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Tutte le volte che gli ambasciatori hanno sparlato di capi di Stato e di governo

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Il recente scambio tra il presidente americano, Donald Trump, e l’ambasciatore inglese a Washington, Sir Kim Darroch, ha avuto il tono di uno scontro verbale in una scuola elementare. Comunque sia, quello delle offese diplomatiche è un ricco capitolo del comportamento umano. La Nota diplomatica di James Hansen

Pochi giorni fa l’Ambasciatore di Sua Maestà Britannica a Washington, Sir Kim Darroch, si è dimesso dall’incarico dopo che erano stati fatti circolare dei dispacci in cui il diplomatico ha definito il Presidente americano Donald Trump come “inetto, insicuro e incompetente”. Trump ha replicato chiamando Darroch “molto stupido” e “un idiota pomposo”.

Il Foreign Office inglese ha poi rilasciato una dichiarazione secondo la quale: “Il pubblico britannico si aspetta che gli Ambasciatori forniscano ai Ministri un onesto e franco assessment della politica del paese in cui si trovano. Le loro opinioni non sono necessariamente quelle dei Ministri né del Governo, ma li paghiamo per essere candidi, esattamente come l’Ambasciatore degli Usa qui che trasmetterà in patria la sua lettura delle politiche e le personalità di Westminster”. In verità, nemmeno il commento del Foreign Office è stato un capolavoro di diplomazia, specialmente in quanto tende a precludere future reazioni piccate quando—inevitabilmente—qualche ambasciatore straniero in Inghilterra esprimerà con “franchezza e onestà” eccessive una sua opinione. Darroch comunque non c’è più e passerà anche questo.

Quella degli ambasciatori che “sparano alto” quando scrivono a casa è un’antica e onorata tradizione, come quando, nel 1933, l’Ambasciatore britannico a Berlino, Sir Eric Phipps, profeticamente definì Adolf Hitler come un “automa” e uno “squilibrato”, oppure quando un importante diplomatico americano a Parigi, Lewis Hoffacker, ebbe a dire di Charles de Gaulle che era “un figlio di puttana, ma almeno il nostro figlio di puttana”… La vera “sagra” del commento diplomatico infelice si ebbe però con Wikileaks, quando, nel 2010, furono diffusi senza autorizzazione oltre 250mila “cablogrammi” della diplomazia americana. Tra i soggetti che si risentirono dei giudizi espressi, l’allora Presidente del Consiglio italiano Silvio Berlusconi—“pare sempre di più essere il portavoce di Putin”—Putin stesso, l’ex presidente francese Sarkozy e quello kazako Nazarbaev.

Come reazione al caso Darroch, la stampa inglese ha pescato a piene mani nel materiale Wikileaks, ricordando anche che il Principe Andrew, il figlio terzogenito della Regina Elisabetta II, fu descritto come “neuralgico” dall’Ambasciatrice americana in Kazakistan per via dei dolori a lei provocati dalle sue ripetute dichiarazioni anti americane mentre era in visita nel Paese. I documenti hanno creato imbarazzo anche tra quelli che si erano permessi di parlare troppo chiaramente ai rappresentanti diplomatici Usa, come l’allora Re Abdullah dell’Arabia Saudita, di cui si riferì che aveva “frequentemente esortato gli Stati Uniti ad attaccare l’Iran per mettere fine al suo sviluppo di armi nucleari”.

Nell’archivio ce n’era anche per il Primo Ministro inglese Margaret Thatcher, definita “ingenua” e “girlish” fanciullesca—da un alto funzionario della diplomazia Usa: un complimento restituito, nel 1982, dall’Ambasciatore inglese a Washington quando descrisse l’allora Presidente americano Ronald Reagan come un prodotto del “cowboy populism” e “incapace di reggere un discorso complesso”.

Com’è noto, Reagan e Thatcher ebbero modo poi di stringere un rapporto personale caratterizzato da una forte stima reciproca: un’indicazione che franchezza e onestà diplomatica non sempre ci azzeccano…

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