Mondo

Vi racconto la battaglia navale degli Stati Uniti

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La Nota diplomatica di James Hansen

Gli Stati Uniti non si considerano un impero, in parte perché il Paese nasce da una rivoluzione contro un altro Impero, quello britannico. Inoltre, non hanno il tipo d’estensione territoriale richiesta dalla tradizione: il dominio diretto su altre entità politiche subordinate all’autorità imperiale centrale — la definizione classica. L’impero americano è fondamentalmente marittimo, basato sul controllo invisibile degli oceani. Sul mare gli Usa non hanno concorrenti militari. È perciò che i timidi passi di Pechino per allargarsi nel Mar Cinese Meridionale gli fanno tanto venire i nervi — anche quando la Cina, dal punto di vista navale, fa paura più o meno come la Francia…

È facile dimenticare quanto i mari siano ancora la chiave di tutto. Il 90% di tutta la merce scambiata attraverso il commercio internazionale si trasporta via nave. Gli oceani sono il sistema circolatorio dell’economia mondiale. Il controllo americano su quel 71% del pianeta coperto dagli oceani si deve alla flotta di portaerei, territorio mobile Usa, basi militari galleggianti che arrivano ovunque.

Oggi otto paesi nel mondo hanno in servizio un totale di 18 portaerei — Regno Unito, Francia, Russia, Cina, Brasile, Italia, India e Stati Uniti. Gli americani ne possiedono dieci, più della somma di tutti gli altri messi insieme. L’Italia, in questo campo una potenza navale, ne ha due, gli “incrociatori portaeromobili” Giuseppe Garibaldi e Cavour. Russia e Cina hanno una portaerei a testa, nessuna delle due attualmente operativa.

L’entusiasmo americano per questi costosissimi mezzi navali deriva dalle lezioni della Seconda Guerra mondiale che, per gli Usa — molto più che per gli europei — si è svolta su due oceani, l’Atlantico e anche il distante oceano Pacifico. Da oltre settant’anni le portaerei regnano sul mondo e sui suoi commerci. È la pax americana. Cominciano a serpeggiare dei dubbi però. Una volta queste gigantesche navi erano — almeno al largo — praticamente invisibili, molto difficili da localizzare e altrettanto difficili da attaccare.

Oggi ci sono i satelliti per trovarle e missili a lunga gittata per colpirle. Sembravano star passando di moda — tranne le due nuove della classe Ford in costruzione negli Usa, la Kennedy e la Enterprise, con altre due programmate per la consegna nel 2023 e nel 2027. Invece, improvvisamente, tutti vogliono le “carriers”. Mentre la Russia tenta disperatamente di rimettere in servizio la sua iellata Kuznetsov, la Cina ha da poco commissionato una seconda portaerei, finora denominata solo “CV-17”, per raggiungere la non molto efficace Liaoning, dedicata all’addestramento.

Sia il Giappone sia la Corea del Sud — un po’ di nascosto, per motivi politici — ora portano avanti progetti per la costruzione di portaerei leggere, capaci però di lanciare i caccia americani F-35B. Anche le nuove Canberra e Adelaide della Royal Australian Navy sarebbero in grado di sopportare la variante “B” del F-35 americano — per quanto concepite principalmente come portaelicotteri. La nuova Vikrant indiana (popolata invece di caccia MiG-29K russi) starebbe per andare alle prove in mare. Un’altra “supercarrier” indiana, la Vishal, dovrebbe seguire presto. Si ha come l’impressione di una gigantesca crisi di nervi navale in corso nei mari del Sud-est Asiatico.

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