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Tutte le capriole della Casa Bianca su Huawei (c’entrano le commesse di General Electric in Cina?)

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Cosa sta succedendo alla campagna Usa contro Huawei? Fatti, indiscrezioni, contraddizioni e approfondimenti nell’articolo di Marco Orioles

Cosa sta succedendo alla campagna Usa contro Huawei?

La domanda è di un sito americano d’informazione – Axiosche non ha mai mancato un colpo quando si è trattato di capire cosa succeda e si pensi nelle segrete stanze del governo più potente e temuto del mondo.

Ebbene, se stiamo ad Axios, in questo momento sulle scrivanie dove si decidono le sorti del pianeta, ed è stata elaborata e condotta l’offensiva contro il colosso cinese delle tlc accusato di essere la quinta colonna dello spionaggio di Pechino, domina una qual certa confusione in merito a quella che è stata definita la nuova guerra fredda tecnologica tra la superpotenza n. 1 e la n. 2.

Questo, almeno, è quanto Axios desume mettendo in fila una serie di segnali contraddittori partiti negli ultimi giorni tanto dalla Casa Bianca quanto dalle altre stanze del potere a stelle e strisce.

L’indizio più eloquente di una possibile ritirata strategica dell’America, e dunque di un possibile compromesso all’orizzonte tra Usa e Cina su una questione – il dominio globale sulla tecnologia 5G – su cui l’amministrazione Trump sembrava fino a poco tempo fa detenere una posizione incrollabile, lo fornisce direttamente la timeline Twitter di The Donald, dove martedì è apparso un plurimo cinguettio contenente parole che solo pochi giorni fa sarebbero state considerate il sintomo di una grave schizofrenia:

Se questo tweet è la riprova che un argomento fino a ieri considerato a Washington alla stregua del Vangelo – sulla Sicurezza Nazionale non si scherza, da cui la necessità di colpire un’azienda come Huawei sospettata di essere il cavallo di Troia del Partito Comunista cinese – sta ormai vacillando persino nella mente del presidente, è bene sottolineare che non è l’unico segnale disponibile di un possibile ripensamento maturato dalle parti della Casa Bianca.

Agli atti ci sono infatti anche le dichiarazioni rilasciate tre giorni fa dallo stesso Trump con le quali ha di fatto innescato la retromarcia nella madre di tutte le battaglie condotte dal suo governo: il provvedimento con cui il governo Usa puntava a rendere illegale per i produttori americani di chip e componentistica elettronica le forniture a Huawei. “Certi documenti che sono stati appoggiati sulla mia scrivania, inclusa la questione dei produttori di chip, hanno poco a che fare con la sicurezza nazionale”, Trump dixit.

Nel riferire le a questo punto sconcertanti parole di Trump, Reuters si preoccupa anche di spiegare le ragioni dell’ineffabile mistero. Mistero che non è affatto tale, ed è anzi luminoso come l’affare miliardario che l’America rischia di perdere se persistesse la sua posizione di scontro con Pechino: la fornitura da parte di General Electric dei motori per un nuovo modello di jet made in China.

Se è lo stesso commander in chief ad avanzare pubblicamente dubbi su una linea – quello della lotta senza quartiere contro Pechino e l’azienda che più di altri simboleggia la poderosa avanzata industriale e tecnologica della superpotenza n. 2 – c’è a questo punto da chiedersi, come fa Axios, cosa pensino tutti coloro che in questi anni l’hanno incitato a scagliare fuoco e furia contro Huawei e qualunque alleato avesse solo osato pensare di permettere all’azienda di Shenzhen di prendere parte alla realizzazione delle proprie infrastrutture nazionali del 5G.

Il sospetto è che, su questo punto specifico, tra le fila del governo Usa domini l’anarchia. Questo, almeno, è quanto suggerisce la notizia di un incontro a porte chiuse dei n. 2 dei vari dicasteri convocato pera ieri (e del cui esito non c’è ancora alcuna traccia nella stampa Usa) con il fine di discutere nuove misure ai danni di Huawei tra cui ulteriori restrizioni sulla fornitura di componentistica hi-tech made in Usa. Incontro che, scriveva ieri Reuters, continuava ad essere nell’agenda dei sottosegretari anche dopo le succitate esternazioni di Trump.

Che la confusione regni sovrana dalle parti del governo Usa lo dimostra anche la recente missione a Downing Street di una delegazione guidata dal chief of staff di Trump, Mick Mulvaney,  sbarcata nel paese della Brexit con l’intento di convincere Boris Johnson e colleghi a ripudiare la propria stessa decisione presa il mese scorso di consentire ad Huawei di realizzare parte della rete 5G.

Ebbene, a giudicare dalla cronaca fattane dal Guardian, Mulvaney non solo sembra essere tornato a casa con le pive nel sacco, ma ha dovuto subire persino la beffa di un’amabile conversazione telefonica tra il suo capo e il premier britannico nella quale sono stati discussi “un ampio spettro di temi bilaterali ed internazionali” con la rilevante eccezione di quello che aveva spinto Mulvaney e compagnia a valicare l’Atlantico.

La situazione rasenta però addirittura il dadaismo se si considera che l’altro ieri Trump ha affidato ad uno dei più convinti falchi anti-cinesi nonché fautore della linea dura contro Huawei, l’ambasciatore in Germania  Richard Grenell, un incarico delicatissimo – direttore della National Intelligence – che gli conferirà voce in capitolo proprio in materia di sicurezza nazionale.

A tal proposito, tuttavia, sarà bene prestare attenzione a quello che l’analista del Council on Foreign Relations ha dichiarato al Washington Post: “Sembra proprio che il presidente possa ribaltare in qualsiasi momento le decisioni prese dai falchi della sua amministrazione”.

Svolta di The Donald in direzione della realpolitik? Conversione al pragmatismo liberale del campione indiscusso del protezionismo? Tutte le ipotesi sono aperte. Naturalmente fino al prossimo tweet che, come ci hanno insegnato questi tre anni di Casa Bianca trumpiana, potrebbero costringerci a cestinare questo articolo e ricominciare tutto da capo.

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