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Wuhan, tutte le zuffe tra Servizi occidentali per le accuse di Trump alla Cina

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Sars Cov 2

Come e quanto si discute fra Servizi occidentali sulle tesi di Trump contro la Cina per il virus venuto da Wuhan. L’articolo di Marco Orioles

Si possono udire distintamente i sibili di quella che si configura ormai come una guerra totale tra i governi e le agenzie di intelligence di mezzo mondo che si combatte intorno alla teoria trumpiana sulle origini del Covid-19.

Dopo che gli Usa, attraverso il loro Segretario di Stato Mike Pompeo, sono tornati alla carica domenica con la pesante accusa rivolta ai cinesi di aver provocato la pandemia con un incidente avvenuto nell’ormai famoso laboratorio di Wuhan, una serie di dichiarazioni, comunicati e rivelazioni a mezzo stampa ha messo in moto la gara a chi salta sul carro trumpiano (e anti-cinese) e chi, invece, ne prende nettamente le distanze.

A saltare agli occhi, in questa ridda, è la richiesta appena avanzata dalla presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen e dal ministero della Salute svedese di aprire un’indagine indipendente per mettere sotto la lente d’ingrandimento, tra le altre cose, la questione delle origini del Covid-19.

“Non sai mai”, ha dichiarato ieri il n. 1 della Commissione durante un’intervista alla tv USA CNBC, “dove possa scaturire il prossimo virus, pertanto tutti desideriamo, per la prossima volta, imparare la nostra lezione (dall’esperienza del Covid-19)”.

Per quanto l’obiettivo dell’ex delfina di Angela Merkel fosse la creazione di un sistema di allerta precoce che consenta alla comunità internazionale di intervenire tempestivamente in una eventuale prossima pandemia, non le poteva certo sfuggire che le sue parole, pronunciate in questo preciso momento, sarebbero state interpretate come un modo (sebbene indiretto) di dar man forte alla crociata del governo Usa.

In questo che è solo l’ennesimo capitolo dello scontro frontale tra Usa e Cina, non è detto però che la prima avrà al proprio fianco, ligi e fedeli, i propri alleati storici.

Tra questi, al contrario, comincia a fare breccia il sospetto – che è certezza invece tra i detrattori domestici e non del tycoon – che la teoria del laboratorio di Wuhan sia solo l’ennesimo esempio di politicizzazione dell’intelligence o, nello scenario peggiore, la riedizione delle menzogne di cui si macchiò l’America quando, correvano gli anni 2002-2003, tentò di vendere al mondo la tesi delle armi di distruzione di massa irachene e della gran combutta tra Saddam Hussein e Osama bin Laden.

Può esserci questo timore dietro il passo indietro del governo australiano, che solo la settimana scorsa, non sordo ai moniti di Washington, chiedeva una commissione d’inchiesta sulle origini del Covid-19, dando l’idea dell’imminente formazione di una coalizione internazionale a sostegno dell’iniziativa americana in cui il ruolo del leone sarebbe spettato agli alleati dei cosiddetti Five Eyes come Canberra.

Ma qualcosa di particolarmente significativo – forse le veementi minacce di ritorsioni di Pechino? – deve tuttavia essere successo nel frattempo per spingere il premier Scott Morrison a rimangiarsi le proprie stesse parole pronunciate appena due giorni prima con cui chiedeva l’apertura di un’indagine.

“Non c’è niente”, ha dichiarato infatti venerdì il primo ministro, “che indichi che (il laboratorio di Wuhan) sia l’origine probabile, sebbene in questi ambienti non si possa mai escludere nulla”.

Più che una dissociazione tout court – in un altro passaggio Morrison ha ammesso che sebbene “lo scenario più probabile sia che (il virus sia) collegato ai mercati degli animali vivi, questa è una questione che deve essere attentamente valutata” – quello del premier appare come il tentativo di non schiacciare troppo l’Australia sulle posizioni degli Usa, rettificando l’immagine di un Paese più simile ad un replicante trumpiano che ad una nazione indipendente.

Questa peraltro è la stessa sindrome riscontrabile presso altri due alleati degli Usa – e membri dei Five Eyes –  come Canada e Gran Bretagna, dove la rivista (anti-trumpiana) Foreign Policy si è presa la briga di sondare gli umori del primo ministro Justin Trudeau e di Downing Street.

E se il primo non ha voluto (significativamente) sbottonarsi trincerandosi dietro l’affermazione secondo cui “è troppo presto per trarre ferme conclusioni”, un portavoce di Boris Johnson si è detto convinto che “ci siano chiaramente delle domande sulle origini e la diffusione del virus che richiedono una risposta”, anche se una risposta che dovrà venire da uno sforzo collettivo di “tutti i nostri partner internazionali, inclusa la Cina”.

Seppur parzialmente velata da innocue affermazioni di principio circa la necessità di fare chiarezza, tale riluttanza tradisce molte cose, una delle quali sta venendo a galla proprio in queste ore tramite generose iniezioni di rivelazioni giornalistiche: tra le agenzie di intelligence alleate, ma anche in seno a quelle degli stessi Usa, serpeggia il dubbio.

