Umberto Bossi non ha solo cambiato la vita di Matteo Salvini a 17 anni, poi il suo successore alla guida della Lega resa nazionale, come scrive sui social, commosso, il vicepremier e ministro delle Infrastrutture e Trasporti. Ha cambiato nel nostro piccolo anche la vita di noi cronisti inviati per caso al seguito del “barbaro” di Gemonio, a dispetto degli sfottò di redazioni intrise di radical chicchettismo trasversale e provinciale anche laddove non te lo saresti aspettato. Ma non sanno cosa si sono persi: la comprensione da vicino del fenomeno Bossi, vera voce dell’uomo della strada.
Bieco populismo? Affatto, da parte di uno che ti poteva anche recitare, quando era in vena, versi di Shakespeare o del Leopardi a memoria. Il “Capo”, come era chiamato in Lega, che lanciò il messaggio provocatorio di “Roma ladrona” (non la Capitale in quanto tale, ma intesa come metafora del potere centrale) ai danni del Nord, carico di tasse come un somaro, dipinto, in base al bozzetto di Bossi, dal pittore padano, da sempre al suo fianco anche per i tradizionali biglietti poetici di auguri natalizi inviati pure alle più alte cariche dello stato, alla cronista legologa di Panorama del Gruppo Mondadori al termine della prima intervista ufficiale dopo la malattia del 2004 spiegò: “Io lanciai la secessione per ottenere la Devoluzione”. Linguaggio dirompente, schietto, ma anche raffinatezza tattica.
Era un mercoledì di marzo del 2005, più di vent’anni fa. Giornale, primo news magazine italiano in chiusura, intervista in forse fino all’ultimo. Urla crescenti sul cellulare dalla redazione centrale a Segrate, Palazzo Niemeyer, alla cronista. Ma con il fondatore della Lega Nord era sempre così. Schietto, voce dell’uomo della strada, semplice ma complesso. Era dura essere Bossi, unico ad aver “fondato un partito dal nulla”, ci ricordò. Ogni volta sembrava sfidare la tempra dei giornalisti. Come scrisse Giancarlo Perna, maestro degli inviati di Panorama, lui ti dava un orario che via via però slittava nel tempo, spesso fino a notte fonda per il malcapitato di turno. Un’intervista con suspense ogni volta. Ma quando iniziava andava avanti come un treno con secche, efficaci e anche gustose risposte.
Era impossibile tornare da Bossi senza un titolo che facesse clamore. Andava dritto al punto, sintetico come pochi altri, tra le nuvole del fumo del suo sigaro toscano. Ed era a quel punto la goduria di direttori e caporedattori, che dopo aver maltrattato l’inviato di turno per il ritardo nella consegna del pezzo, poi ringraziavano e un po’ ipocritamente elogiavano il malcapitato o la malcapitata così: “Brava, abbiamo fatto un vero buon lavoro”. Ma noi chi? Veniva da dire.
Non era facile affrontare Bossi. Che ogni volta ti metteva alla prova. Leader campione del politicamente scorretto, ma al tempo stesso molto signorile, a dispetto della narrazione da bar mainstream di sinistra. Mentre il bar, quello vero, sopra casa sua a Gemonio, dove andai per un attimo a prendere un caffè e tirar fiato dopo quella cruciale e faticata prima intervista, dopo l’ictus del 2004, era un bar rappresentativo dell’identità territoriale di tutto il Paese. Un bar dove sentirsi a casa, uguale ai tanti della Penisola. Con un Sud non schiacciato dal Nord, ma dall'”assistenzialismo del potere centrale romano che lo ha soffocato”.
La politica secondo “Umberto”, l’uomo della strada che ha mandato un messaggio di libertà a tutto il Paese. Che scelse di stare con Silvio Berlusconi per modernizzare l’Italia. La “costola della sinistra” era più che la costola, l’oggetto del desiderio della sinistra. Quella dello status quo.







