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Tutte le nuove grane antitrust negli Usa per Google (che trama con Facebook)

di

Google editori italiani

Dieci stati Usa hanno accusato Google di monopolizzare la tecnologia pubblicitaria. L’ultima causa antitrust si concentra sul comportamento dell’azienda con la piattaforma pubblicitaria DoubleClick

 

Una settimana iniziata con un crash di tutti i servizi e finita con una causa legale per Big G.

Un gruppo di dieci Stati a guida repubblicana ha avviato un’azione antitrust nei confronti di Google accusando il colosso dei motori di ricerca di aver abusato della sua posizione dominante nel settore della pubblicità online.

Google è anche accusata di collusione con Facebook per mettere fuori gioco la concorrenza. Secondo l’accusa i due principali player nella pubblicità online avrebbero stretto un patto segreto illegale nel 2018 per dividere il mercato degli annunci su siti Web e app.

La nuova offensiva arriva due mesi dopo che il dipartimento di Giustizia, affiancato da 11 stati, ha accusato Google di abuso di posizione dominante.

Proprio lunedì Google ha registrato un crash planetario di tutti i servizi (da YouTube al Drive fino a Gmail e Meet) tra le 12.55 e le 13.50 italiane. La società ha liquidato l’accaduto con un problema di “memoria insufficiente”.

Tutti i dettagli.

AZIONE ANTITRUST CONTRO GOOGLE

Il procuratore generale del Texas Ken Paxton ha annunciato una causa multistato contro Google per la presunta “condotta anticoncorrenziale” del gigante della ricerca online nel settore della pubblicità online.

“Google ha usato ripetutamente il suo potere di monopolio per controllare i prezzi e ha colluso per truccare le aste (di pubblicità online) in una grave violazione della legge”.

QUALI SONO GLI STATI

Paxton ha intentato la causa insieme ad altri procuratori generali repubblicani degli stati Arkansas, Idaho, Indiana, Kentucky, Mississippi, Missouri, North Dakota, South Dakota e Utah.

AL CENTRO DELL’ACCUSA LA PIATTAFORMA DI COMPRAVENDITA DEGLI SPAZI PUBBLICITARI

La denuncia degli stati repubblicani si concentra in particolare DoubleClick, la piattaforma di Google di compravendita degli spazi pubblicitari, piattaforma che gestisce la vendita e il piazzamento sul web di ingenti pacchetti di pubblicità.

In particolare, cita il ruolo dell’azienda in varie fasi della complessa e spesso invisibile catena di profitti tra editori online e inserzionisti, consentendo di affermare un controllo sostanziale sul modo in cui i contenuti vengono monetizzati. Nel 2008 Google ha acquisito la proprietà del software DoubleClick, utilizzato per acquistare e vendere annunci sul Web.

Il Texas sostiene che l’azienda domina i percorsi attraverso i quali un annuncio pubblicitario arriva dall’agenzia che lo produce su una pagina web o un’app mobile.

IL DOPPIO RUOLO DI GOOGLE NEL CASO ANTITRUST

Secondo la denuncia, Google controlla il 90% del mercato per gli strumenti di tecnologie utilizzati dagli editori per vendere le loro pubblicità online. Per l’accusa, Google usa quel potere, insieme al fatto che vende tecnologia alle aziende che comprano pubblicità, per canalizzare le transazioni verso la propria piattaforma di scambio.

Nel mercato della tecnologia pubblicitaria che riunisce Google e un enorme universo di inserzionisti ed editori online, la società controlla l’accesso agli inserzionisti che inseriscono annunci sulla sua piattaforma di ricerca dominante. Google esegue anche la procedura di asta per gli inserzionisti per pubblicare annunci sul sito di un editore.

Poiché Google vende tecnologia sia agli acquirenti che ai venditori di pubblicità, e al tempo stesso gestisce la piattaforma di scambio, il ruolo è considerato come quello di un lanciatore nel baseball che al tempo stesso è anche ricevitore e arbitro.

COLLUSIONE CON FACEBOOK?

E qui entra in gioco un altro colosso tecnologico. Nel 2017 Facebook aveva sostenuto una tecnologia alternativa a DoubleClick, che avrebbe indebolito la capacità di Google di canalizzare le transazioni attraverso il proprio mercato facendo del social network un potenziale rivale. Ma Facebook, accusano gli stati, ha lasciato cadere quell’idea dopo che Google le ha offerto “un accesso speciale alle aste” dando a Facebook un trattamento preferenziale.

Secondo l’accusa, i due giganti web si sono messi in collusione per fissare i prezzi e dividere il mercato della pubblicità mobile tra di loro.

LA REAZIONE DEI GRUPPI MEDIA

Jason Kint, ceo di Digital Content Next, un ente commerciale che rappresenta testate del calibro del New York Times, Washington Post, News Corp e CNBC, ha definito i dettagli dell’accordo Google-Facebook “inquietanti”. Secondo Kint le due società stavano “sostanzialmente rubando soldi dagli editori. ”

LA POSIZIONE DEL COLOSSO DI MENLO PARK

Facebook non è comunque indicata come imputata nell’azione legale. Ma anche per il colosso fondato da Mark Zuckerberg i guai non mancano. All’inizio di dicembre, la Federal Trade Commission e 48 procuratori generali hanno accusato Facebook di pratiche sleali e monopolistiche, auspicando la cessione di WhatsApp e Instagram.

LA REPLICA DI BIG G SUL DOSSIER ANTITRUST

Google ha confutato le accuse in una dichiarazione, definendo l’azione legale come del tutto senza merito.

“I prezzi della pubblicità online sono calati nel corso dell’ultimo decennio — ha riferito Google in un comunicato — e stanno calando anche i prezzi per la tecnologia per la pubblicità. I prezzi di Google per questa tecnologia sono inferiori alla media del settore. Questi sono i tratti distintivi di un’industria altamente competitiva”.

COLPO AL CUORE DEL BUSINESS DI GOOGLE

Tuttavia, il reclamo si rivolge al cuore dell’attività di Google: gli annunci digitali che generano quasi tutte le sue entrate, nonché tutte le risorse da cui dipende la sua società madre, Alphabet Inc., per finanziare una serie di progetti tecnologici.

Durante i primi nove mesi di quest’anno, le vendite di annunci di Google hanno totalizzato quasi 101 miliardi di dollari, pari all’86% delle sue entrate totali.

INSIEME ALLA CAUSA AVVIATA DAL DIPARTIMENTO DI GIUDIZIO

La mossa di Paxton arriva dopo che il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti ha citato in giudizio Google a ottobre per aver abusato del suo dominio nella ricerca e nella pubblicità online, il tentativo più significativo del governo di sostenere la concorrenza dal suo caso storico contro Microsoft due decenni fa.

LA BATTAGLIA ALLE BIG TECH, UNA QUESTIONE POLITICA

La decisione degli stati repubblicani di lanciare una propria azione legale anziché includere anche gli stati a guida democratica, che erano parimenti coinvolti nella costruzione del caso, sembra indicare la volontà politica di guadagnare le luci dei riflettori nelle ultime settimane dell’amministrazione Trump per azioni di rilievo contro Big Tech.

Secondo quanto riporta il Financial Times, anche un gruppo bipartisan di procuratori generali, guidato da Phil Weiser del Colorado, stava preparando per oggi un’azione legale separata incentrata sulla posizione dominante di Google nel settore delle ricerche sul web.

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