Alleati nella Nato, partner nei G7, ma sempre più spesso avversari nei dossier industriali e digitali. Tra cablogrammi riservati, pressioni diplomatiche e missioni a Bruxelles, Stati Uniti e Regno Unito stanno alzando la voce contro quella che a loro giudizio è una deriva protezionistica europea. Per Bruxelles si chiama autonomia strategica; per Washington e Londra rischia di diventare chiusura del mercato.
LA CASA BIANCA MOBILITA I DIPLOMATICI: NEL MIRINO GDPR E SOVRANITÀ DEI DATI
L’ultima mossa arriva dall’amministrazione Trump, che ha ordinato ai diplomatici americani di fare pressione contro le normative straniere ritenute restrittive per le big tech statunitensi. Secondo un cablo del Dipartimento di Stato visionato da Reuters, l’obiettivo è contrastare le iniziative sulla cosiddetta “sovranità dei dati”.
Nel dispaccio, firmato dal segretario di Stato Marco Rubio e datato 18 febbraio, si afferma che alcune leggi rischiano di “interrompere i flussi globali di dati, aumentare i costi e i rischi per la cybersicurezza, limitare l’intelligenza artificiale e i servizi cloud ed espandere il controllo governativo in modi che possono minare le libertà civili e favorire la censura” . Il riferimento è, tra gli altri, anche al Gdpr europeo, citato come esempio di restrizioni “eccessivamente onerose” al trattamento dei dati e ai trasferimenti transfrontalieri.
L’amministrazione Trump invita esplicitamente i diplomatici a “contrastare regolamentazioni inutilmente gravose, come gli obblighi di localizzazione dei dati” e a promuovere il Global Cross-Border Privacy Rules Forum come modello alternativo a quello europeo.
Secondo l’esperto olandese di cloud Bert Hubert, citato da Reuters, “mentre la precedente amministrazione cercava di conquistare i clienti europei con il dialogo, quella attuale chiede agli europei di ignorare le proprie regole sulla privacy se ostacolano il business americano”. Un cambio di tono che segnala un ritorno a un approccio più assertivo nei confronti di Bruxelles.
DIFESA, IL PENTAGONO MINACCIA RITORSIONI SUL BUY EUROPEAN
Lo stesso schema si è ripetuto, qualche giorno fa, nel settore della difesa. In un contributo formale alla consultazione della Commissione sulle regole degli appalti militari, il Dipartimento della Difesa americano ha avvertito che reagirà se l’Ue introdurrà clausole che penalizzino i produttori statunitensi.
Washington “si oppone fermamente a qualsiasi modifica” che limiti la capacità dell’industria americana di partecipare agli appalti nazionali dei paesi membri e denuncia il rischio di “politiche protezionistiche ed escludenti che estromettano con la forza le aziende americane dal mercato”. Non solo: in caso di preferenza europea vincolante, gli Stati Uniti potrebbero rivedere le deroghe concesse alle aziende europee nell’ambito delle leggi “Buy American”.
Insomma, da un lato Washington chiede agli alleati di investire di più nella difesa; dall’altro non intende accettare che una maggiore spesa europea si traduca in una riduzione delle quote di mercato per l’industria statunitense, che oggi fornisce quasi due terzi delle armi importate dal continente.
La Commissione, tuttavia, ha già inserito criteri di preferenza europea nel programma Safe da 150 miliardi e nel prestito da 90 miliardi destinato all’Ucraina, imponendo soglie minime di contenuto europeo. Per l’amministrazione Trump, l’estensione di questo principio alla direttiva sugli appalti rappresenterebbe un vero punto di svolta
LONDRA TEME NUOVE BARRIERE: “NON METTIAMO OSTACOLI TRA ALLEATI”
Se Washington minaccia ritorsioni, Londra prova a negoziare. Il governo di Keir Starmer è impegnato in una vera e propria offensiva diplomatica per evitare che la strategia “Made in Europe” escluda le imprese britanniche.
Il ministro per le Relazioni con l’Ue, Nick Thomas-Symonds, ha avvertito che requisiti troppo rigidi di preferenza europea rischiano di colpire “catene di approvvigionamento profondamente integrate”, creando “barriere commerciali inutili” e aumentando i costi. “Non affronteremo le sfide della competitività causando danni economici inutili gli uni agli altri”, ha sottolineato.
Ancora più diretto il segretario al Business Peter Kyle, che da Bruxelles ha invitato l’Ue a non “alzare barriere” tra Paesi alleati. “Dobbiamo arrivare a un punto in cui tra paesi occidentali alleati non frapponiamo ostacoli allo sviluppo economico e sociale reciproco”, ha dichiarato, precisando però che il Regno Unito non chiede di rientrare nel mercato unico né nell’unione doganale.
Dietro le quinte, la frustrazione è palpabile. Un alleato di Kyle ha ammesso che è “un peccato dover spendere così tante energie per mitigare problemi creati da paesi alleati”. Un riferimento che vale tanto per Bruxelles quanto per Washington.
IL PRECEDENTE SAFE E LA FRATTURA SUI CONTRIBUTI
La tensione tra Londra e Bruxelles si era già manifestata con il fallimento dei negoziati per un pieno accesso britannico al programma SAFE. Le trattative si sono arenate su una distanza significativa tra le parti: l’Ue avrebbe indicato un contributo nell’ordine di 2 miliardi di euro, mentre Londra stimava equo poco più di 100 milioni.
Il ministro della Difesa britannico Al Carns ha definito “autolesionista” escludere il Regno Unito da un fondo europeo per la sicurezza, ricordando che il paese è “assolutamente essenziale per la sicurezza europea”. Ma Bruxelles resta ferma su un principio: niente accesso privilegiato senza accettare pienamente le regole del club.
AUTONOMIA EUROPEA O PROTEZIONISMO?
La Commissione difende la strategia “Made in Europe” come risposta a un contesto geopolitico instabile e alla necessità di rafforzare settori strategici come difesa, spazio, tecnologie pulite e intelligenza artificiale. Ma le divisioni interne non mancano, e anche partner come il Giappone stanno facendo pressione per essere inclusi.
Il nodo politico è tutto qui: fino a che punto l’autonomia strategica europea può spingersi senza incrinare i rapporti con i suoi principali alleati?







