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La mossetta (bluff?) di Hong Kong

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“Il disegno di legge sull’estradizione è morto”, ha annunciato la governatrice di Hong Kong, Carrie Lam. Il Punto di Andrea Mainardi

 

“Il disegno di legge sull’estradizione è morto”, afferma la governatrice di Hong Kong, Carrie Lam, dopo settimane di oceaniche proteste di strada e di piazza. Poi un’ammissione che da quelle parti vorrebbe suonare innovativo segno di timida resipiscenza: l’operato del governo sul provvedimento è stato un “totale fallimento”. Ma sono ammissioni a metà. Nessun passo indietro reale è stato compiuto: il disegno di legge non viene revocato, ma, se va bene, lasciato in un limbo fino a fine legislatura, fissata a luglio 2020. Così ribattono attivisti e osservatori.

NESSUNA CONCESSIONE AI MANIFESTANTI

Nessuna apertura di fatto è stata offerta ai manifestanti che nelle ultime settimane hanno marciato contro quel disegno di legge chiedendone un ritiro immediato. Che infatti non c’è stato. Lam si è inoltre rifiutata di accogliere altre richieste, come le sue dimissioni – è considerata un lacchè del Partito comunista della Repubblica popolare –; come di aprire un’indagine indipendente sugli abusi commessi dalla polizia, accusata dai cittadini di un uso eccessivo della forza.

PECHINO IN PHOTO OPPORTUNITY

Il gigante cinese ha bisogno di allentare il guinzaglio con cui tiene a bada l’isola, tornata sotto la sua ala nel 1997 dopo il protettorato inglese. Non può permettersi che in milioni tra studenti – e, forse, soprattutto: classe media e avvocati e imprenditori – continuino a disturbare il manovratore a favore di telecamere internazionali. L’annuncio della leader del Consiglio legislativo fatto questa mattina – ora locale – a questo mirava: far tornare a casa i contestatori. Al momento non sembra sortire l’effetto desiderato: nessuno ha abboccato. Le manifestazioni, si annuncia, proseguiranno.

SOPIRE, TRONCARE

Come nota Rupert Wingfield-Hayes, per Bbc: “L’affermazione di Carrie Lam suona certamente enfatica”. L’obiettivo appare chiaro. Le enormi proteste di strada vanno avanti da troppe settimane. A dispetto dei mattinali della polizia che minimizzano, fonti indipendenti calcolano che due sui sette milioni di cittadini dell’ex colonia abbiano manifestato. Numeri confermati a Startmag.it da uno storico inviato in quelle terre, il giornalista Marco Lupis, autore del libro I Cannibali di Mao (Rubbettino), uscito il 4 luglio. L’ultima discesa in piazza domenica, quando in più di 100mila hanno mostrato cartelli alla stazione ferroviaria che collega l’isola alla Cina. Scopo: informare i connazionali continentali in arrivo di quanto sta accadendo. Perché son fatti di cui a Pechino e nelle sue infinite periferie, campagne e città cinesi ricche di smartphone ma orfane di democrazia, si sa poco. Per la censura imposta dal regime. Intanto domenica la polizia ha arrestato sei persone.

ANCHE LE POP STAR NEL MIRINO

Lunedì, l’attivista e pop star di Hong Kong, Denise Ho, è stata più volte interrotta da un diplomatico cinese quando ha parlato alle Nazioni Unite: “Siamo tutti in pericolo a Hong Kong perché siamo sul punto di perdere la libertà di parola”. Ha invitato l’Onu a convocare una sessione urgente sul problema. In soli tre minuti Ho è stata interrotta due volte da un delegato cinese che l’ha tacciata di spacciare accuse infondate.

BUSINESS IS BUSINESS

Ma il governo cinese ha evidentemente bisogno di allentare il suo guinzaglio prontamente allacciato nel ’97. O almeno di farlo credere. Persino i leader dei partiti politici pro-Pechino hanno iniziato a mettere in discussione l’idoneità dell’amministrazione Lam. O a cercare di farlo credere? “Il disegno di legge è morto è una affermazione politica e non è un linguaggio legislativo”, ha detto alla Bbc un parlamentare, precisando che la legge è tecnicamente ancora in fase di seconda lettura. Regina Ip, parlamentare pro-Pechino, ha scritto sul South China Morning Post: “Cambiamenti drastici nella mentalità dei funzionari, così come politiche e sistemi, sono l’unico modo per preservare lo status di Hong Kong come città vivace e sicura”. Soprattuto per gli affari?

