Urne e urla: potrebbe essere riassunta così la giornata di ieri con le informative alle Camere di Giorgia Meloni. Un uno-due comiziale con replica e controreplica che ha chiarito pochissimo nel merito e confermato molto nel metodo. Era già tutto previsto: che la premier accusasse le opposizioni di non voler andare alle urne, perché più preoccupate dalle loro divisioni che spinte dall’aleatorio consenso coagulato con il referendum; che assumesse quale interlocutrice privilegiata Elly Schlein, preferita in quanto leader al momento e in apparenza più debole di Giuseppe Conte.
Ma ben al di sopra della poca prevedibile sostanza c’è stata la conferma dell’approccio cui abbiamo sempre assistito in queste polemiche: urla e urne, toni sopra le righe finalizzati a rimarcare la propria identità e le rispettive contrarietà, cosicché il popolo bue si convinca ad andare al voto. In termini mediologici si parla di processo di conferma che prevale sul tentativo di conversione, ma anche di metacomunicazione che prevale sulla comunicazione. Una dinamica da influencer e follower che, in politica, precede da molto l’avvento dei social. Nulla di nuovo insomma, ma questo non consola, preoccupa anzi prevedere che così o sempre peggio andranno le cose per un annetto, fino alle prossime politiche, rendendo impossibile non solo qualunque accordo, sarebbe un’utopia solo sperarlo, ma persino un confronto serio.
Meloni, è stato evidenziatissimo, accentua il tono basso e cavernoso con acuti occasionali, il volume di voce mediamente alto e pronto a esplodere, l’accento romanesco che in passato cercava talvolta di contenere. C’è chi le dà sprezzantemente della “pesciarola”, ma lei lo sa e ne fa un vanto o almeno un look. Outfit Garbatella, nonostante il tailleur e le etimologie inserite in ogni discorso (la parola tale deriva dal latino talis che significa…). Le sinistre, canto loro, tirano fuori il selfie con il militante FDI in odor di mafia e persino il Meloni padre che ha abbandonato moglie e figlie da bambine, quasi volessero alzare palla per permetterle di schiacciare. Sono quelle dell’ultimo libro di Tomaso Montanari sul perché la destra è “ancora” fascista, un avverbio che indica una visione antropologica e razzista, più che politica.
Viviamo un mondo dove la competenza è subordinata all’opinione, l’autorevolezza alla popolarità, lo sappiamo. Ecco perché la politica trova comodo rinunciare alla tecnica, alla scienza delle istituzioni e ridursi a pro e contro, a parere contro parere. Evitando il confronto con una realtà fattuale complessa e articolata che non è facile comprendere prima ancora che spiegare, figuriamoci risolvere. Il paese reale, come lo chiamavamo un tempo, è ridotto da Schlein al calo di potere d’acquisto dei salari e da Meloni a qualche esagerazione propagandistica, ma sotto c’è un magma difficile da interpretare. Nei prossimi anni, le tensioni legate a difesa, pensioni e clima complicherà il risanamento dei conti pubblici, avverte per esempio l’Ocse nello stesso rapporto in cui riconosce che le performance dell’Italia sono progredite da una decina di anni, con la produzione in aumento. Anche se non ci fossero le guerre e i dazi, la situazione appare decisamente confusa. E ci ricordiamo cosa dicevano gli economisti ai tempi di Lehman Brothers, degli scatoloni a Wall Street, dei mutui subprime: difficile fare previsioni, soprattutto sul futuro. Battuta vecchia ma sempre azzeccata.







