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Tutti i risvolti geopolitici della guerra tecnologica fra Usa e Cina. Parla Marta Dassù

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Il sistema cinese si sta adattando per passare a una maturità tecnologica che richiede elementi organizzativi – legali e perfino politici – non facilmente compatibili con un sistema a fronte impronta autoritaria. Autoritarismo digitale versus democrazia liberale: semplificando al massimo, la guerra fredda hi-tech ha questa impronta politica. L’analisi di Marta Dassù, senior advisor for European Affairs all’Aspen Institute

 

Quella tra Stati Uniti e Cina – sottolinea Marta Dassù, senior advisor for European Affairs all’Aspen Institute e direttore della rivista Aspenia è anche una “guerra fredda tecnologica” in cui Pechino mira a insidiare la supremazia americana nei settori hi-tech e Washington cerca, con tutti i mezzi a sua disposizione, di preservarla.

Un match, osserva Dassù in questa conversazione con Start Magazine, che vede l’America mantenere ancora “un vantaggio significativo” sull’avversario derivante dalla sua indiscutibile “capacità innovativa”. Ma la Cina è dietro l’angolo, sebbene – prima di fare il gran salto, se mai lo farà – sarà costretta a sviluppare “elementi organizzativi – legali e perfino politici – non facilmente compatibili con un sistema a fronte impronta autoritaria”.

Lo scontro tra la superpotenza n. 1 e quella n. 2 presenta dunque, è la conclusione di Dassù, una precisa “impronta politica”: quella di un confronto serrato tra “democrazia liberale” e “autoritarismo digitale”. Una sfida tra sistemi politici uno agli antipodi dell’altro che, si può scommettere, definirà la nostra epoca non meno di quanto abbia fatto, nel XX secolo, la competizione globale tra capitalismo e comunismo.

Allora, direttore, cominciamo dai fatti di questi ultimi giorni. Nonostante i colloqui commerciali tra Usa e Cina stessero procedendo regolarmente, con visite periodiche delle due delegazioni nelle rispettive capitali, il negoziato è deragliato repentinamente quando Trump ha alzato –  annunciandolo su Twitter, ovviamente – i dazi, provocano la reazione di Pechino che ha fatto altrettanto. Cos’è successo? C’erano punti insormontabili nel negoziato?

A quanto possiamo capire come osservatori esterni, il team negoziale di Trump si aspettava un accordo basato su impegni molto più rilevanti da parte cinese, che in effetti richiederebbero un cambiamento “sistemico” del modello di crescita della Cina. Dopo vari round negoziali, Pechino si è sottratta ad impegni specifici vincolanti. Ma per capire la situazione, conviene forse porre il problema in termini più ampi.

Ce lo illustri.

Secondo Donald Trump, il sistema economico globale opera ormai a svantaggio degli Stati Uniti, mentre favorisce la Cina. Per Xi Jinping è l’opposto: la Cina ha un chiaro interesse a preservare per quanto possibile l’attuale sistema commerciale globale, che ne ha permesso una crescita senza precedenti. Come ha scritto giustamente Gideon Rachman sul Financial Times, sia l’America che la Cina sono potenze revisioniste, rispetto all’attuale ordine internazionale; ma lo sono in modo rovesciato. L’America difende lo status quo geopolitico, con la propria supremazia; per ottenere questo risultato, è diventata revisionista sull’ordine economico. La Cina vuole modificare gli equilibri geopolitici; per farlo, difende lo status quo sul commercio. Sono posizioni che dimostrano la competizione strategica in atto e rendono per definizione difficile un’intesa commerciale.

Trump è considerato universalmente “uomo dei dazi”, “Tariff man”. Adesso emerge che li invocava già negli anni ’80 contro il Giappone. Ma i dazi non sono un’ arma a doppio taglio, che rischia di fare danni all’economia Usa – lo sta già facendo – mettendo a repentaglio la stessa rielezione del tycoon?

Che i dazi siano potenzialmente un danno per tutte le parti in causa è quanto la teoria economica sostiene con solidi argomenti. La Casa Bianca ha avviato questo braccio di ferro presentando i dazi come misura temporanea e tattica; ora c’è il rischio che diventino uno strumento piuttosto durevole di politica economica, e la cosa è realmente dannosa anche per settori dell’economia americana e per una parte dei consumatori. Non a caso, Trump offre forme di compensazione interna ai settori colpiti. Quanto alla campagna elettorale del 2020, Trump calcola probabilmente che mostrarsi quanto mai attivo sul fronte del protezionismo economico sia comunque vantaggioso in termini politici: sul contenimento della Cina, un’America quanto mai divisa si compatta e il fronte include anche il Partito democratico. Il dilemma di Trump è se accettare, in chiave elettorale, una vittoria parziale e in qualche modo di bandiera. Per la Cina, il dilemma è fino a che punto accogliere le pressioni americane. Anche Xi Jinping, non solo Donald Trump, ricorda il precedente dell’Accordo del Plaza del 1985, quando Tokyo accettò di rivalutare la propria moneta; dal punto di vista cinese, Washington riuscì allora a fermare l’ascesa del Giappone.

