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Usa, Cina e non solo: chi punta (e come) sull’Africa

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 Pubblichiamo il capitolo 7 del Rapporto Ispi 2020 Lavori in corso – La fine di un mondo, atto II che parla di Africa, Continente sempre più attrattivo per le potenze internazionali.

L’Africa subsahariana del nuovo millennio si è rapidamente trasformata in uno scenario sempre più attrattivo per le potenze internazionali. Lasciandosi alle spalle il disimpegno generalizzato nei confronti della regione che aveva caratterizzato buona parte degli anni Novanta, vecchie presenze e nuovi attori hanno trovato interessi economici e ragioni geopolitiche per affacciarsi o riaffacciarsi verso l’area, dando vita a una vera e propria corsa per cercare di espandere la propria presenza e guadagnare spazi di influenza. Quella della “Cina in Africa” è senza dubbio la narrazione più nota, nonché la novità di portata maggiore anche dal punto di vista sostanziale. Pechino ha svolto un ruolo da apripista, andando controcorrente già alla fine del secolo scorso.

Dai primi anni 2000, tuttavia, diverse economie emergenti e avanzate hanno articolato strategie proprie per seguirne le orme o fermarne i passi, dando vita alla fase competitiva ancora attualmente in corso. Dagli Stati Uniti alla Russia, dall’India alla Turchia, dal Giappone ai paesi del Golfo. Anche l’Europa – tanto come Unione Europea quanto muovendosi in ordine sparso – ha mostrato un’evoluzione segnata da tentativi di rilancio e revisione dei rapporti con i paesi a sud del Sahara.

UN CAMPO DA GIOCO CON MISURE NUOVE

Il “momento africano” post-2000 è stato sostenuto da una lunga fase economica particolarmente positiva per la regione. Le economie dell’Africa subsahariana hanno registrato una crescita media del 5% tra il 2000 e il 2018. La conclusione del super-ciclo delle commodities a fine 2014 ha sì rallentato questo andamento – colpendo in particolare gli stati esportatori di petrolio – ma non lo ha arrestato. Dei 20 paesi dai quali, a livello mondiale, ci si attende la crescita più rapida tra il 2020 e il
2024, oltre la metà (11) sono economie subsahariane.

Gli attori esterni sono stati decisivi nell’alimentare questa fase espansiva, che, al tempo stesso, in modo circolare, ha per essi costituito un importante motivo di attrazione. Il commercio estero in beni, ad esempio, tra il 2006 e il 2018 è cresciuto del 292% per l’India, del 220% per la Cina, del 224% per l’Indonesia, del 216% per la Turchia, del 108% per l’Arabia Saudita, e del 41% per l’Unione Europea che, nel suo complesso, continua a essere il principale partner della regione. Il continente, nel frattempo, è stato investito da una serie di rapide trasformazioni nei campi più diversi, da una crescita demografica vertiginosa ai paralleli processi di rapida urbanizzazione, dalla sorprendente diffusione delle nuove tecnologie all’avanzamento dell’integrazione regionale (nel 2019 è entrata in vigore la nuova area di libero scambio continentale, concordata in sede di Unione Africana), fino al graduale rinnovamento di sistemi e leader politici.

La ritrovata rilevanza internazionale dello scacchiere subsahariano ha anche a che vedere con l’emergere di ragioni più strettamente geopolitiche. Gli attentati terroristici del settembre 2001 ebbero immediate ripercussioni nel risvegliare le preoccupazioni e dunque l’interesse occidentale per l’Africa, in particolare per quei territori che, per la fragilità della presenza statale e la delicatezza della collocazione geopolitica, vennero identificati come a rischio di diventare terreno di coltura di nuovi radicalismi. Il tema si intrecciava con quello della sicurezza energetica e della volontà di diversificare gli approvvigionamenti, rendendoli meno dipendenti dal Medio Oriente. Il crescente numero di esportatori di petrolio e gas naturale a sud del Sahara poteva offrire una parziale risposta. Le complesse rivalità medio-orientali, nel frattempo, iniziarono a riverberare sul versante orientale del continente, in particolare nel Corno d’Africa.

Da ultimo, la questione delle migrazioni di origine subsahariana, già da tempo una priorità nei dossier europei, divenne politicamente inaggirabile con la cosiddetta “crisi migratoria”, alimentando nuove iniziative volte a trovare collaborazione nei paesi africani per la gestione dei flussi.

