La parola “lezione” ricorre nei media italiani con frequenza ossessiva, negli ultimi giorni, dopo il referendum italiano e il voto ungherese che ne avrebbero impartite due, di prudenza, alla destra italiana. La quale ne avrebbe tenuto conto prendendo le distanze da Donald Trump e da Israele. Ma secondo notizie e commenti anche Papa Leone ne avrebbe data una magistrale, di pacifismo, intrattenendo un’indiretta conversazione con l’onnipresente presidente Usa. Mediaticamente abusate, poi, le metafore del “vento” e dell’“aria” che sarebbero cambiati, per tornare alla presunta lezione appresa dai conservatori nostrani, indicando la fine di un’altrettanto presunta era populista.
L’enfatizzazione causale di semplici successioni di fatti è inevitabile, ma l’attuale irrazionalismo eziologico colpisce anche osservatori solitamente oggettivi. Risulta però difficile ipotizzare che, prima del referendum, l’Italia avrebbe del tutto taciuto sui commenti trumpiani contro il Pontefice. Forse Giorgia Meloni avrebbero usato un tono diverso, forse si sarebbe limitata all’augurio di buon viaggio a Prevost senza esplicitare la condanna dell’aggressione, giunta infatti dopo nove ore, come qualche giornalista si è premurato di cronometrare. Così come la sinistra, in un altro momento e se l’aggressione non fosse giunta dal nemico pubblico numero uno, avrebbe forse mantenuto un filo di rispetto per la laicità della democrazia statunitense.
Peraltro, nel modo offensivo che lo contraddistingue, Trump solleva un punto condivisibile nel merito: il pericolo costituito dall’Iran e ingigantito dal suo potenziale atomico. Parliamo di un regime ierocratico, a proposito di laicità, che nel proprio programma esplicita la distruzione di Israele, con buona pace del totale rovesciamento di impostazione tentato nei giorni scorsi da Romano Prodi. È quindi vero che il pericolo iraniano è indirettamente rivolto anche contro chi collabora nella difesa con Tel Aviv, ricordiamo che il nostro memorandum resta in vigore, pur se con la sospensione del rinnovo automatico. Il presidente Usa però traduce la sua mancanza totale di garbo e l’eccentricità delirante dello stile in una condotta bellica assurda, in una strategia schizoide che non assicura il contenimento del rischio rappresentato dagli ayatollah nel mezzo dell’Eurasia (la proiezione di Mercatore inganna), al contrario.
Confidiamo che la premier non ceda all’eccesso causalista, uno dei limiti dei progressisti nostrani e non, misuri le cose con pacatezza, proprio perché le variabili internazionali sono tanto imprevedibili che rincorrerle è perdente. In Ungheria non hanno vinto le sinistre, che nemmeno possono rivendicare il successo sulla giustizia, divenuto un catalizzatore delle divisioni intestine. Anzi, complimenti a Elly Schlein che, nel magma primarie, ha dato un colpo di reni, uno scatto di visibilità con l’adamantina dichiarazione di difesa dell’Italia e della premier rispetto alle aggressioni trumpiane.
Meloni ha fatto bene a non avvilirsi troppo per la batosta referendaria, farà bene a non esaltarsi per il recupero di consensi attuale e, per quanto opinabili alcune sue decisioni nell’immediato, pare aver intrapreso l’unica strada sensata: impiegare l’anno di fine legislatura e contestuale campagna elettorale per lavorare a cose concrete, confermare agli italiani che hanno avuto in questi anni il meno peggiore dei governi possibili. Certo l’umore non sarà dei migliori, considerato che ogni giorno porta la sua pena ministeriale e, dopo l’incommentabile vicenda Piantedosi-Conte, ora si apre quella Musumeci-Niscemi. La rogna locale che si aggiunge a quella globale.