Hu Xjin, l’influente direttore del Global Times, ha fatto capire che la Cina potrebbe far molto male agli Usa, smettendo ad esempio di acquistare Boeing e vendendo i buoni del Tesoro Usa. Anche la Cina ha dunque la sua opzione nucleare? Ma soprattutto, le converrebbe impiegarla?

In un certo senso, si tratta proprio dell’equivalente di un’arma nucleare: quasi impossibile da usare, per le conseguenze catastrofiche che ciò avrebbe anche per chi decidesse di impiegarla. Avere ventilato questa possibilità – la vendita massiccia di titoli del Tesoro americani – è poco credibile sul piano operativo: la Cina, vista l’entità delle sue riserve in dollari, si farebbe troppo male, anche perché la grande maggioranza dei suoi contratti con l’estero sono denominati in dollari. E’ importante però il segnale politico: Pechino assume un atteggiamento più apertamente conflittuale, distante dal “basso profilo” predicato e adottato in passato, anzitutto da Deng Xiaoping in tutta la fase iniziale delle riforme economiche.

Alcuni pensano che il contenzioso sul commercio potrà essere risolto solo da un confronto a tu per tu tra The Donald e Xi. I due peraltro, come ha annunciato lo stesso Trump, dovrebbero vedersi al G20 di Osaka. Sarà l’occasione per un deal?

Senza dubbio Trump e Xi hanno notevole fiducia nelle proprie capacità di negoziatori. E quasi certamente sopravvalutano questo aspetto: per motivi molto diversi, sono riluttanti a concedere un mandato ampio ai propri negoziatori e collaboratori tecnici. Inoltre, hanno entrambi un problema di prestigio da difendere quasi ad ogni costo, avendo fissato obiettivi molto ambiziosi di modifica dell’ordine globale – ma da due prospettive contrapposte, come dicevo prima. Vedremo che prezzo sono disposti a pagare nel breve termine per rafforzare la rispettiva posizione negoziale. La convinzione di Trump è che la Cina abbia da perdere più dell’America da un conflitto commerciale; e quindi cederà per prima. Ma non è tutto così scontato o così prevedibile. In sostanza, non è detto che le speranze in un accordo diretto fra i due leader, su cui apparentemente puntano ancora i mercati, siano fondate.

Quindi, come andrà a finire secondo lei?

Non ci resta che stare a vedere, purtroppo; sapendo che, come europei, non siamo esattamente al centro di questo gioco. Trump ha intanto rinviato l’eventuale introduzione di dazi contro il settore automobilistico europeo al novembre prossimo. Così facendo, ha giustamente notato Alessandro Fugnoli di Kairos, l’America punta a garantirsi quantomeno la neutralità europea in questa fase cruciale del braccio di ferro commerciale con la Cina. E’ un segnale che anche l’Italia deve tenere presente.

Non c’è solo il commercio a dividere gli Usa e la Cina. Questa, l’ha detto proprio lei in una precedente intervista a Start Magazine, è una guerra fredda tecnologica, in cui la Cina mira a insidiare il primato Usa nell’hi-tech e Washington vuole impedirlo.

Stiamo vivendo la fase iniziale di una lunga e complicata gara per il primato tecnologico, con chiare implicazioni strategiche e di sicurezza. La Cina cerca di porre le basi per un predominio infrastrutturale, ma siamo ancora lontani da un esito del genere. Gli Stati Uniti conservano per ora un vantaggio significativo e mantengono la loro grande capacità innovativa, mentre il sistema cinese si sta a suo modo adattando per passare a una maturità tecnologica che richiede elementi organizzativi – legali e perfino politici – non facilmente compatibili con un sistema a fronte impronta autoritaria. Autoritarismo digitale versus democrazia liberale: semplificando al massimo, la guerra fredda hi-tech ha questa impronta politica.

Cina e Usa sono sul piede di guerra nel Mar Cinese Meridionale e a Taiwan, e non manca chi è convinto che prima o poi quelle tensioni sfocino in guerra aperta. Succederà?

Forse non sul piede di guerra, come vorrebbe la tesi della “trappola di Tucidide” (il conflitto inevitabile fra la potenza in declino e quella in ascesa che è al centro di un libro di successo, “Destined for War”, di Graham Allison, ndr): sono piuttosto in una situazione di equilibrio precario, in cui la Cina spinge per allontanare o ridurre la presenza americana in Asia orientale e per dividere gli alleati tradizionali di Washington. Soprattutto in termini di forze navali le tensioni sono destinate ad aumentare, ma è plausibile che vengano sviluppati anche vari meccanismi di reciproca informazione e military to military contacts: quei meccanismi, insomma, che riducono i rischi di errori di valutazione e di incidenti.

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