Un concentrato di ragioni ha dunque favorito l’attenzione internazionale, un numero crescente di attori esterni ha compiuto passi verso il continente, e la presenza o influenza di questi ultimi ha a sua volta generato nuova attenzione da parte dei concorrenti, in un circolo che non accenna a interrompersi. Nel tempo, lungi dall’essere statici, tutti gli elementi in gioco hanno attraversato un’evoluzione: i soggetti esterni coinvolti, le loro motivazioni, le condizioni del contesto in cui intervengono, le opposte narrazioni delle dinamiche in corso, e le implicazioni per gli stessi paesi subsahariani.

L’AFRICA CINESE

Quello di Pechino in Africa è stato un ritorno, più che un nuovo arrivo. La Cina aveva già stretto legami con diversi paesi subsahariani negli anni Sessanta e Settanta, per lo più motivati da obiettivi politico-ideologici. Oltre all’invio di medici, ingegneri e tecnici cinesi a sostegno dello sviluppo dei nuovi stati indipendenti subsahariani, e al contributo nella costruzione di alcune grandi infrastrutture, la vicinanza si sostanziò anche nel fornire armi e sostegno a movimenti di liberazione alleati. Dopo aver ripiegato su se stessa durante gli anni Ottanta, la Cina tornò a guardare all’Africa nell’ultimo decennio del secolo scorso, proponendo agli interlocutori del continente “un’amicizia affidabile” per un “mutuo sviluppo”, e garantendo di astenersi da ingerenze nei fatti interni dei paesi subsahariani.

Pechino ha da allora perseguito in Africa una combinazione di obiettivi economici e risultati politici. Sul primo fronte, la ricerca di un ampio accesso a risorse energetiche e minerarie (anzitutto petrolio, gas e carbone, ma anche ferro, rame, alluminio e molto altro) necessarie ad alimentare lo sviluppo industriale e la crescente urbanizzazione a casa propria. In parallelo, tuttavia, veniva avviata un’efficace penetrazione dei mercati africani con prodotti finiti e investimenti cinesi. Sul fronte politico, l’area subsahariana si è prestata come terreno in cui fare pratica da “grande potenza”, permettendo a Pechino di espandere la propria presenza e influenza (con la diplomazia e i militari, gli investimenti e le imprese, la diaspora e i media, ecc.), tessere nuove alleanze, assumere nuove responsabilità.

La massima visibilità di questo nuovo rapporto viene proiettata ogni tre anni, dal 2000, con l’organizzazione del Forum on China-Africa Cooperation (Focac), nel quale la leadership cinese guida e concerta con le controparti africane, in modo unificato, l’approfondimento delle relazioni economiche, politiche, securitarie e culturali che legano le due aree. Al summit del 2006, l’allora presidente Hu Jintao fece risuonare l’idea invitante e ambiziosa di una partnership per “un nuovo ordine internazionale politico ed economico giusto ed equo”. Fin da principio, la quasi totalità dei leader africani ha abbracciato in modo deciso l’opportunità rappresentata dall’interesse di Pechino per il continente, anche se non sono mancate occasionali critiche, pur relativamente isolate, e alcuni episodi di risentimento sociale.

A testimonianza di un rapporto e di priorità che evolvono, il 2018 ha visto l’inaugurazione del primo China-Africa Defense
and Security Forum. Il governo cinese sente sempre di più l’esigenza di assicurare stabilità e sicurezza a investimenti, imprese, vie commerciali, emigrati e lavoratori cinesi.

I progressi economici dei paesi subsahariani sono stati sostenuti in modo cospicuo dalla domanda di risorse e dagli investimenti cinesi. Il commercio della Cina con l’Africa, che ammontava a 10 miliardi di dollari nel 2000, tra il 2011 e il 2018 ha raggiunto valori di 15-20 volte superiori. Gli investimenti si sono moltiplicati ed estesi dal settore energetico e minerario a quello delle infrastrutture, al manifatturiero e anche ai servizi.

Accanto al moltiplicarsi delle aziende cinesi operative in Africa, è intanto cresciuta nel continente una diaspora che si dice aver
raggiunto il milione di individui.

Il travolgente successo dello sviluppo cinese ha reso quello di Pechino un potenziale modello alternativo a quanto proposto dall’Occidente. Un modello composto anzitutto da (un ritorno al) partito unico e una regia economica fortemente accentrata.

