “La violenza o il peggioramento dei disordini a Hong Kong hanno il potenziale per destabilizzare una regione già complicata da una serie di importanti controversie territoriali, mettendo in pericolo gli americani altrove in Asia”.

“BASTEREBBERO LIBERE ELEZIONI”

Mentre l’isola si prepara a nuove manifestazioni, uno dei leader del movimento, l’attivista Joshua Wong, twitta: “I leader del mondo non dovrebbero tacere sul governo autoritario di Xi. La soluzione alla crisi attuale è chiara, libere elezioni”.

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