È stata la CNN poche ore fa a rivelare come le intelligence dei Five Eyes ritengano “altamente improbabile” la tesi caldeggiata da Trump e Pompeo. A giurarlo all’emittente di Atlanta, e a ritenere che la pista da seguire sia invece quella canonica del mercato degli animali vivi di Wuhan, sono due funzionari di una non meglio precisata intelligence occidentale, un’altra fonte anonima dei Five Eyes e un diplomatico occidentale.

Si conosce invece la nazionalità – australiana – delle spie che hanno confidato al quotidiano The Sydney Morning Herald che un dossier di intelligence sul Covid-19 che ha avuto una vorticosa circolazione in questi giorni sia stato redatto sulla base di sole fonti aperte e, dunque, senza ulteriori appoggi che non siano articoli di giornale o servizi dei media. Anche questo, chiaramente, è un modo per segnalare le deboli premesse delle indagini Usa.

Ma è anche una guerra mediatica quella che si sta combattendo sullo sfondo dell’emergenza Covid-19 e delle sue origini. Una guerra senza esclusione di colpi dove chi può tira per la giacchetta chiunque possa dire qualcosa a favore o contro le tesi in competizione.

Da segnalare, a tal proposito, l’iniziativa di un organo di informazione apparentemente apolitico come National Geographic che, pubblicando nel fine settimana una lunga intervista al famoso virologo americano nonché membro della task force governativa Usa anti-Coronavirus Antony Fauci, ha pensato bene di aprirla con le dichiarazioni con cui il collaboratore della Casa Bianca invoca “l’evidenza scientifica” per negare la plausibilità della tesi di un origine non naturale del Covid-19.

Va poi segnalato anche come  Michael Riyan,  capo delle emergenze dell’Oms (un’agenzia che gli Usa accusano di essere più che simpatetica nei confronti di Pechino), ha confidato ieri ai media la sua convinzione che la teoria dell’incidente di laboratorio sia puramente “speculativa dalla nostra prospettiva”.

“Dagli Usa non abbiamo ricevuto alcuna informazione o prova specifica relativa alla presunta origine del virus”, ha affermato Ryan prima di dichiararsi “molto desideroso” di essere messo a parte delle informazioni a disposizione del governo americano.

Ma è stato quando ha affermato che la questione è chiaramente “politica” e non “scientifica” che il capo delle emergenze dell’Oms ha voluto chiudere la discussione, lasciando intendere che sia poco seria.

Peccato che negli Usa non vi sia la benché minima intenzione di abbassare il tiro, anzi il contrario. Tra chi ha fatto sentire la propria voce nel weekend c’è l’ex consigliere speciale e Rasputin del presidente, Steve Bannon, che ha parlato senza mezzi termini di una “Chernobyl biologica” di cui Pechino dovrà pagare il prezzo (in tutta risposta, il Quotidiano del Popolo ha bollato l’ex presidente di Breitbart come un “fossile vivente della guerra fredda” che si sta dilettando in una “guerra di propaganda senza precedenti”).

Frattanto, un reporter dell’emittente tv trumpiana per antonomasia, Fox News, diffondeva su Twitter la notizia, priva però di ogni riscontro, secondo cui tutte e 17 le agenzie di intelligence Usa sono concordi nel puntare il dito sul laboratorio di Wuhan:

 

Ma sono bastate poche ore perché Foreign Policy reperisse fonti di tre diverse agenzie di intelligence a stelle e strisce per smentire l’esistenza di tale unanimità di consenso e persino della disponibilità di “informazioni sufficienti” per addivenire a qualsivoglia conclusione sulle origini del Covid-19.

Nella serata di ieri, tuttavia, un alto funzionario della National Intelligence – lo stesso Ufficio che, la settimana scorsa, aveva diramato un comunicato che annunciava ufficialmente l’avvio di un’indagine da parte dell’intera comunità d’intelligence (IC) Usa –  ribadiva la propria posizione articolandola in tre punti: “l’IC crede che il virus sia originato in Cina. Ci stiamo soffermando su due teorie e abbiamo prove su entrambe. Riteniamo che (il virus) non sia stato creato appositamente”

Tutto lascia intendere, dunque, che malgrado i prevedibili malumori, le sicure dissociazioni e qualche immancabile “leak”, le agenzie d’intelligence daranno man forte a Trump nella sua nuova crociata contro il grande nemico giallo. 

I collaboratori del presidente, non a caso, in queste ore stanno alzando non poco i toni della polemica, dal consigliere economico Peter Navarro che oltre ad accusare Pechino di mentire causando danni incalcolabili (“China lied, people died”) ed è tornato a sfoderare l’espressione “virus cinese” sino al Segretario al Tesoro Steven Mnuchin che ha ammesso di essere intento a valutare “molto attentamente” varie ritorsioni contro la Cina.

L’unica voce fuori dal coro è stata quella del vice consigliere per la Sicurezza Nazionale Matthew Pottinger, che negando che gli Usa puntino a “misure punitive”, ha chiarito che l’obiettivo di Trump è “continuare la politica che ha sempre fatto ed ha implementato, che è avere una relazione reciproca e corretta con la Cina”.

Peccato che il tweet partito poche ore fa dal profilo del presidente mostri tutto fuorché un uomo alla ricerca dell’idillio con i rivali orientali:

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