Gli osservatori occidentali non hanno fatto mancare critiche e preoccupazioni, sottolineando l’appoggio cinese ricevuto da leader di regimi autoritari e corrotti, il rischio di un aumento di dipendenza e una perdita di sovranità, gli effetti economici non solo positivi (la competizione per le infant industries africane da parte delle imprese cinesi, ad esempio, o l’indebitamento crescente garantito con asset strategici come miniere e porti), il gioco al ribasso sugli standard di condizioni lavorative e protezione ambientale, il timore di una germogliante presa sui media. Ma per paesi africani i cui progressi restano fragili e incompleti, e ai quali la vicinanza con Pechino può portare significativi benefici economici, l’alternativa cinese non può non esercitare una robusta attrattiva. Gli Stati Uniti se ne sono accorti, e stanno adattando le loro risposte.

GLI STATI UNITI E LA NUOVA STRATEGIA PER L’AFRICA

Dopo l’amministrazione Bush (contraddistinta da inattese iniziative espansive in Africa, manifeste anzitutto nell’apertura di una base militare a Gibuti e nel marcato incremento di scambi commerciali e aiuti allo sviluppo) e l’amministrazione Obama
(una fase in cui la precedente propulsione sostanzialmente si arresta), l’arrivo di Donald Trump alla Casa Bianca ha inizialmente generato aspettative pessimistiche per l’Africa. L’ex sottosegretario agli Esteri statunitense Johnnie Carson sintetizzò che “realisticamente, il meglio che il continente si possa aspettare sotto Trump forse è l’essere benevolmente ignorato”. Altri analisti si dissero invece più possibilisti, sia guardando al precedente repubblicano di G.W. Bush, che era giunto alla presidenza senza alcuna attenzione per l’Africa ma mutò rapidamente approccio, sia sottolineando l’opportunità di una svolta rispetto a un’amministrazione Obama giudicata deludente per il continente. Nei fatti, nei primi due anni un insieme un po’ disparato di azioni e dichiarazioni è stato improntato al precetto trumpiano “America first”, in contrasto con alcuni elementi portanti dell’approccio occidentale all’Africa: da multilateralismo e cooperazione (con i tagli finanziari alle operazioni di peacekeeping delle Nazioni Unite, ad esempio) alla promozione di democrazia, diritti umani e lotta alla corruzione (sono state passate norme che de-regolamentano il settore delle lobby petrolifere), dalla sfida del cambiamento climatico (gli Stati Uniti si sono sfilati dall’Accordo di Parigi nel 2017) alle concessioni commerciali di non-reciprocità per i paesi poveri, e altro ancora.

Si è tuttavia dovuto attendere il dicembre del 2018 perché, attraverso un discorso del National Security Advisor, John Bolton, l’amministrazione Usa svelasse una “Nuova Strategia per l’Africa” che, pur in maniera schematica, tratteggia alcune idee guida di Washington per la regione. Una leadership americana che si percepisce in parziale ritardo, in Africa, rispetto a Cina, Russia, Turchia, paesi del Golfo e altri, dichiara aperta un’epoca di dura competizione tra grandi potenze anche sul continente. La priorità è naturalmente la Cina (con la Russia a fare da sfondo). Anzi, nelle parole di un’osservatrice, la nuova strategia americana per l’Africa “non riguarda l’Africa. Riguarda la Cina”.

L’area subsahariana è poco più che un nuovo terreno di scontro con Pechino, l’ennesimo dopo lo spionaggio economico, la guerra commerciale, la presenza militare della Cina nel Mare Cinese Meridionale, ecc. La retorica adottata è frontalmente ostile.

La Cina in Africa viene presentata come un “donatore canaglia” (rogue donor), predatorio, neocolonialista e inequivocabilmente deleterio per lo sviluppo del continente. La Nuova Via della Seta marittima e la crescente quota di debito africano detenuta dai cinesi sono identificati come gli strumenti più pericolosi di una strategia egemonica.

Nonostante l’enfasi sul pericolo e sulla necessità di contrastarlo, tuttavia, il tipo di impegno previsto sul continente mantiene Washington a una certa distanza. Nelle risposte alle minacce jihadiste e alla diffusa conflittualità, ad esempio, si sottolinea il ruolo positivo di iniziative africane come il G5 Sahel, di gran lunga preferite alle criticate operazioni di peacekeeping delle Nazioni Unite.

Sul piano commerciale, l’obiettivo statunitense è quello di negoziare accordi bilaterali che superino il principio delle concessioni commerciali, a vantaggio di una più “equa” reciprocità di aperture che favorisca l’espansione di export e investimenti americani nei mercati africani. Proprio per sostenere questa espansione è stata pensata “Prosper Africa”, che dovrebbe coordinare i diversi strumenti messi a disposizione delle imprese americane da parte delle agenzie federali.

