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Tutto risolto con l’intesa Ue su migranti e ong? No, ecco perché. L’analisi di Polillo

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L’accordo fra Stati europei su migranti, porti e ong analizzato da Gianfranco Polillo

Che, alla fine, sia vero salvataggio in mare e non quel mezzo imbroglio che si è visto nei mesi passati. Quando le ong fornivano la logistica pesante per il trasporto dei migranti verso i porti italiani. Dagli e dagli, alla fine, i convenuti a Malta, per cercare un possibile accordo, ne hanno dovuto prendere atto. Il sentimento di umana solidarietà è un valore importante di quella cultura europea che Ursula Von Der Leyen intende proteggere con la nomina di un apposito commissario: il greco Margaritis Schinas. Ma nessuno può scambiare lucciole per lanterne. E far finta di non vedere quella realtà che è stata sotto gli occhi di tutti. Quegli appuntamenti cercati per portare in un porto sicuro migranti caricati, come bestie, su improbabili gommoni, in grado di reggere non più di due o tre miglia marine. Tanto ai relativi appuntamenti, c’erano le navi delle ong: pronte a sobbarcarsi del resto del viaggio.

Le nuove regole d’ingaggio, per chi vuole continuare a fare questo mestiere, saranno più che severe, soprattutto più rispondenti alle regole del mare. Che stabiliscano parametri precisi per i trasbordi e la ricerca di eventuali battelli in procinto di naufragare. Naufragare, aggiungiamo, per cause di forza maggiore, in cui conta anche l’idoneità del mezzo utilizzato per affrontare il mare aperto, e non l’affondamento programmato a ridosso dei porti di partenza. Se l’accordo di Malta diverrà regola europea – ma affinché ciò si realizzi mancano ancora numerosi passaggi, che non saranno indolori – i vincoli previsti saranno ben più stringenti.

“Tutte le navi impegnate in operazioni di soccorso – si legge nella bozza – dovranno rispettare le istruzioni del competente centro di coordinamento”. Nessuno potrà fare come gli pare e poi “ricattare” – parola brutta, ma pertinente – le Autorità del Paese di approdo fino all’avvenuta dello sbarco. Il caso di Carola Rackete della Sea Watch. “Non dovranno spegnere il trasponder ed il sistema automatizzato di informazione”, come avveniva per camuffare la propria posizione. “Non dovranno mandare segnali di luce né alcuna forma di comunicazione per facilitare la partenza di imbarcazioni che portano migranti dalle coste africane”. Cosa che avveniva in passato, con una notevole frequenza. “Non dovranno ostacolare le operazioni di ricerca e soccorso delle imbarcazioni ufficiali delle Guardie costiere, inclusa quella libica, e provvedere a specifiche misure di salvaguardia della sicurezza dei migranti e degli operatori di bordo”. Che, in poche parole, significa rispetto per la sovranità dei singoli Stati, di cui le acque territoriali sono parte integrante. Con competenza estesa in tutta la zona SAR.

Vittoria Di Marco Minniti? Certamente: quelle indicazioni erano già contenute nel suo codice di condotta. Ma anche di Matteo Salvini. Senza la determinazione di quest’ultimo oggi si discuterebbe di altro. Il che non significa condividere ogni cosa del suo atteggiamento. Anzi i fatti dimostrano il contrario. Dopo aver intuito quale era il nocciolo critico su cui intervenire – la chiusura dei porti – forse gli è mancata la pazienza di un’interlocuzione con l’Europa, che non fosse riassumibile nello slogan “prendere o lasciare”. Occorreva, al contrario, la capacità di un dialogo sereno che consentisse, alla fine, di giungere a posizioni condivise. Come in parte sta oggi avvenendo.

Non tutto – si badi bene – è risolto. La Francia, ad esempio, insiste su una distinzione che è difficile non condividere: diritto d’asilo europeo per i rifugiati politici, ma non per i migranti economici, che vanno, invece, riportati nella loro terra d’origine. Cosa più facile a dirsi che a realizzarsi. Sarebbe comunque sbagliato non prendere atto del piccolo passo in avanti. Aver reso più difficile l’opera delle ong, costringendole a rientrare nei parametri di legalità, – sempre che alla teoria seguano i fatti – è una scelta importante ai fini del contrasto al traffico di essere umani.

Per averne contezza è sufficiente riflettere su una vecchia legge dell’economia, caduta in disuso all’indomani della rivoluzione Keynesiana. Nel mondo antico, quando le condizioni sociali non erano quelle dell’economia del benessere, l’offerta creava la propria domanda. Tesi avanzata da Jean-Baptiste Say uno dei principali economisti classici francesi. Nel commercio di esseri umani l’offerta di logistica, per il relativo trasporto in condizioni di maggior sicurezza, ha un effetto diretto ed immediato sulla platea dei possibili fruitori. Se è facile raggiungere l’Europa, saranno in molti a tentare l’avventura per lasciarsi alle spalle un proprio mondo ostile. Osservazione evidente.

Ma quello che è meno appariscente è il ruolo svolto dalle organizzazioni criminali, che gestiscono il traffico. La loro attività principale è la ricerca in terra africana di possibili clienti, in grado di sostenere le spese per il viaggio. Maggiore è la loro domanda, maggiore il prezzo della relativa prestazione. Un interesse destinato a crescere se si garantiscano condizioni di relativa sicurezza. Per quanto riguarda il costo dell’ipotetico biglietto, è la stessa organizzazione che può anticiparne il finanziamento, rivalendosi sui familiari e parenti che rimangono in loco. Vere e proprie finanziarie del crimine, il cui punto di forza – il perno della leva – è, tuttavia, dato dalla maggiore o minore facilità di garantire i risultati promessi.

Interrompere questa filiera è quindi essenziale. Saranno sufficienti gli accordi appena abbozzati? La strada è ancora lunga. Unica possibilità: cercare di chiudere il rubinetto. Lo si può fare investendo nei Paesi d’origine? La tesi di Luigi Di Maio. Prendiamo il caso della Nigeria. Oggi la mafia nigeriana, in Italia e non solo, preoccupa per la sua relativa potenza, alimentata anche dal flusso migratorio. Il tasso di crescita di questo Paese dall’inizio del Terzo millennio ai giorni nostri è stato pari, in media, al 6,1 per cento (dati del FMI), contro il 4,5 della media continentale. Il 35 per cento in più. Nello stesso periodo, la sua popolazione è cresciuta ad un ritmo del 2,75 all’anno, di poco superiore alla media del continente. Si può forse pensare ad una crescita futura della Nigeria superiore al 6 per cento, per arginare il fenomeno dell’emigrazione. Si può tentare, anche se nello scetticismo generale.

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