HUB FINANZIARIO TROPPO PREZIOSO

Già, perché – chiosa il Washington Post – la crisi ha messo in luce profonde preoccupazioni del governo di Hong Kong per il crescente controllo di Pechino sull’hub finanziario.

L’INDIPENDENZA GIUDIZIARIA CHE FA BENE AGLI AFFARI

I critici della legge che apre a trattati di estradizione con Pechino sostengono che, se approvata, comprometterebbe l’indipendenza giudiziaria del territorio di Hong Kong e potrebbe essere usata per colpire tutti i critici del governo cinese. Attualmente l’ex protettorato britannico fa parte della Cina, con l’accordo di “un paese, due sistemi” che se non stabilisce standard democratici occidentali, garantisce a Hong Kong un certo livello di autonomia e indipendenza. Anche, e soprattutto, giudiziaria e legale. Autonomia che tutela non solo i cittadini. Conviene a banche, centri di affari e multinazionali occidentali che lì hanno deciso di aprire i loro uffici centrali per l’Asia.

COMPETITIVITÀ A RISCHIO

Alcuni potenti gruppi economici ritengono che la legge danneggerebbe la competitività di Hong Kong: “Le modifiche proposte porteranno le persone a riconsiderare se scegliere Hong Kong come base operativa o quartier generale regionale in quanto vi è il rischio di essere trasferiti in un’altra giurisdizione che non fornisce la protezione di cui godono ad Hong Kong”, ha scritto la Camera di commercio internazionale. Cadendo certe garanzie legali, big economici e finanziari potrebbero decidere di lasciare il paese, quindi la Cina? Difficile a credersi. Forse domanda legittima.

ALTRE PROTESTE IN ARRIVO

Intanto, finché il disegno di legge non sarà definitivamente ritirato, si annunciano altre manifestazioni. Una delle figure di spicco del movimento di protesta, l’attivista studentesco Joshua Wong, lo ha ribadito su twitter, accusando la governatrice Lam di essere una bugiarda seriale. Figo Chan Ho-wun, del Civil Human Rights Front, rivela che il Chrf sta già pianificando nuove azioni.

DOPPIO GIOCO DI PECHINO?

La sensazione è che l’ultima uscita della governatrice Lam non sia altro che l’ennesima scena della stessa mise-en-scène. Parti del dramma recitate atto dopo atto, per mettere in moto un plot di presunto ascolto della piazza, una narrativa di libertà e democrazia a cui nessuno crede facilmente. Ben spiega la metafora della medaglia che molti osservatori delle faccende cinesi utilizzano: quando si guarda a quel paese, c’è una faccia luccicante, che viene offerta al mondo, per nascondere il verso vero. Un rovescio della medaglia decisamente più inquietante.

PER APPROFONDIRE

COSA PREVEDE IL DISEGNO DI LEGGE

Sostanzialmente si tratta di consentire l’estradizione verso la Cina continentale per una serie di reati come stupro e omicidio. E molti altri. Dopo le prime proteste, il governo ha inserito una serie di emendamenti, stralciando, ad esempio, alcuni reati commerciali. Ci si era poi affrettati a precisare che i tribunali di Hong Kong avranno l’ultima parola sulla concessione delle richieste di estradizione e che i sospetti accusati di crimini politici e religiosi non saranno estradati. Ma già in giugno nessuno ci aveva creduto: il timore è che i cittadini diventerebbero soggetti a detenzioni arbitrarie, processi iniqui e torture sotto il sistema giudiziario cinese. “È un’arma che sarebbe utilizzata soprattutto verso gli attivisti, avvocati per i diritti umani e giornalisti non allineati”, il giudizio di Sophie Richardson di Human Rights Watch.

UN INQUIENTANTE PRECEDENTE

Trattato di estradizione o meno, i precedenti non mancano. Lam Wing Kee, un libraio di Hong Kong, ha dichiarato di essere stato rapito e detenuto in Cina nel 2015 per aver venduto libri critici verso i leader cinesi e accusato di “gestire illegalmente una libreria”. Nel dubbio, ora è fuggito da Hong Kong e si è trasferito a Taiwan.

LE PREOCCUPAZIONI INTERNAZIONALI

Il disegno di legge è stato accolto con preoccupazione da diversi paesi. Stati Uniti, Gran Bretagna e Canada in primis. Una nota diplomatica è arrivata anche dall’Unione europea. Intanto trapela oggi – lo riferisce Reuters – che il comandante delle truppe militari cinesi arrivate a Hong Kong nel 1997 dopo l’uscita della Gran Bretagna, ha assicurato già in giugno il Pentagono che i suoi militari resteranno in caserma. La polizia locale sembra comunque molto attiva.

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