I problemi essenziali della Nuova Strategia per l’Africa sono due. Il primo è che si tratta di una strategia che si occupa di interessi (quasi) esclusivamente americani, non africani. A titolo di esempio, non viene neppure menzionata la democrazia, che era il primo dei quattro pilastri della Strategia per l’Africa subsahariana 2012 di Obama (a prescindere da quanto siano poi stati perseguiti obiettivi in questo campo).

Agli stati africani si chiede di fatto di scegliere tra Stati Uniti e Cina – secondo una logica che richiama alla lontana quella della Guerra Fredda – chiarendo che i paesi che voteranno ripetutamente contro Washington nei consessi internazionali non riceveranno più aiuti finanziari. Un esplicito asservimento della politica di cooperazione alla politica estera. “Nel nostro nuovo approccio”, con le parole di Bolton, “ogni decisione […] e ogni dollaro […] serviranno a promuovere le priorità degli Stati Uniti nella regione”.

Il secondo punto è che, come “strategia”, è rimasta ben poco articolata. L’attesa di un documento scritto vero e proprio che chiarisse più a fondo quanto abbozzato da Bolton è finora stata vacua. Questo conferma in sostanza una certa disattenzione nei confronti della regione subsahariana – soprattutto ai livelli più elevati dell’amministrazione – manifesta ad esempio nell’assenza di una singola visita di Trump nella regione, come anche nel ritardo di diverse nomine essenziali (l’Assistant Secretary of State for African Affairs è arrivato solo 2018, e mancano ancora alcuni ambasciatori per posizioni chiave). Se la sfida è l’ascesa della Cina nell’area, Washington non deve dimenticare il vecchio adagio: you can’t beat something with nothing. Al contrario, un piano di presenza troppo evanescente rischia di trasformarsi in un’opportunità in più per i concorrenti.

LE MOSSE DEGLI ALTRI

Le gerarchie internazionali si riflettono in maniera in parte alterata a sud del Sahara. L’attivismo cinese porta Pechino a sopravanzare su molti fronti gli Stati Uniti in Africa: commercio estero, opere infrastrutturali, diaspora e imprese cinesi sul territorio, visibilità nei media africani e internazionali lasciano Washington parecchio indietro. Gli Stati Uniti restano, come detto, relativamente poco presenti e tardivi, pur con l’inevitabile peso che, anche in Africa, è a essi in qualche modo garantito dal ruolo di superpotenza.

Sono intanto sempre più numerosi gli attori attivi nel preservare influenza o guadagnare spazio. L’India di Narendra Modi, timorosa di un accerchiamento cinese attraverso la “collana di perle” e il corridoio economico Cina-Pakistan, cerca di spingersi oltre l’ostacolo puntando soprattutto ai paesi africani del versante orientale che affacciano direttamente sull’Oceano Indiano, rispetto ai quali può contare su rapporti di vecchia data e su una consistente e influente diaspora. Gli approvvigionamenti di petrolio e gas africani sono cruciali per Nuova Delhi, e rappresentano una parte maggioritaria dell’interscambio commerciale. La Russia, al contrario, non ha questo tipo di necessità, ma ha anch’essa provato a costruire sui rapporti del passato per rilanciare la sua presenza in Africa – dove peraltro è il principale esportatore di armi – anche con la vistosa celebrazione di nuovi legami nel Summit Russia-Africa di Sochi di fine 2019, il primo nel suo genere per Mosca. Le alleanze con i paesi africani hanno anche la finalità di aggirare il parziale isolamento generato dalle sanzioni europee e americane. Al netto del sostegno che può offrire a specifici partner del continente nel Consiglio di Sicurezza Onu, quella russa è tuttavia una controparte non particolarmente attraente per le capitali africane, anche per via di dimensioni e struttura dell’economia. La Turchia e i paesi del Golfo continuano intanto la loro “offensiva” verso l’area subsahariana, privilegiando il quadrante più prossimo – quello del Corno d’Africa allargato – ma, soprattutto nel caso di Istanbul, estendendo la propria penetrazione molto oltre. Tra gli strumenti di Ankara ci sono anche i collegamenti della Turkish Airlines con destinazioni nel continente, quadruplicate dalle 13
del 2009 alle 52 del 2017.

