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Tutti i segreti della vittoria di Biden. L’analisi di Pennisi (Aspenia)

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Come e perché Joe Biden ha vinto il Super Tuesday delle primarie democratiche. L’analisi di Riccardo Pennisi su Aspenia

“La finanza è un’arma, la politica è sapere quando tirare il grilletto”. Joe Biden ha dimostrato di conoscere bene questa fondamentale lezione di strategia politica (pronunciata da uno dei protagonisti del Padrino III).

L’ex Vice presidente degli Stati Uniti è il chiaro vincitore del Super Tuesday, in cui 14 stati contemporaneamente hanno svolto le primarie democratiche, ma il risultato è reso ancor più clamoroso dal fatto che nessuno, fino a una settimana fa, avrebbe pensato che Biden potesse riuscirci.

Il suo rivale Bernie Sanders era considerato il favorito, ma deve accontentarsi solo di 4 stati: l’importantissima California, più il Colorado, lo Utah e il Vermont, lo stato dove vive e che l’ha eletto al Senato.

A Biden vanno invece Texas, Oklahoma, Arkansas, Alabama, Tennessee, North Carolina, Virginia – ossia un’infornata decisiva di Stati del Sud – più Massachussets, Minnesota e Maine. Nel 2016, Sanders aveva vinto in Oklahoma, Minnesota e Maine contro Hillary Clinton. In California invece aveva perso.

Biden ha saputo dunque quando tirare il grilletto. La sua campagna era cominciata con dei risultati che facevano pensare a un rapido abbandono, invece che a una cavalcata verso la vittoria: quarto posto in Iowa, e un umiliante quinto posto in New Hampshire, con solo l’8% dei voti.

Dopo il New Hampshire, Biden prende la decisione della disperazione: abbandona il campo in Nevada, dove le primarie si sarebbero svolte sette giorni dopo, per concentrarsi sulla South Carolina, bastione del suo consenso. Qui può contare su una base di popolarità forte e solidi legami con la politica del posto e con la comunità afro-americana, che culminano nell’endorsement da parte di James Clyburn, dominus del Partito Democratico locale e capogruppo Dem alla Camera.

Il primo colpo va a segno. Biden stravince la South Carolina con il 48,7% dei voti, contro il 19,8% di Sanders. Ma più che il risultato in sé, è l’effetto domino che ne consegue a cambiare la partita.

La vittoria arriva solo tre giorni prima del Super Tuesday, riuscendo a catturare l’attenzione dei media e degli elettori, e in qualche modo cancellando il risultato del Nevada di una settimana prima, che era stato molto buono per Sanders.

Ma non solo: subito dopo, Pete Buttigieg – candidato rivelazione e stella dei moderati fino a quel momento, ed Amy Klobuchar, popolare senatrice del Minnesota in grado di conquistare un certo numero di voti nel Mid-West e nel Nord Est, annunciano il proprio ritiro e fanno endorsement per Joe Biden.

L’ex Vice presidente ha potuto così surfare su un’ondata di attenzione e di consenso che non aveva mai ricevuto fino a quel momento, ancor più inattesa se consideriamo che in tutta la sua carriera Biden ha già partecipato tre volte alle primarie presidenziali, nel 1988, 2008 e 2020, senza mai vincere in nessuno Stato.

Inattesa anche per Sanders: la retorica del senatore del Vermont si era scagliata fino ad allora, e in maniera molto efficace, contro Buttigieg, contro Bloomberg, contro Trump, ma – come molti altri – aveva risparmiato Biden, considerandolo irrilevante.

Il dibattito, le conversazioni, si sono così ritrovate prive di argomenti contro Biden proprio nel momento in cui tutti guardavano a lui: nessuna narrativa contraria, nessun attacco politico ha fatto da diga al crescere del suo consenso.

Forse anche per questo, a poche ore dall’inizio del Super Tuesday arrivavano a Biden ancora due altri endorsement di grande peso. Per primo quello di Harry Reid, ex senatore del Nevada e capogruppo Dem al Senato per una ventina d’anni: Reid era un punto di riferimento della sinistra del partito per le sue battaglie contro le lobby e la corruzione della politica, benché fosse piuttosto conservatore su altri temi, e la campagna di Sanders non si aspettava un suo sostegno a Biden. Per secondo quello di Beto ‘O Rourke, astro nascente tra i Dem, con un carisma di impronta obamiana, capace di vincere nel 2012 un seggio alla Camera nel suo Texas partendo da posizioni molto liberal. Nel 2018, la sua campagna per un seggio al Senato contro il Repubblicano Ted Cruz aveva scatenato una pioggia di piccole donazioni da tutti gli Stati Uniti – la conquista del Texas, stato simbolo del conservatorismo americano, è un’obbiettivo che i Dem accarezzano da tempo – ed era fallita solo di un soffio. Ma Beto ne aveva ricevuto un’immensa popolarità, e la sua decisione di appoggiare Biden è stata davvero amara per Sanders.

Anche perché il Texas, dopo la California, è lo stato del Super Tuesday che assegna più delegati in vista della Convention di luglio a Milwaukee, dove si ufficializzerà il nome del candidato che sfiderà Donald Trump a novembre. I sondaggi della vigilia erano promettenti per Sanders, e la mossa di ‘O Rourke potrebbe aver spostato in maniera decisiva la bilancia elettorale: in Texas Biden ha ricevuto il 33,4% dei voti, contro il 29,9% di Sanders, uno scarto non enorme.

La catena di eventi tra la South Carolina e il Super Tuesday, amplificata dal consenso dei media generalisti di area progressista o comunque anti-trumpiani, come Il New York Times e la CNN, ha portato all’elettorato Democratico un messaggio forte e chiaro: il cuore del partito non è più diviso, sta con Joe Biden. Contro Donald Trump puntiamo su di lui. Sottinteso: Bernie Sanders perderà, non avrà il nostro appoggio. E tantomeno Mike Bloomberg; anzi, dimenticatevi di lui.

C’era anche una quarta candidata: Elizabeth Warren. Cosa dire di lei? Alcuni mormorano che Warren non ha alcuna chance di vittoria – ha perso anche nel suo Stato, il Massachussets  – ma resta nella competizione col solo proposito di ostacolare Sanders. Warren è popolare nella sinistra del partito e tra i radicali, e pesca molti consensi che potrebbero andare a Sanders; se anzi fossero andati al senatore del Vermont, non sarebbe stato Biden il vincitore del Super Tuersday. Perché non si è ancora ritirata, magari in cambio di un ticket con Sanders, ci si chiede. Un ticket del genere offrirebbe a Sanders elettori che finora gli sono un po’ mancati, come le donne o gli abitanti più istruiti dei sobborghi benestanti, e rilancerebbe la sua campagna.

Altri dicono invece che Elizabeth Warren spera che tra Sanders e Biden, alla fine dei giochi, non ci sia un vero vincitore; in effetti, le possibilità che nessuno dei due abbia una vera maggioranza di delegati a Milwaukee è ancora concreta. Warren, a quel punto, potrebbe trovarsi nella vantaggiosa posizione di arbitro della contesa, e avere un’influenza importante sulla nomination e magari sulla futura squadra presidenziale.

(estratto di un articolo pubblicato su Aspeniaonline; qui la versione integrale)

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