Il Vecchio continente, nella corsa all’Africa parte da una posizione privilegiata tanto geograficamente quanto storicamente (al netto dei risentimenti di eredità coloniale), nonché da un’esposizione unica ai fenomeni che originano oltre la sponda sud del Mediterraneo. La maggior proiezione verso l’area ha dato vita a laboriosi tentativi di declinare in modo inedito i rapporti tra l’Unione Europea e l’Africa. Le due parti hanno provato a dialogare attraverso strumenti nuovi, inclusa una serie di consessi triennali, organizzati fin dal 2000 e oggi denominati African Union-European Union Summit. Nel 2007 è stata lanciata una nuova Joint Africa-Europe Strategy (Jaes)
che proclamava l’avvento di una partnership di tipo diverso, più ampia e “politica” rispetto a un rapporto tradizionalmente
incentrato sui temi dello sviluppo. Ai mercati africani, nei quali gli europei giocano ancora un ruolo importante, si guarda con interesse crescente. Ma per l’Europa, la priorità di questi anni è senza dubbio quella delle pressioni migratorie che l’Africa esprime. È attorno a questo tema, assieme alla sicurezza, che sono state principalmente intessute iniziative europee degli anni recenti come il Partnership Framework on Migration e il Piano di Investimenti Esterni. Con un’Africa che ha priorità proprie – e raramente includono il controllo dei flussi migratori – e un parterre di interlocutori esterni oggi più diversificati che mai, nonché meno inclini a porre condizioni di quanto non facciano gli europei, tuttavia, il problema resta quello di allineare o quantomeno ricondurre a un terreno comune gli obiettivi delle due aree.

Forme nuove ai rapporti con la regione subsahariana hanno provato ad adottarle anche i singoli paesi europei. Londra lo ha fatto soprattutto nella più recente epoca labourista, in particolare dopo il 2000, con un raro intervento militare in Sierra Leone e un solido aumento degli aiuti allo sviluppo. I governi conservatori, pur garantendo continuità nei livelli di aiuti raggiunti, hanno adottato un approccio più inerziale, e la spinta iniziale è andata di fatto esaurendosi. La Brexit e la necessità di stringere nuovi accordi commerciali con partner diversi, tuttavia, potrebbe realisticamente portare a un’ulteriore revisione delle relazioni con l’Africa. Sia la Germania sia l’Italia, nell’ultimo quinquennio, hanno alimentato una nuova attenzione verso un’Africa percepita tanto come fonte di un cruciale problema – quello dei flussi migratori e della loro gestione – quanto come opportunità di sbocco delle esportazioni e di investimento per il sistema produttivo. È tuttavia la Francia, talvolta spinta dagli stessi alleati europei, che continua a distinguersi. Storicamente potenza coloniale che meno di ogni altra si è fatta da parte, Parigi beneficia ancora di relazioni privilegiate – sia politiche sia economiche – insistentemente mantenute anche con l’allontanarsi nel tempo del periodo pre-indipendenze. Anche in anni recenti, i militari francesi sono apertamente intervenuti a più riprese in situazioni di crisi – in Costa d’Avorio come in Mali e in Repubblica Centrafricana.

Il contesto naturalmente non è più quello dei decenni passati, in cui Parigi aveva maggiore libertà di movimento. Oggi infatti è l’area frequentata da altri soggetti esterni, diversi dei quali con presenze militari che in passato non c’erano. È nel Sahel, in particolare, che le truppe francesi sono dispiegate in forze dal 2014 con l’Opération Barkhane: 4.500 uomini e un raggio di azione esteso dal Mali ai vicini Mauritania, Niger, Burkina Faso e Ciad. Non sono solo le riserve di uranio, strategiche per l’industria nucleare francese, né la minaccia terroristica che ha legittimato l’intervento francese nell’area, a spiegare la portata di un simile intervento. Il coinvolgimento francese è frutto della più ampia competizione geostrategica con nuovi attori esterni in grado di offrire ai partner africani condizioni allettanti (su tutte la promessa di non ingerenza e consistenti investimenti infrastrutturali), attentando necessariamente alle fondamenta di quello che resta delle relazioni privilegiate della Françafrique.

L’Africa subsahariana è dunque gradualmente tornata a essere oggetto di attenzioni internazionali – vecchie e nuove – come non lo era da tempo. La densità di presenze esterne non sembra destinata ad arrestarsi, almeno nel medio periodo, alimentata da motivazioni geopolitiche che, a loro volta, restano più vive che mai. Le implicazioni maggiori da monitorare riguardano tanto le rivalità e potenziali tensioni tra soggetti esterni con agende e approcci diversi, quanto, soprattutto, l’impatto sui processi di sviluppo di un’area emergente ma ancora fragile e vulnerabile.

 

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